Il lavoro e la Chiesa: nessun dorma

Domenicale Agostino Pietrasanta

Beatificazione_Paolo_VI

Giulio Andreotti che coi preti parlava spesso ed altrettanto spesso si intendeva, parlando dell’attività del futuro Paolo VI, quando era arcivescovo di Milano, in un editoriale per “30Giorni” nel 2004, scrisse che Montini, negli anni del suo episcopato, “…scoprì anche il mondo operaio e ne ebbe una impressione così marcata che gli imprenditori cominciarono ad indiziarlo di sinistrismo”.

L’osservazione calza perfettamente; in effetti Giovanni Battista Montini, prima e durante il suo pontificato sentì con la carica emotiva e razionale che lo connotava, la pericolosa frattura tra la Chiesa e la modernità, individuandone i pilastri nel difficile rapporto con la cultura (già dagli anni trenta) e, dal periodo milanese, nell’indifferenza reciproca tra la Chiesa ed il mondo del lavoro. E calza anche perfettamente il rilievo che gli imprenditori lo tacciarono di sinistrismo; appena entrato a Milano, nel gennaio del 1955, si recò alla “Magneti Marelli” di Sesto S. Giovanni ed affermò che  “… i primi a staccarsi dalla religione non furono i lavoratori, ma i grandi impresari ed economisti del secolo sorso…”. Tanto bastò alla dirigenza della fabbrica per censurare il passaggio nello scritto che consegnarono ai giornalisti, i quali prontamente se ne accorsero. Nulla di nuovo; succede anche ai media più fedeli,di censurare i passaggi meno compassati dei pontefici, ma tutto concorse a fare di Montini un vescovo “rosso”; proprio Lui, che a diversità di alcuni confratelli vide una prospettiva di apertura della D.C. ai socialisti molto tardi, non prima del 1962.

Non voglio però andare fuori tema; il passaggio più drammatico di Paolo VI, ed il riferimento più esplicito alla frattura tra Chiesa e mondo del lavoro lo troviamo nel discorso pronunciato a Taranto, nel centro siderurgico “Italsider”, nella messa che vi celebrò la notte di Natale del 1968. Disse agli operai, “…noi facciamo fatica a parlarvi…ci sembra che tra voi e noi non ci sia un linguaggio comune… Perché noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte…”; tuttavia all’amara constatazione della frattura, il papa fa seguire la speranza, “…questa separazione non ha ragione di essere…” ed in uno sforzo di elaborazione concettuale, Montini sottolinea la necessità di una Chiesa che prenda l’iniziativa di superare la“reciproca incomprensione”. Non solo perché i diritti di giustizia vanno promossi a favore di tutti, ma anche perché spetta anche ai “pastori”sostenere la rivendicazione del lavoro ai lavoratori, la rivendicazione dell’attività umana a chi la pone in essere e, nel contempo non esiste solo una giustizia economica, ma anche una giustizia civile e sociale che fa del lavoratore”il protagonista del suo riscatto”.

Si pongono le premesse per le proposte della “Laborem exercens” di Giovanni Paolo II, che nel 1983, parla di un uomo lavoratore che col lavoro partecipa all’opera del creatore; se per parecchi decenni e soprattutto nel secolo precedente la Chiesa aveva definito il lavoro come lo strumento dignitoso per la sopravvivenza, ora ne scopre la valenza di collaborazione dell’uomo all’opera di Dio.

Una prospettiva cospicua ed esigente, ma che in un contesto di crisi del lavoro, in una realtà in cui a far la voce grossa,sembra la disoccupazione, anche le affermazioni più impegnative potrebbero sapere di retorica, senza un impegno concreto e diffuso della pastorale corrente; e questo a tutti i livelli soprattutto quelli più prossimi al lavoratore ed a chi del lavoro ancora manca; in soldoni ai livelli della Chiesa locale. Serve una sensibilità, serve una consapevolezza, serve un impegno che, per la Chiesa non è quello delle scelte tecniche, ma quello delle indicazioni pastorali, di coinvolgimento alle iniziative più diverse da parte del popolo di Dio; serve ed urge una pastorale del lavoro continua e non legata ad intermittenza alle varie stagioni episcopali. Ne va della credibilità della religione, una credibilità la cui condizione precaria, angosciava Paolo VI. Nessun dorma su questo versante; nessuno sacrifichi questa scelta ad altre, sia pure altrettanto urgenti.

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