Misericordia vo’ cercando

Dario Fornaro

berIl ripetuto ritorno di Papa Bergoglio sul tema della misericordia divina – confermato dall’indizione dell’anno santo ad essa dedicato, ha colto di sorpresa un gran numero di cattolici e laici. Per i credenti  in ragione, suppongo,  della disabitudine di lungo corso a soffermarsi sul concetto e la portata della “misericordia”, assunta in età catechistica e memorizzata come una sorta di “santa ovvietà” nel novero degli  attributi riconosciuti ed esaltati in Dio Padre. Per molti, ad esempio, misericordia e perdono si possono considerare praticamente sinonimi: perdono in una accezione interpersonale, misericordia quale afflato, stato d’animo che comprende il perdono ma abbraccia una dimensione più ampia e complessa (cosmica?) dell’amore riversato da Dio all’umanità.

Il Papa richiama dunque alla riscoperta, teologica e quotidiana, del concetto cristiano di misericordia, a rischio anch’esso di deformazioni semantiche ad uso dialettico, tipo misericordia-carità ovvero misericordia-compassione (un precedente illustre riconnette, contrapponendoli, bontà e buonismo).

La necessità di procedere a tale riscoperta, comprensiva di attualizzazione al terzo millennio, si manifesta non solo a livello “alto”, o di fede vissuta, ma anche  a livello di dibattito politico-culturale, laddove capita ad esempio  di trovare polemicamente evidenziata l’antinomia tra “misericordia-carità” e “diritti-giustizia”, nonché l’uso opportunistico dell’enfasi  posta sul primo termine a scapito del secondo. E’ questo il nucleo della constatazione/contestazione che Adriano Prosperi (polemista di vaglia e professore emerito di Storia moderna alla Normale di Pisa) indirizza – in “Left” dell’11.04 – agli epigoni della sinistra italiana, approdati al governo ma distratti, o dimentichi, con astuzie gattopardesche, delle classi popolari antico serbatoio di consensi.

Fin dal titolo (“Misericordia e carità al posto di diritti e giustizia”) si intuisce che il fiero lamento arriverà – come in effetti arriva nella seconda parte dell’articolo – a investire la “nouvelle vague” pontificia, stile e predicazione. Sotto il profilo concettuale (o fideistico, per chi lo condivide) non mi sembra corretto o producente inalberarsi se qualcuno scorge antinomie o “disallineamenti” – per andar giù di metafora – tra principi e valori  che qualche millennio di civiltà in cammino, religioni comprese, ci ha consegnato, invero confusamente o in bozze successive. D’onde tocca all’uomo, alla sua coscienza, alla sua intelligenza districarsi tra i postulati che gli si propongano con incerte connessioni e dubbie consequenzialità. Qui, su questo terreno scosceso, impattano – con le numerose combinazioni e gerarchie che la storia ci segnala – i quattro valori evocati dal Prosperi  nel segno di una problematica convergenza  di scelte e comportamenti.

Peccato che poi l’acceso polemista prenda decisamente il sopravvento e se ne vada per le trippe vagheggiando una sorta di inespresso, ma funzionale, “entente cordiale” papo-renzista (e rispettivi potentati)  per  “restaurare una nuova età democristiana dove la carità prevarica sulla giustizia e la misericordia ha la meglio sui diritti”. Gli eccessi di dimostrazione sono per lo più irricevibili o sospetti; comunque indigesti.  Sorry, sarà per un’altra volta.

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