La scrittura, storia di una comunione

La recensione  a cura di Agostino Pietrasanta

(In attesa della serata di presentazione del libro, domani 4 maggio, con l’autore don Damiano Modena e il Sindaco di Roma Ignazio Marino, alle ore 19,00, presso la sede di Cultura e Sviluppo, in Piazza Fabrizio de Andrè, 75, riproponiamo la recensione del nostro Coordinatore Agostino Pietrasanta. Ap)

rece

Damiano Modena, CARLO MARIA MARTINI, il silenzio della Parola

Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo

Don Damiano Modena, ordinato sacerdote nel 1994, per la diocesi di Vallo della Lucania, ha svolto parte degli studi in Alessandria, prima di frequentare la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e si è perfezionato in teologia morale, con una tesi, pubblicata dalle “Paoline”, sul pensiero del Card. Carlo Maria Martini. Questo gli ha permesso di incontrare il grande vescovo milanese già nel 2003, in ogni caso dopo che Martini aveva lasciato la guida della diocesi per recarsi a Gerusalemme.

Nel 2008 il cardinale è obbligato, per motivi di salute, a lasciare Gerusalemme ed a recarsi a Gallarate, nel collegio dei suoi confratelli gesuiti; tuttavia i contatti con don Damiano si fanno sempre più frequenti, fino a che nel luglio del 2009, durante una vacanza in Val Formazza, il giovane sacerdote si sente rivolgere la domanda, “Te la senti di accompagnarmi fino alla morte?” La risposta, immediata, da inizio ad una convivenza che si protrae per circa quattro anni, fino alla morte del cardinale, avvenuta il 31 agosto 2012, ma anche ad una storia che la scrittura riesce a prolungare oltre la stessa morte e che rende fedele la promessa: “Se ritiene che io sia la persona giusta, si Padre, anche oltre”.

L’autore del libro consegna, consapevole del rischio, l’esperienza dei suoi quattro anni, accanto al cardinale, affetto dal morbo di  Parkinson,  alla cifra ed la registro della scrittura; per il lettore una testimonianza singolare, ma per il testimone una fatica affrontata con una perizia umana “storica” e letteraria che affonda radici scarne ed essenziali nella dichiarazione esplicita della essenza propria dello scrivere. Don Damiano sa di obbedire ad una storia eccezionale, sa che c’è quasi un obbligo di comunicare, dichiara che solo con la scrittura si può dare ragione dell’oltre e che c’è quasi una mano di Dio nel “…ricucire  gli avanzi di un piatto di  un’eterna storia di chi vi ha mangiato”. E lo dichiara all’inizio del libro, in certo senso la motivazione essenziale di uno scritto che pure gli era stato richiesto dall’autorevole direttore di “Famiglia Cristiana”. La scrittura diventa così l’essenza, non perché sostitutiva della vita che il cardinale ha sempre rispettato e amato, ma perché capace di aprire le frontiere dell’”oltre”, testimone dell’amore che un figlio non dismette neppure dopo la morte.

L’opera, che si snoda su sette capitoli, si legge tutta d’un fiato, ma solo una ripetuta rilettura riesce a sondarne una parte dei vari versanti; non credo sia possibile neppure il tentativo di un riassunto, perché non c’è l’ombra della biografia. Anche se lo stesso autore ritiene necessario qualche dato di cronaca, ci troviamo a percorrere le tappe di una comunione di amore tra un padre ed un figlio che accompagna il primo attraverso le tappe di una croce accettata fino al suo compimento. Perché di questo si tratta: la storia di un sodalizio, anzi, giova ripetere, di una comunione che la lettura del libro fa intravedere, ma non permette di assistervi da spettatori, dal momento che certe vicende sono parte della intimità spirituale, ed, in questo caso di un’intimità che cresce col crescere della storia narrata.

Non stupisce che i primi lettori si siano soffermati sulla naturalissima reazione di don Damiano ai loro commenti: “…non ho fatto nulla di più di quanto avrebbe fatto un figlio”. Certo una dichiarazione d’amore, ma, potremmo aggiungere, un amore che non tutti i figli riescono ad esprimere, anche perché si tratta di sentimento che non si impara e che lo stesso autore, pressoché alla conclusione dell’opera, afferma essere del tutto spontaneo, perché la vigilanza sull’uomo, sul padre amato, germoglia per amore.

