Il Pd dichiara guerra al Pd? In margine alla legge elettorale

Daniele Borioli (*)

ita

Riuscirà il PD a sopravvivere, dopo le lacerazioni prodotte in questi giorni dalla discussione sull’Italicum? Confesso che, oggi, dovessi scommettere tutto sul sì, non lo farei. Spero naturalmente di sbagliarmi. Ma è evidente che la frattura prodottasi in questi giorni nel corpo del Partito Democratico è, di gran lunga, la più grave nella sua relativamente breve storia.

Parlerò, naturalmente, della legge elettorale: il casus belli che ha fatto clamorosamente saltare la “tregua” siglata tra le varie anime del Partito in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica. Non voglio, tuttavia, lasciarmi sfuggire l’occasione di scattare un’istantanea alle radici antiche che affiorano dalle crepe allargatesi nell’edifico democrat.

Prima istantanea: l’amalgama mai riuscito tra le diverse culture politiche dalle quali è stata generata la nuova creatura e, peggio ancora, tra queste e le new entries, in primo luogo quelle legate all’irruzione di un paradigma di pensiero e prassi effettivamente molto dirompente rispetto al modello tradizionale di relazioni tra i partiti, quale quello importato da Renzi con la vittoria alle primarie dell’8 dicembre del 2013.

In tutti questi anni, il PD, invece di affrontare il difficile compito di impiantare la propria identità su un nucleo fecondo di nuova cultura politica, ha preferito attestarsi su una linea di galleggiamento minimale, consistente in una prudente convivenza per sottrazione. Fenomeno questo, molto visibile nel ricorrente richiamo/reclamo da parte degli esponenti di questa o quella famiglia di provenienza, a rivendicare per la propria tribù un’adeguata visibilità.

Ne è scaturito un partito a “identità debole”, impantanato pressoché su tutte le questioni “eticamente sensibili”, bloccato dai veti incrociati nell’afforntare anche un minimo avanzamento sul terreno di quei diritti civili che, in altri Paesi d’Europa, sono materia acquisita ormai da anni. O di sciogliere il nodo della collocazione del PD nell’ambito delle famiglie politiche europee. Non è una caso sia stato necessario l’arrivo di un giovane leader alieno,  per decidere in un lampo l’adesione del PD al PSE.

E non è un caso che questo passaggio sia andato pressoché in simultanea con l’arrivo tra gli elettori del Partito Democratico di un esercito di “ultracorpi” giunti dalle galassie ostili del centrodestra. Un’invasione che ha spiazzato tutti e spaventato molti, tra i quali inizialmente anche il sottoscritto.

Seconda istantanea: la difficoltà di comprendere, da parte dei genitori, la natura stessa del figlio messo al mondo. Incomprensione sorprendente, giacché quella natura stava scritta nei caratteri che sin dall’inizio si sono voluti conferire al nuovo soggetto politico. Scolpendoli nel suo Statuto.

Le primarie aperte quale strumento, prevalente rispetto alla militanza e alla selezione di leadership e premiership, la coincidenza tra le due funzioni, la spinta sul partito a vocazione maggioritaria: solo per citare alcuni degli elementi più significativi. Tutto ciò ha spinto inevitabilmente verso l’esaltazione del rapporto diretto, di stampo “presidenziale”, tra il capo e la base (partitica e/o elettorale).

Un modello che può anche non piacere, in particolare nell’interpretazione strong che ne fa Renzi, ma che viveva già nei palchi vuoti di Veltroni,  coreografati per l’esaltazione prometeica del leader; o ancora nell’accettazione della sfida, non necessaria e molto Ok Corral, accettata da Bersani con le primarie di fine 2012 per la scelta del candidato alla Presidenza del Consiglio. Ecco perché quando leggo di Bersani, che denuncia lo “snaturamento” del “suo” PD, per la verità un po’ trasecolo.

Come può, Bersani, non essersi accorto che sin dall’atto della sua costituzione il PD conteneva i geni per essere ciò che è diventato oggi? E ammesso che ciò che il PD è oggi sia male (almeno nel suo giudizio), perché non ha fatto quand’era segretario ciò che poteva fare per impedirlo? E siamo sicuri che sia male un PD che, pur perdendo un po’ della pretesa, e mai dimostrata, purezza della “Ditta”, strappi quote di consenso in quei settori di società che, nel nostro Paese, hanno sempre guardato alle ricette della destra populista?

