Una bella serata dedicata al Cardinal Martini

Marco Ciani

madaLunedì 4 maggio scorso, presso la sede di Cultura e Sviluppo, abbiamo avuto il piacere e l’onore di avere con noi Don Damiano Modena, l’ultimo segretario del Cardinal Martini ed il Sindaco di Roma, Professor Ignazio Marino, per la presentazione del bel saggio di Don Damiano “Il silenzio della Parola”, che costituiva il tema della serata.

Mi premeva ricordare che Damiano, l’amico Damiano, ha avuto trascorsi alessandrini, prima di traslocare a Vallo della Lucania (SA), dove insegna Bioetica all’Istituto di Scienze religiose della diocesi.

Immagino essere molti di più coloro che conoscono, almeno per notorietà, il Senatore Marino, a sua volta buon amico del Cardinale e coautore con lui di alcuni testi preziosi ed illuminanti, in particolare sui temi etici. Ricordiamo in questa sede, il dialogo “Così è la vita” apparso sul settimanale l’Espresso nell’aprile del 2006 ed il testo “Credere e conoscere”, uscito nel 2012. Un’opera che costituisce anche un incontro tra l’uomo di fede – una delle massime autorità spirituali del nostro tempo – e l’uomo di scienza – un chirurgo di fama internazionale con alle spalle oltre 650 trapianti, autore di 213 pubblicazioni indicizzate su MEDLINE e numerosi libri scientifici.

Don Damiano ha vissuto dal 1983 al 1989 nella nostra terra, pur essendo la sua famiglia di origine veneta, e precisamente di Verona. Mi pareva dunque giusto, oltre che doveroso, che si tenesse una presentazione del suo saggio anche nella nostra comune città di adozione, tanto più adesso che il libro viene tradotto in diverse lingue. E’ la testimonianza di un successo che, malgrado ormai risalente alla fine di luglio del 2013, ossia un anno esatto dopo la morte del l’Arcivescovo Emerito di Milano, ha ormai abbondantemente travalicato i confini nazionali.

Per questo motivo ho chiesto a Don Damiano, d’accordo con lo Staff di Appunti Alessandrini e con il Consiglio di indirizzo di Cultura e Sviluppo, che ritornasse tra noi a portare la sua testimonianza su Carlo Maria Martini, invito al quale Damiano si è prestato con molta cortesia, la stessa che ha mosso il Sindaco Marino, che il giorno appresso di buon mattino ha preso l’aereo per volare a Filadelfia, dove ha operato come direttore della Transplantation Division presso la Thomas Jefferson University, per ricevere una laurea honoris causa.

Fatta questa doverosa premessa e tralasciando, per brevità, tutti gli altri titoli accademici dei nostri relatori, proviamo ad introdurre il testo in questione.

“Il silenzio della Parola” costituisce di per sé, nell’esperienza quotidiana, una contraddizione in termini, essendo i due sostantivi “silenzio” e “Parola” formalmente antitetici, esclusivi l’uno rispetto all’altro. Eppure in questa apparente contrapposizione di significati, si cela un messaggio di enorme portata.

“Il silenzio della Parola” è il silenzio di Martini, nell’ultima fase della sua vita, segnata dal morbo di Parkinson, una delle malattie neurologiche più frequenti. Una patologia degenerativa caratterizzata da disturbi progressivi del movimento muscolare, che conserva però ai pazienti l’intelletto e la personalità. Ed è così che il Cardinale, perde una delle facoltà a lui più preziosa: la capacità di comunicare mediante la voce.

Damiano rievoca questa fase in una delle pagine più drammatiche del suo libro: “Dicembre . Una delle tante giornate «sottovoce» si conclude con un grido improvviso. Una supplica, un’implorazione ad alta voce. L’unica implorazione ad alta voce in due anni e mezzo di afonia. Sgorga dai lunghi silenzi come l’eruzione di un vulcano. I lapilli raggiungono il cielo in una frazione di secondo. Senza alcun segno che lasci presagire ciò che sta per accadere, allarga le braccia a croce, riempie i polmoni, le palpebre proteggono l’intimità dell’anima, la voce di un tempo rimbomba nella stanza:

«Oh Gesù! Accetto questa debolezza di non poter parlare, essa mi tocca fin nelle radici del mio essere, perché sono fatto per comunicare. La accetto per amore tuo e per tutto quello che hai fatto per me. Vorrei lavorare, ma mi sento così stanco che posso solo prepararmi alla morte»”.

Le corde vocali” – dirà Damiano nel libro – “toccano il fondo… Vocali e consonanti disertano in un ammutinamento generale e definitivo”.