C’è allora una prima indicazione di lettura, una delle poche cui farò cenno tra le molte che lo scritto potrebbe offrire: l’indicazione di una paternità e di una corrispondente figliolanza tra Martini e don Damiano; una indicazione che potrebbe suggerire tante annotazioni per un lettore che tuttavia si accontenti delle sensazioni indotte da una prima veloce lettura. Il cardinale si spoglia degli inutili orpelli; si ritrova nella nuda ed essenziale figura che gli conferisce l’autorevolezza priva dei titoli: si chiamerà padre e niente di più. Resta evidente, peraltro che, nel corso del libro, anche la paternità si fa reale, perde il suo connotato di riconoscimento formale, ecclesiastico, per farsi autentica espressione di comunione.

Ci sono pagine illuminanti; all’inizio della quarta parte, don Damiano ricorda il passo di“Genesi” al capitolo 18, quando Abramo, all’ingresso della sua tenda, presso le querce di Marme, accoglie tre sconosciuti, tra cui il Signore. “Si intuisce dal racconto, annota lo scritto, che Abramo ha un dolore comune a tanti uomini e donne: gli manca un figlio”. Don Damiano non riprende la continuazione di un evento che porterà Abramo a diventare padre; il cardinale constata di non sentire paternità dirette e l’autore del libro tratta con sensibilità di figlio il rammarico del grande vescovo, ma anche con grande pudore ed equilibrio letterario la sua apertura a tante vicende di paternità spirituale. Tutto il libro però richiama continuamente la storia di un rapporto che, alla fine rende il padre un papà: “…diventa papà a una settimana dalla morte”. E segue la citazione del Salmo 92: “Nella vecchiaia daranno ancora frutti”; perché (non ho il tempo di soffermarmi) ad ogni grande tappa della storia ci imbattiamo, con piacevole sorpresa, nella citazione biblica, proposta sempre con una competenza che rende anche più interessante l’ordito dell’opera.

 C’è un grande amore di Carlo Maria Martini: la Chiesa. Inevitabile che i primi lettori cerchino gli effetti più “curiosi” di questo amore e non, mi permetterei di dire, le cause più pregnanti, più profonde. Don Damiano testimonia di un incontro del grande vescovo con Benedetto XVI. Fa notizia che gli abbia lasciato un appunto in cui esprime varie riserve “cose gravi e segrete”; la curia crea inquietudine coi suoi comportamenti e “alcune nomine episcopali lasciano perplessi”

Non lo nego, la tentazione mi ha coinvolto dal momento che sulle nomine di alcuni vescovi avevo espresso ad amici laici e sacerdoti tutte le mie riserve; figurarsi: il card. Martini che mi da ragione!

Lasciamo stare le vanità personali; al fondo delle sensibilità del grande vescovo ci stanno altre ragioni, altri moventi. Sente, Martini, il pianto di donna, sente il lamento: la Chiesa soffre, per insensibilità dei suoi componenti, per un popolo di Dio inadeguato alla missione, per dei pastori insensibili alle pene della storia degli uomini; sente l’amarezza per un amore, non sempre ricambiato, ma soprattutto per le infedeltà scandalose. Gli viene in soccorso il profeta: “Che dovrò fare per te, Efraim…” Ed ancora e sempre la pagina biblica sancisce una situazione, una sensibilità, un’esperienza d’amore. Parlerà al papa, non è ammessa la reticenza, non è concepibile il falso rispetto dell’autorità. E col papa condivide la sofferenza, col papa, si incammina (don Damiano ricorda anche l’incontro a Milano delle “famiglie in festa”) sulla via della morte, mentre Benedetto si incammina sulla via della rinuncia al pontificato.

In tutti i capitoli, in tutte le sette parti del libro si nota un crescendo narrativo che finisce per coinvolgere, mai però con il carattere che turba,  e tanto meno che sconvolge. Il narrato tiene l’equilibrio, si fa testimonianza di vita nei momenti estremi di una malattia che conduce alla morte senza rinuncia alla vita.

