Il primo Maggio non è solo un Concerto

Carlo Baviera

priDa oltre centoventi anni  si celebra nel mondo la Festa dei Lavoratori. Il Primo maggio è una tradizione consolidata e condivisa, potremmo dire. Anche quest’anno i sindacati celebreranno questa Festa con sfilate, dibattiti, comizi, e ovviamente con l’ormai classico Concerto di Piazza S. Giovanni a Roma.

Ma la celebrazione, la Festa, la partecipazione solidale del e con il mondo del lavoro è sempre sentita come anche solo pochi decenni fa? I nuovi lavoratori la percepiscono come cosa che appartiene a loro? Si sentono al centro dei festeggiamenti? Oppure è diventata una occasione per gite, distrazioni, isolamento da tutto e da tutti, come avviene ormai per la Domenica trasformata in week end? Perciò anche il glorioso Primo Maggio non è più una festa da “santificare”?

Mi è capitato tra le mani un vecchio articolo del giornalista Gigi De Fabiani che ricordava come il padre, calzolaio artigiano, celebrasse con devozione quella ricorrenza. “Al primo maggio di quegli anni bui del fascismo che aveva cancellato dal calendario la festa del lavoro, il Carletto di Porta Romana non lavorava. Sempre aperto al ferragosto, sempre aperto a Natale, al primo maggio non piantava una “stacchetta” neppure ad una bella sposa. Nel retrobottega con la moglie e i due amici più fidati. Fiasco di Barbera sul tavolo con il cartoccio di paste raccontava la solita storia dei martiri del lavoro da Chicago in poi. Il Primo Maggio in famiglia a insegnare che a lui i prepotenti, gli arroganti e i padroni egoisti non gli erano mai andati a genio. A insegnare come bisognava essere amici della povera gente. Sveglia alla buon’ora perché lui, socialista di Turati, voleva che i figli con la mamma andassero a messa. Ma guai battezzare il primo maggio: la festa del lavoro non era né dei rossi né dei bianchi. Dopo aver ascoltato la Messa bisogna uscire dalla sacrestia. La festa è sulle piazze insieme ai lavoratori che lottano per il pane quotidiano. Chi fa la comunione deve essere in prima fila a fare gli scioperi”.

Questi erano i tanti Primo Maggio che anch’io ho conosciuto e vissuto: la messa delle Acli e poi in piazza per il comizio. Già in quegli anni settanta e ottanta, però, cominciava ad incrinarsi qualcosa. Non è il caso di ricordare la storia del nostro Paese, dall’iniziale volontà di unità sindacale alle ripetute stragi  alla nascita delle BR, dal martirio di sindacalisti giornalisti politici magistrati alle prime crisi aziendali alla iniziale messa in discussione di conquiste date per definitive, e la diversa valutazione circa gli strumenti e le strategie delle organizzazioni sindacali, fino alla nascita di sindacati autonomi i quali hanno indebolito le sigle tradizionali ma anche portato ad una visione più corporativa delle rivendicazioni.

Sta di fatto che la inflazione di sigle sindacali, l’organizzazione nuova del lavoro, l’inborghesimento della classe operaia, insieme all’incapacità generale di affrontare di petto questioni nuove, che rendevano meno stabile la società e il lavoro, hanno portato a considerare sempre meno interessante la celebrazione di questa festa. Non c’è stata capacita di attrarre sensibilizzare e responsabilizzare le nuove generazioni attorno all’impegno sindacale: lo sciopero, in certi periodi troppo inflazionato, non è più considerato uno strumento adatto. Salvo quando riguarda la nostra persona, la nostra categoria, le nostre rivendicazioni: allora si passa ad azioni eccessive (blocchi di strade e ferrovie, e tutto l’armamentario del caso).

Già per il Primo maggio del 1990, in cui tutto ci sembrava sereno e guardavamo con speranza al futuro dopo la caduta del Muro di Berlino e del regime sovietico, il Ministro del Lavoro Donat Cattin indicava alcuni punti ai quali non si è stati in grado di rispondere in modo adeguato: il buco nero della formazione professionale e la formazione continua, la libera circolazione della mano d’opera, patti sociali paralizzanti e impacci burocratici, sistemi di sicurezza sociale in crisi per via del processo di mutazione etica in senso individualistico e areligioso, ristrutturazioni radicali per il Servizio Sanitario e per il sistema pensionistico, sensibilità per il problema del decremento demografico legato a una politica della famiglia e natalista (per un impatto meno aspro con le spinte che vengono dall’espansione demografica extra-comunitaria), una svolta dell’occidente nella politica verso il terzo mondo (utilitaristica per un verso, ma ancor più doverosa sul piano morale perché senza solidarietà e giustizia non esiste la pace).

Noi abbiamo risposto a tutto ciò con il Concertone. Idea molto interessante e vincente per comunicare alcune parole d’ordine e alcuni valori di fondo del movimento sindacale ad una generazione che non avrebbe altrimenti ascoltato, compreso, magari condiviso l’impegno per il riscatto dei lavoratori, per il ruolo del lavoro nella società, per la lotta continua per ottenere rispetto garanzie opportunità.

Però il rischio è che lo strumento si trasformi in un evento chiuso in sé stesso. Vado al concerto perché mi diverto, perché ascolto musica offerta gratuitamente; poi tutto finisce, si torna a casa e, non tutti, al lavoro.

Non si è stati in grado (o il circolo mediatico e informativo lo ha reso ininfluente se non addirittura impedito) di trasformare il Concerto in proposte e azioni, dal giorno successivo; proposte e azioni che coinvolgessero l’intera società, che venissero registrate come preoccupazione e progetti per chi non lavora, per chi è in cassa integrazione o in mobilità, per chi non riesce ad inserirsi nel mondo del lavoro, per chi ha contratti precari e ridicoli.

Non è colpa dei Sindacati, o non è solo loro la colpa. I sindacati hanno anche dovuto difendersi da attacchi, sospetti, isolamenti. Anche se qualche autocritica va fatta; e tornare a svolgere prevalentemente il ruolo sindacale originario, più che quello di fornitore di servizi di patronato.

Il lavoro si è trasformato e tutto ne è condizionato; bisogna prenderne atto. Ma il prenderne atto non significa rassegnazione o accettazione, vuol dire invece ripensare a modelli, a progetti, a rivendicazioni che siano adatti alla situazione attuale, che servano anche alle partite IVA e ai disoccupati.

Perché come affermava ancora Carlo Donat Cattin “La semplice idea dei diritti e della giustizia per i deboli, per le classi, i ceti, i popoli subordinati che anima il Primo Maggio rimane carica di tutto il suo valore”.

Buon Primo Maggio a tutti!

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One thought on “Il primo Maggio non è solo un Concerto

  1. Purtroppo, il primo maggio, visto il continuo smantellamento delle tutele sociali e lo svilimento del lavoro dell’Uomo, considerato alla stregua di una qualsiasi merce, da rendersi quanto più economica possibile, ma, solo per alcune categorie, deve essere assolutamente rivalutato.
    Non mi risulta che si tengano concerti musicali: abitualmente, a San Giovanni in Laterano c’è un’accozzaglia di urlatori che emette rumori incivili, amplificati da orribili attrezzature elettriche, tuttavia, quest’anno, complice l’esposizione universale, a Milano, si esegue la Turandot di Puccini.

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