Terza istantanea: l’esasperata ed esasperante litigiosità di un gruppo dirigente che non è mai riuscito a “essere comunità”. Né a trasmettere il gusto di “fare comunità” verso la base. Per cui non è sbagliato dire che, laddove in periferia i circoli riescono ad essere anche comunità solidale, ciò accade non grazie alla spinta che viene dal centro, ma nonostante le cattive pratiche di cui il centro fa sfoggio.

Del resto, questa tara ereditaria che non nasce certo ora ma pre-esiste a Renzi e forse allo stesso PD, si ritrova in tutta la vicenda storica del centrosinistra italiano nella cosiddetta “seconda Repubblica”: il dualismo Veltroni-D’Alema e D’Alema-Prodi, la pagina imbarazzante del siluramento di Marini e quella catastrofica dei 101 che inabissarono  Prodi. Le ostilità incrociate tra Fassino, D’Alema, Bindi, Bersani, Letta, che hanno impedito alle primarie del 2013 la ricerca di un candidato competitivo e hanno ulteriormente dato enfasi e voti alla marcia trionfale di Renzi.

I nodi stanno venendo al pettine. E non è detto che quando si scioglieranno non si sciolga anche il PD. Sarebbe una iattura, e per quanto mi riguarda farò di tutto perché ciò non accada. Ma escludere che possa accadere vorrebbe dire non vedere la gravità della situazione, e indebolire le forze necessarie a evitare che ciò avvenga.

Sulla legge elettorale provo a fare qualche esercizio di logica.

La legislatura attuale, forse non casualmente la XVII, ha rischiato di morire in culla. Ed è sopravvissuta sin qui solo grazie alla generosità di Giorgio Napolitano, che ha accettato il secondo mandato, a sola condizione che si facessero le riforme indispensabili al Paese. Tra queste la legge elettorale. Il Governo Letta ha messo le riforme al centro della propria agenda, prefiggendosi di arrivare a fine 2014 con le riforme fatte, per poi ridare la parola agli elettori.

All’inizio del 2014, quando Letta ha lasciato il campo, pur avendo fatto cose egregie sul fronte delle politiche economiche e sociali, sulle riforme strutturali e su quelle istituzionali e costituzionali stavamo all’anno zero, ed era evidente che Letta non ce l’avrebbe fatta a fare ciò che si era impegnato a fare, entro i termini stabiliti.

La sentenza della Consulta che ha affossato il “porcellum” è intervenuta perciò a sottolineare non solo l’inadeguatezza della precedente legge elettorale, ma a sancire su questo punto l’inconcludenza del Parlamento e del Governo. Quando si stigmatizza come “inutile” la fretta di Renzi, si dimentica che prima dei quattordici mesi trascorsi dal suo insediamento, era già passato quasi un anno dall’avvio della legislatura, senza che nulla fosse non solo concluso ma neppure avviato.

Che il premier possa nutrire, quindi, qualche timore nei confronti della capacità del Parlamento di far fronte, da solo, all’impegno assunto nel momento dell’elezione di Napolitano, può essere improprio e generare il comprensibile risentimento dei parlamentari. Ma non è poi così strano se si guarda all’antico adagio per cui “chi è causa del suo mal pianga se stesso”.

Diciamo così: giusto ricordare che le leggi elettorali le fanno i Parlamenti. Ma anche avanzare il dubbio che, se il Parlamento avesse fatto per tempo il suo dovere, sarebbe stato più difficile per il premier, intervenire di propria iniziativa e stravolgere un testo  già affidato all’esame delle Commissioni e dell’Aula.

Passando all’Italicum, vale la pena ricordare che nel marzo dello scorso anno la Camera approvò una versione di quella legge molto più squilibrata dell’attuale: sbarramento all’8% per l’accesso, con rischio di estinzione parlamentari delle forze minori; premio di maggioranza al 37%, con il rischio di ribadire il vizio di incostituzionalità già sanzionato nel “porcellum”; listini completamente bloccati, senza alcuna possibilità di esprimere preferenze; pressoché nessun elemento di equilibrio di genere.

Gli stessi esponenti PD che oggi parlano di tradimento della democrazia, allora votarono quel testo, chiedendone sostanziali modifiche nel passaggio al Senato. Modifiche che sono, in parte rilevantissima, intervenute: sbarramento al 3%, premio di maggioranza al 40%, equilibrio di genere 40%/60% per i capilista; selezione attraverso le preferenze degli eletti successivi al capolista bloccato.