Ma l’afasia, talvolta, non è attributo circoscritto agli umani. Anche Dio può esserne colpito. Anche Dio si può ammalare. E anche questa, è una contraddizione in termini. L’apostolo Giovanni, nel celebre prologo al suo evangelo, esordisce: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” e poco più avanti dirà “In lui era la vita”, quasi a significare che l’esistenza senza la mediazione del logos è nulla, è vuota, è privata dell’ispirazione fondamentale.

Come è dunque possibile che Dio, il Signore, l’Onnipotente, il Misericordioso, non si esprima davanti al grido di dolore della creatura morente, anche fosse uno dei principi della sua Chiesa? Questa inazione divina, di fronte al baratro umano ed esistenziale, spaventa e atterrisce allo stesso tempo.

Il silenzio di Dio è un tema ricorrente del testo biblico e della mistica. Su di esso si sono scritti innumerevoli saggi e composte vere e proprie opere d’arte. Pensiamo ad esempio ad un film capolavoro del regista scandinavo Ingmar Bergman,“Il settimo sigillo”.

Il cavaliere supplica «Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, mi sveli il suo volto, mi parli». Al che la morte in persona replicherà «Il suo silenzio non ti parla?»

Ecco che con uno spettacolare capovolgimento dei significati, anche quel silenzio comunica. Un altro biblista di fama internazionale, Gianfranco Ravasi, ci richiama ad ascoltare meglio “Nel Nuovo Testamento la rappresentazione negativa più alta e drammatica del silenzio divino la si ha sulla croce di Cristo, quando egli sperimenta l’abbandono del Padre attraverso il suo silenzio: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco, 15, 34). Eppure quel vuoto, che rende Cristo veramente e pienamente nostro fratello non solo nel dolore e nella morte, ma anche nell’assenza di Dio, non sfocerà nella definitiva lontananza e nella solitudine. Incombe, infatti, l’alba della Pasqua quando il Padre risponderà efficacemente all’invocazione del Figlio attraverso la risurrezione”.

Ciò non toglie che il doppio e differente silenzio, del Creatore e della creatura, siano difficili da tollerare, come un dolore sordo, tanto da lasciare spazio alla sfiducia e al pessimismo.

In quei momenti, il vuoto è alleviato dalle persone care. Scrive Damiano: “Siamo in quattro: Dio, lui, una suora amica e io. Siamo in quattro attorno a un piccolo altare. E’ una giornata di sole”. L’occasione è quella di una piccola liturgia eucaristica. A un certo punto Damiano annota: “Un secondo prima della consacrazione è in piedi, le gambe sono terribilmente instabili, interviene:

«Vorrei dire una cosa. Vorrei dirvi che se anche dall’altra parte non ci fosse nulla, sono felice di aver vissuto questa vita e di averla condivisa con voi». I pensieri ritornano lì, tutti attorno alla sua lotta, attorno al tormento che tutto possa essere stato vano. Il calice è purificato dalle lacrime. «Scambiatevi un segno di pace». La liturgia prosegue nella sua crudeltà.

Un anno e mezzo dopo la parola «pace» sarà l’ultimo, flebile suono ad uscire dalle labbra di Carlo Maria Martini, prima di restituire l’anima al Padre.

Il libro di Don Damiano, si presta a molte letture. Ho avuto la fortuna di poterlo visionare in anteprima nell’estate del 2013 e ricordo di esserne stato travolto, tanto da doverlo leggere tre volte in due giorni successivi.

Si tratta di uno di quei testi, non molto lunghi in verità, appena 150 pagine scritte a caratteri grandi, che si assaporano velocemente, ma come hai finito senti di avere ancora fame, e così devi ricominciare. Ed ogni volta scopri un sapore diverso, un gusto inesplorato, un piacere inatteso.

Si può analizzare da molti punti di vista. Ne cito solo alcuni, anche per lasciare un poco di spazio alla curiosità.

Certamente è la storia, la parte finale, gli ultimi quattro anni, di un uomo che non ha bisogno di grandi presentazioni. Stiamo discutendo di un gigante del pensiero teologico, di un biblista ed esegeta tra i più famosi al mondo, un uomo che conosce dodici lingue, che ha rifiutato più lauree honoris causa di quante ne abbia accettate. Cito nuovamente Damiano: “L’uomo della Parola lascia migliaia di pagine scritte, registrazioni, immagini non solo di figure retoriche. Parole vere, profonde, costruttive, sapienti, incoraggianti, umane, evangeliche. Parole capaci in taluni casi di salvare la vita”.

Ma è anche la storia di un figlio. Non un figlio biologico in questo caso, ma spirituale, al quale, alla fine di una vacanza trascorsa in montagna, verrà chiesto: «Te la senti di accompagnarmi fino alla morte?», domanda alla quale Damiano risponderà immediatamente: «Se ritiene che io sia la persona giusta, sì, Padre, anche oltre». Inizia così una convivenza che ha una data precisa, il 29 settembre del 2009.

