A margine delle elezioni inglesi

Marco Ciani

careIl 7 maggio scorso, come noto, si sono tenute le elezioni politiche nel Regno Unito. A risultati ormai acquisiti, ricordiamo solo per brevità che il premier conservatore uscente, David Cameron, con il suo partito, è il vero trionfatore di un’elezione che i sondaggi della vigilia annunciavano incerta. Al contrario, l’esito del voto consente ai conservatori, forti di una sicura maggioranza assoluta, di governare da soli sbarazzandosi dell’alleato liberale con il quale avevano retto le sorti del paese fino ad ora.

Grandi sconfitti, anche questo è stato scritto, sono i laburisti di Ed Miliband, i liberali di John Clegg, gli euroscettici di Nigel Farage la cui formazione indipendentista, UKIP, solo un anno fa alle elezioni europee aveva conquistato il podio, primo partito oltremanica, davanti a laburisti, secondi, e conservatori, allora solo terzi. Segno che i britannici sanno distinguere il significato di elezioni diverse. Tutti e tre i leader di queste formazioni si sono immediatamente dimessi. Ultima nota, l’avanzata degli indipendentisti scozzesi, che conquistano la quasi totalità dei seggi nella nazione celtica.

Svolto questo breve riassunto, più che soffermarmi sulle conseguenze del voto per la ridente Albione, argomento sul quale è stato già detto praticamente tutto nei giorni scorsi dalla stampa, vorrei riflettere su ciò che può trasmettere la lezione inglese al di fuori dei confini anglosassoni.

Innanzitutto, mi pare che ancora una volta, il Regno Unito mostri al mondo cosa significhi essere uno stato democratico, anzi, la più antica democrazia del pianeta. La cosa più clamorosa per la mentalità di noi italiani, è che uno stato democratico possa non avere una vera e propria costituzione se per tale si intenda una carta dei principi e delle norme fondamentali dello stato. Come, del resto, altre nazioni democratiche. Ad esempio, Israele. Anche se, ovviamente, esistono dei testi e delle consuetudini che, messe assieme, costituiscono nei fatti un corpus di prescrizioni che regolano la vita interna, anche meglio di una costituzione formale.

A noi italiani non piace questa impostazione, attaccati come siamo ai formalismi. Preferiamo una costituzione dove solennemente proclamiamo che la Repubblica è fondata sul lavoro! Che poi ci siano 3,5 milioni di disoccupati più un numero imprecisato di precari, inoccupati e disperati, chi se ne importa?

Esaltiamo tanto la nostra carta fondamentale, arrivando a definirla “La più bella del mondo” (come se gli altri non pensassero lo stesso della loro, chi ce l’ha perlomeno), salvo omettere che la nostra Carta, fu idealmente partorita dalla metà (si fa per dire) degli italiani anti/fascisti, molti dei quali, al centro come a sinistra, erano stati fascisti solo qualche anno prima.

Ma tra gli stessi anti/fascisti c’era chi mirava a sostituire il regime precedente con una democrazia, chi con una dittatura di tipo sovietico, chi con un regime autoritario di stampo clericale. Eppure per un popolo secondo a nessuno in quanto a retorica, la simpatica favoletta della Costituzione più bella del mondo, scritta benissimo, su questo non ci piove, poteva bastare a tenere insieme tutte le contraddizioni.

Quando parlo di retorica, di ritualità, non intendo dire che gli inglesi (termine che uso come sineddoche per definire i cittadini del Regno Unito) trascurino la forma. Al contrario! Vi sono delle cerimonie che hanno radici antiche e che i britannici custodiscono e ripropongono con gelosa cura.

Il sistema politico che regge gli anglosassoni, anche conosciuto come Sistema Westminster (dal nome del palazzo e del quartiere che ospita il parlamento), comprende anche usi e consuetudini che a noi possono pure sembrare arcaismi ridicoli e invece sono parte costitutiva del modello.

Esistono cioè dei protocolli formali, risalenti a secoli fa, che vengono rispettosamente seguiti nel XXI secolo. Caso tipico è la cerimonia di apertura del Parlamento del Regno Unito.

Cito un solo divertente aneddoto: quello dell’elezione dello speaker, corrispondente nei nostri canoni al presidente della Camera. Lo speaker viene eletto e dopo la nomina esce dalla Camera dei Comuni. Quindi viene sollevato e riportato dentro di peso. Perché?

Perché un tempo egli era il portavoce del parlamento, il tramite con la monarchia. Poteva accadere che il re (o la regina), non soddisfatto delle decisioni dell’organo legislativo, facesse intuire il suo disappunto decapitando lo speaker. Ecco perché, nei tempi che furono, assurgere a tale prestigioso incarico non comportava automaticamente entusiasmi soverchi. Anzi! Chi veniva investito della carica, poteva anche tentare di abbandonare frettolosamente il luogo di elezione, salvo essere ripreso e riportato a forza dentro la Casa dei Comuni.

Racconto questo episodio, per dire che anche i riti fanno parte integrante della democrazia. Le forme, quando sono sentite e rispettate, possono valere tanto e anche di più delle norme scritte, in ispecie se queste si prestano a interpretazioni bizantine.

Con ciò non intendo dire ovviamente che in UK siano tutte rose e fiori e da noi tutto negativo. Nè intendo disprezzare la nostra patria. Ma, personalmente, apprezzo molto di più l’approccio alla vita pubblica delle nazioni del Nord Europa, rispetto a quello levantino. Sarà un caso però i paesi anglosassoni e scandinavi, sono i regimi democratici di più lunga data e anche quelli che, con tutte le varianti del caso, funzionano meglio.

Io credo che la caratteristica che li contraddistingue sia una certa serietà nei rapporti tra le persone e tra le persone e lo stato o, che dir si voglia, la pubblica amministrazione. Entrambi i rapporti – tra persone e tra la persona e lo stato – sono improntati alla fiducia. Salvo prova contraria.

Pensiamo che nel Regno Unito, fino al 2001, non dovevi girare con la carta d’identità. Lo stato si fidava di ciò che dichiaravi. Poi, dopo l’attentato alle torri gemelle, fu reintrodotta per comprensibili motivi di sicurezza.

La faccio breve perché avremmo mille altri esempi. Sono paesi dove ci si fida. Ma se un cittadino tradisce la fiducia accordata, viene bandito. Prima ancora che intervenga la legge, è lo stigma sociale a metterti fuori dalla comunità. E questo rischio viene considerato molto serio. E temuto.

Il contrario di quanto avviene da noi. Dove si abbonda di regole, di leggi, di leggine. Ma poi ognuno fa ciò che vuole. Convinto che le norme si applicano per gli estranei, mentre per gli amici si interpretano. Non così in Inghilterra. Dove ex-ministri come Davd Blunkett si sono dovuti dimettere per aver favorito il rilascio del permesso di soggiorno alla baby sitter filippina del figlio. Fantascienza per noi italiani.

E che dire poi dei leader sconfitti che si dimettono? Utopia pura.

Ecco perché, a costo di sembrare un ingrato, vorrei che noi italiani, e non solo i politici, guardassero di più agli esempi che ci vengono dai posti dove la coerenza e la serietà (non la furbizia disonesta, il cancro dell’Italia, che all’estero sarebbe considerata pura e semplice cialtroneria), sono ancora considerate virtù. E abbandonassimo il profluvio di chiacchiere inconcludenti con i quali siamo soliti ammantare la nostra ormai conclamata inettitudine.

P.S.: Cameron e i conservatori governeranno il Regno Unito con meno del 37% dei voti. A beneficio di chi considera l’Italicum una legge liberticida e fascistoide.

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