Rispetto al voto dato più di un anno fa alla Camera, dunque, abbiamo un testo di gran lunga migliore. Che però taluni dicono di non voler votare in quanto si tratterebbe di un vero e proprio attentato alla democrazia. Volendo assumere il punto di vista di coloro che fanno questo ragionamento, si potrebbe dire: “un attentato alla democrazia non si può votare”, anche se, usando lo stesso parametro, si è votato poco più di un anno prima un bombardamento atomico, che avrebbe la democrazia l’avrebbe del tutto polverizzata.

Dov’è la logica?

La risposta più avveduta la dà chi argomenta: “il punto non è la legge elettorale in sé, ma il combinato disposto tra la legge elettorale e la riforma costituzionale che riduce il Senato a un’assemblea di nominati”. I nominati sarebbero i Consiglieri Regionali, che quasi ovunque sono eletti con le preferenze: e cioè con lo strumento di sovranità che si vorrebbe applicare in modo estensivo alla legge elettorale per le politiche. La logica prende una storta.

Non solo, ma proseguendo claudicante inciampa nel programma dell’Ulivo, che immaginava, alla tesi n. 4, la trasformazione del Senato in una “Camera delle Regioni”, i cui componenti avrebbero dovuto essere consiglieri regionali che conservavano la loro carica in Regione per tutta la durata del loro mandato parlamentare.

In più, tutta la stagione dell’Ulivo è stata contraddistinta dal tentativo di rafforzare, anche per via elettorale, il versante della governabilità magari a discapito di qualche quota di rappresentanza. Né mancano, in proposito, elaborazioni di fonte ulivista che puntano al rafforzamento, anche per via costituzionale, dei poteri del Presidente del Consiglio.

Una sorta di “renzismo ante-Renzi”, che non ha tolto ovviamente la possibilità di aver cambiato idea, nel frattempo. Ma che rende difficile raccontare ora che quanto si sta facendo metta una mina sotto l’edificio democratico. A meno che non si voglia iscrivere anche Prodi agli elenchi di Gladio o di qualche altra associazione eversiva.

Infine. Qualche spigolatura, sempre in tema di logica.

La prima. Sorprende vedere come l’argomento dell’illegittimità del ruolo esercitato oggi da Renzi, in quanto “non eletto dai cittadini”, prima brandito solo da Grillo e Brunetta, oggi abbia preso quota nel campo interno del PD. Dopo gli sforzi fatti tra il 2011 e il 2014 (governi Monti e Letta) da Bersani e dagli altri dirigenti, per spiegare come tale ragionamento non avesse senso in una Repubblica parlamentare, è amaro constatare come la vis polemica possa trascinare verso argomenti privi di senso.

Senza considerare quanto sia paradossale vedere chi dice di voler difendere i pilastri costituzionali della repubblica parlamentare affannarsi a rimproverare a Renzi la mancanza di un requisito che, per attuarsi, richiederebbe il passaggio a una repubblica presidenziale.

La seconda. Per tutta la discussione al Senato della legge elettorale, approvata con i voti di Forza Italia, parte della minoranza PD ha attaccato il Governo e la maggioranza del Partito, in ragione del “vergognoso patto del Nazareno” che sorreggeva l’approvazione di quel testo, sostenendo al tempo la tesi secondo cui la legge elettorale sarebbe stata il “cavallo di Troia” recante in pancia un “ancor più vergognoso patto” tra Renzi e Berlusconi per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Crollato clamorosamente quel castello di carte con l’elezione di Mattarella, e mandato in soffitta il “patto del Nazareno”, le stesse componenti della minoranza impugnano ora l’argomento, in teoria ragionevole se non fosse venato dal retrogusto della strumentalità, per il cui le riforme si fanno con le opposizioni: quindi anche con Berlusconi, quindi anche con il “patto del Nazareno”?

Sarebbe bello potersela cavare con qualche giochino verbale e concludere con Flaiano che “la cosa è grave ma non seria”. In realtà la cosa è serissima. Ciò cui stiamo assistendo, nella convulsa dialettica che attraversa il PD, generando disorientamento tra elettori e militanti, è il manifestarsi di una crisi profonda, che può essere superata solo con un assunzione collettiva di responsabilità.

Dice Letta che Renzi rischia di vincere sulle macerie. Ma le macerie recano su ogni frammento il nome di uno dei responsabili del crollo. E nessuno può pensare di chiamarsi fuori. Anche perché il crollo del PD, in questo momento, porterebbe con sé il ritorno del Paese alla casella di partenza, dopo i sacrifici  fatti in questi anni e proprio ora che si comincia a intravedere una via di uscita dalla crisi.

Siamo sicuri di poterci permettere questo “Risiko”?

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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