C’è una parte che restituisce carne e significato al tono sereno del racconto; una parte che sottolinea le vicende umoristiche del rapporto tra padre (Martini) e figlio (don Damiano), definiti da Marisa, l’infermiera,  una “coppia di pazzi”. Se il cardinale spinge Lui la sedia a rotelle, don Damiano non esita a farsi trasportare seduto sotto gli occhi divertiti dei presenti, se Martini siede sul divano, al posto solito degli ospiti, il figlio siede sulla poltrona cardinalizia e si intreccia un colloquio vivacissimo in cui i ruoli vengono scambiati e don Damiano si trova a fare il cardinale. Se don Damiano per scacciare una mosca dal viso di Martini, rovescia inavvertitamente una brocca d’acqua addosso ad una suora, si ride senza ritegno; c’è appena da dire che un lettore, appena un po’ smaliziato potrebbe dubitare di un riso altrettanto divertito e “birichino” se la vittima non fosse stata una suora.

Troppe cose vanno lasciate alla lettura del libro, ma almeno due straordinarie reazioni di Martini, nell’esperienza della croce, suscitano attenzione particolare. Intanto il modo di dialogare con Dio che ricorda la preghiera di Paolo VI, il quale ai funerali di Aldo Moro disse della sua delusione al Signore che non aveva salvato la vita dell’amico. Martini dubita anche del significato della morte, “Se Dio è morto per tutti noi, perché dobbiamo morire?”. Ed una mattina dopo le lodi, esce fuori all’improvviso: “E’ difficile perdonare Gesù…”; morto davanti al mondo, risuscitato senza testimoni.

La vita però è un’altra cosa e la comunione con gli uomini, un’altra faccenda. Agli amici dice che la condivisione della loro presenza del loro esserci lo rende felice indipendentemente dalla fede nell’oltre ed a Gesù dice un amore così grande che potrebbe sussistere anche senza il Paradiso.

La pagina che scorre con più insistenza drammatica è quella dello smarrimento della parola (Pasqua del 2010), ma il grande vescovo che si è avvicinato a Dio tramite la mediazione della Parola, si avvia a sperimentare la confidenza col suo Signore senza la forza di quella mediazione. Da questa intuizione, rafforzata da una perizia e sensibilità letteraria rare, don Damiano sembra trarre ispirazione per il filone conclusivo.

Non voglio neppure entrare nei temi del settimo capitolo; credo di non esserne capace. Una pagina scandita dal solito crescendo che si fa concitato eppure dominato dall’equilibrio del possesso letterario. Periodi brevi, scanditi con l’angosciata aspettativa del compimento, dall’attesa e dalla sospensione vissuta dal lettore per l’evento rivelatore e conclusivo della fede e la “catastrofe” della pagina letteraria. Non so se don Damiano sia ricorso ad “artifici” conosciuti di raffinata tecnica di composizione del testo; la concitazione del narrato potrebbe indurre a pensarlo, ma solo il lettore può rendersi conto del vertice straordinario della narrazione contenuta nelle ultime venti pagine circa del libro. Un capolavoro, fino a che la pagina  si distende su quell’immagine dei piccoli delle rondini e degli uomini che, se si allontanano dal nido, vi fanno sempre ritorno. E don Damiano che non vorrebbe seguire la bara del Padre, fuori dai luoghi della loro Comunione, alla fine si induce a farlo, perché, per un figlio c’è sempre un oltre, un figlio segue sempre il Padre.

Anche di questo siamo grati a don Damiano Modena.

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One thought on “La scrittura, storia di una comunione

  1. MI PIACEREBBE TANTO PARLARE OGGI CON PADRE MARTINI ,OGGI CHE AVREI POTUTO DARGLI LA RISPOSTA DEL PERCHE’ DOBBIAMO MORIRE SE GESU’ E’ MORTO X LA NOSTRA SALVEZZA ………BEH..CARO PADRE ,NELL’EVANGELO QUANDO SI PARLA DI MORTE ,RIGUARDA LA MORTE SPIRITUALE ,NON HA NULLA A CHE VEDERE CON LA MORTE FISICAE QUEL GESU’ STA SOLO COME SEGNO CHE PER PORTARE IL REGNO DI DIO SULLA TERRA ,SAREBBE COSTATO SANGUE E MORTE DI CROCE ,MA SEMPRE SPIRITUALMENTE ,LA BIBBIA E’ UNA SORTA DI METAFORE, CHE NELL’UOMO SI REALIZZANO PERO’ ! E IL CARO DON MODENA E’ STATO CHIAMATO A DARE TESTIMONIANZE DEL RISORTO ,SENZA TROPPI MA E PERO’ .!

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