Un figlio un po’ speciale, forse l’unico, visto che lo stesso Damiano ci ricorderà che Carlo Maria Martini non ha figli, come Abramo fino alla tarda età. Non li attende, è troppo umile anche solo per immaginarne di spirituali. «Non sento alcuna paternità diretta, mi sembra di non aver combinato nulla nella vita» dirà. Anche se, tra i tanti titoli accumulati (Professore, Rettore Magnifico, Eminenza Reverendissima, Cardinale emerito di Milano), Padre era il nome che Martini prediligeva.

Del resto la familiarità di Damiano con il Cardinale, risale ad anni prima. Una passione così intensa da dedicargli la sua tesi di laurea, poi edita come saggio dalle Paoline con il titolo “Carlo Maria Martini. Custode del Mistero nel cuore della storia”, ispirata al magistero del Vescovo di Milano.

Ancora, “Il silenzio della Parola” è un testo sul rapporto tra l’uomo e la sua malattia, malattia che Damiano battezza “un’amica difficile”, che accompagnerà il Cardinale fino all’ultimo giorno. A differenza di quel che, un po’ superficialmente, si potrebbe essere portati a pensare, la malattia e la prospettiva della fine terrena non sono meno gravide di pena per chi indossa l’abito sacro. «La morte mi spaventa» confesserà Martini, chiedendosi senza trovare risposta «Perchè se Gesù è morto per tutti, noi dobbiamo morire?», arrivando, con un’iperbole vertiginosa a esortare «Sì, dobbiamo perdonare Gesù!…Perchè ha fatto partecipi gli Apostoli e pochi altri della sua Resurrezione. Un gruppo di intimi». In questa constatazione emerge l’amarezza per il contrasto tra una morte pubblica, ed un evento di portata esiziale, come la Resurrezione, praticamente celato. E’ una sofferenza che accompagna il Cardinale per anni, come una spina nel fianco.

Il libro affronta numerose altre sfaccettature. Il rapporto di Martini con la fede e con la sua Chiesa, per esempio, un rapporto dialogico, né banale, né scontato, spesso frainteso, che forse solo ora, sotto il pontificato di Francesco, non a caso un gesuita come lui, riscopre il coraggio di affrontare in modo profetico le questioni insolute di etica sessuale e sociale, della vita familiare, della posizione delle donne in seno alla comunità ecclesiale, della piena corresponsabilità dei laici.

Giunge finalmente a maturazione l’idea, a lungo eclissata, di una Chiesa povera che si apre al mondo partendo dalla misericordia, piuttosto che dalla Verità brandita come una clava.

Nel saggio incontriamo anche molti luoghi: Gerusalemme, dove Martini sognava di terminare i suoi giorni, l’Aloisianum di Gallarate dove trascorrerà i suoi ultimi anni, Roma e Milano mete privilegiate del suo magistero, e poi le montagne della Val Formazza e della Val Gardena. E altri personaggi, da quelli importanti come Papa Benedetto XVI, il Cardinale Tettamanzi e Scola, il gesuita Georg Sporschill, intellettuali e autorità di ogni tipo, ma anche Marisa e Marco, i suoi angeli custodi con Damiano e uno stuolo di sofferenti in cerca di speranza e di conforto. E non da ultimo Ignazio Marino, che ci aiuterà in questo viaggio alla scoperta de “Il silenzio della Parola”.

Di mille altre cose ci parla questo libro leggero e scorrevole nella scrittura, fatto di frasi brevi, essenziali, ma ricche di senso, vergate in un linguaggio poetico, e a tratti lirico.

E’ un testo che inganna, nel senso buono. Si legge così bene da sembrare piano, e invece è pieno di altitudini e anche di vette impervie, le stesse altitudini che il Cardinale amava frequentare durante le vacanze agostane. Ma sono colmi che emergono a poco a poco, solo ad un occhio attento e predisposto all’esplorazione.

E infine il tema del ritorno, con cui vorrei chiudere questo resoconto, un ritorno che coinvolge Martini, Damiano e le innumerevoli persone che, a volte anche solo idealmente, con il Cardinale hanno vissuto, sperato, gioito, sofferto e pregato. Lo faccio prendendo ancora una volta a prestito le parole di Damiano:

I piccoli delle rondini e i piccoli degli uomini schiamazzano allo stesso modo. I piccoli delle rondini si lanciano dal nido come se in un volteggio solo avessero compreso tutte le traiettorie del cielo. I piccoli degli uomini si avventurano per qualche metro fuori dal cancello di case come se avessero percorso tutte le strade del mondo. Gli uni e gli altri, alla fine, tornano al nido”.

Annunci

2 thoughts on “Una bella serata dedicata al Cardinal Martini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...