La Resistenza e la parte

Il punto  Agostino Pietrasanta

nesHo atteso qualche tempo per non inserirmi in una polemica in cui non mi ritrovo e che mi amareggia parecchio, sia per la questione posta in essere, sia per i protagonisti in dissenso fra loro e che personalmente osservo nella loro azione, con stima e rispetto. Eppure il risultato, almeno nella percezione della cittadinanza, a me sembra devastante: si è usato della Resistenza e del 25 aprile (ribadisco: questo pensano i più) per uno scontro di parte che, per fortuna si è concluso senza particolari fratture, se non quelle che già sono presenti ed insanabili nell’area della sinistra e del centro sinistra.

Non sembra che l’opinione pubblica cittadina, o almeno quella che non disdegna ancora di interessarsi di queste cose, l’abbia pensata se non all’incirca così: l’Amministrazione comunale (leggi, prof.ssa Rita Rossa) non poteva non sapere che proponendo per l’orazione ufficiale della festa, in un passaggio di acuta polemica fra le parti in gioco, un rappresentante del governo renziano, avrebbe provocato una controproposta, alle corte polemica, con l’ANPI (leggi presidenza dell’ISRAL, rectius. Prof.ssa Carla Nespolo). In soldoni, entrambe le scelte hanno posto in essere un conflitto tra diverse opzioni per celebrare una ricorrenza di cui si sostiene la valenza unitaria, facendo di tutto per renderla di parte. E questo indipendentemente dalla legittimità delle opzioni stesse.

Questo mi pare l’opinione prevalente. Ora il problema è serio perché si continua a creare un equivoco che non dovrebbe più aver ragione di essere. Per chi valuta senza pregiudizio quanto la Resistenza ha prodotto, sarebbe da salvare intanto il risultato di forze politiche che unitariamente hanno promosso la fondazione istituzionale della nazione; dall’altro però ci sarebbe da superare sul serio l’appropriazione del movimento di liberazione da parte di una sola parte politica. Purtroppo, anche in sede scientifica, non manca chi ribadisce ancora l’apporto prevalente, o quasi esclusivo, del PCI. Ora, se si fa riferimento ai partigiani combattenti si tratta di constatazione condivisibile, sia pure non senza incidenti ben noti ormai alla stessa storiografia e forse persino inevitabili, ma troppe volte non si ammette che di fatto tutto il movimento si è radicato in una reazione popolare e diffusa alla guerra che ha costituito il nocciolo del riscatto nazionale. Va detto che si tratta di una radice forse unica di una nazione che non si era mai realizzata e che, per le solite ragioni (rectius: arroganze) di parte, è stata subito rimossa. Allo stesso modo, non sono pochi che tentano di banalizzare il contributo di una Chiesa e di larga parte del clero che, a giudizio di storici insigni non cattolici (es. Chabod), sono rimasti al loro posto durante l’occupazione tedesca anche ricoprendo ruoli di supplenza istituzionale; tanto che l’istituzione ecclesiastica, nonostante gli indubbi compromessi nel ventennio, ha marcato alla fine della guerra, un diffuso prestigio popolare.

Per recuperare il senso dell’unità nazionale, ne va ribadita la complessità di apporti, ormai ampiamente riconosciuti, nonostante i tentativi in contrario che, per l’appunto, si rilevano.

Nel caso nostro, per ritornare alla vicenda cittadina, si sarebbe potuto ricorrere a chi di queste cose ha ragionato in sede scientifica: magari con meno fracasso mediatico, ma con più competenza. So bene che in altre sedi sono andati rappresentanti del governo o avversari dell’attuale maggioranza, ma il problema rimane: privilegiando opzioni di parte su eventi e valori che si propongono come unitari, qualche volta, o molto spesso, ne deriva una polemica distruttiva.

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