Se la storia è maestra, non ripetiamo gli errori

Carlo Baviera

priHo da poco terminato la lettura del libro La Scintilla di Franco Cardini e Giorgio Valzania, che tratta del periodo e degli scontri militari e diplomatici precedenti e propedeutici la Prima Guerra Mondiale.

Libro non solo interessante e dettagliato su molti aspetti, ma anche utile per riflettere sulle conseguenze, a volte non del tutto considerate, prodotte da decisioni che paiono inevitabili.

Mi inoltro in alcune riflessioni, a voce alta, consapevole di non essere esperto riguardo alle problematiche e anche cosciente che il progredire di azioni criminali, terroristiche, inumane degli jihadisti, di Boko Haram, e di Al Quaida spingono i governi ad assumere decisioni straordinarie per bloccare minacce, attentati, stragi, eliminazioni selvagge che inorridiscono, ma soprattutto si fanno di giorno in giorno più concrete e pericolose. Anche se, a differenza del nazismo, non ci troviamo di fronte ad un esercito e ad un “nemico” preciso; a volte il pericolo lo abbiamo in casa e lo si è sperimentato a Parigi come a Tripoli, a volte colpisce occidentali e cristiani, ma altre volte si accanisce con persone arabe e di fede musulmana.

Torniamo al libro e alle riflessioni. Nell’introduzione si afferma che quell’episodio (la guerra italo-ottomana che noi chiamiamo guerra di Libia del 1911 non sia così “secondario” nella genesi del conflitto 1914-1918 e quindi anche del “tramonto dell’Occidente” europeo e “origine di gran parte dei problemi che oggi occupano minacciosamente il proscenio di questo XXI secolo”. Ci si sofferma su quelle che vengono definite “concause” come la questione sociale affermatasi in molti paesi europei (inurbamento, sfruttamento delle masse, nascita di sindacati, leghe, cooperative) e l’affermarsi elettorale di partiti di sinistra o di ispirazione cristiana, le quali richiedevano di spostare l’attenzione popolare e fornire motivazioni patriottiche a sostegno delle classi dirigenti. E si ricorda anche che nel 1906 ebbe luogo la prima rivoluzione russa con la concessione della Duma da parte dello Zar, e che nel 1908 l’impero ottomano fu scosso dai moti provocati dal comitato dei Giovani Turchi che anche in questo caso portò alla concessione di diritti costituzionali.

A questo punto, questo è ciò che interessa anche per l’oggi, entra in gioco uno statista definito “di grande levatura”, Giovanni Giolitti, il quale comprendeva l’esigenza di “rendere il Paese più moderno e la Stato più capace di fornire servizi di nuova natura ai suoi cittadini” (creare le basi per un sistema previdenziale nazionale, l’allargamento della scolarità, forme più avanzate di sfruttamento della terra, nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita) e la necessità di associare le forze popolari alla conduzione dello Stato (socialisti moderati e cattolici), oltre ad una legge elettorale più rappresentativa. Se “il programma di Governo si presentava quindi sbilanciato verso sinistra Giolitti riteneva fosse necessario un contrappeso” per ammansire la destra. “La guerra rappresentava lo strumento utile per avvicinare i nazionalisti e tranquillizzare la destra agraria” perché la Libia costituiva possibilità di sfruttamento di terreni agricoli e per investimenti giganteschi. “Giolitti può essere ritenuto il primo statista europeo a considerare la guerra come strumento di gestione della politica interna” e ciò che provoca rincrescimento è che i cattolici “furono in prima linea a sostenere la guerra” nonostante la ferma opposizione del Pontefice.

Prima riflessione: la guerra non come ultima ratio, ma usata per scopi diversi, per altri disegni politici. Quando si parla oggi di interventi umanitari, di prevenzione dagli attacchi, di necessità di difendere chi è in pericolo, si è sempre onesti e trasparenti oppure ci si nasconde dietro concetti umanitari per perseguire politiche di altro genere? Con ciò non intendo negare l’urgenza di bloccare persecuzioni e terrorismo.

Seconda riflessione: il favore dei cattolici si ripeterà (pur dopo una iniziale perplessità e lodevoli tendenze neutraliste) anche di fronte al conflitto ‘15/18; anche in questo caso con la contrarietà di papa Benedetto XV. Si è scritto e spiegato che quella adesione fornì ai cattolici il lasciapassare per dimostrare di essere cittadini italiani a pieno titolo (dopo la costituzione dello Stato Italiano realizzato contro lo Stato Pontificio e contro la presenza sociale ed educativa della Chiesa) e per dichiarare di fatto la fine del non expedit. Mi chiedo: per dimostrare l’appartenenza piena e convinta ad una nazione, ad un popolo, e per partecipare alla cittadinanza piena di uno Stato, i credenti (di qualunque fede) devono appoggiare le scelte militari e supportare le azioni di guerra?

Torno al libro “La scintilla” e alle sue conclusioni (terza riflessione). “La guerra del ’14 avrebbe potuto essere evitata. Alcuni Paesi avrebbero potuto preferire la soluzione dei problemi interni attraverso un’adeguata politica sociale. Si preferì la strada della demagogia irredentista, del revanscismo: ottimi mezzi per distogliere le masse dai veri problemi”. Mi pare che siano considerazioni valide anche oggi, quando invece chi le proponesse sarebbe tacciato di debolezza, di non avere spina dorsale, di essere un imbelle. Non sarebbe forse meglio, mentre si resta attenti ai pericoli terroristici ed espansionistici che sono portati alle nazioni libere, all’occidente, ai popoli incamminati verso condizioni di maggiore democrazia, che l’Europa si preoccupi di risolvere la questioni sociali attuali in modo saggio, e senza trattare i propri cittadini come nuovi proletari o analfabeti? E senza spingere Stati in difficoltà verso la protezione di Cina e Russia.

Se è l’Italia, cito sempre le pagine del libro, e la guerra di Libia ad aver dato il via al tramonto dell’Occidente incentrato sulla centralità politica dell’Europa, non va dimenticato che la “modernità” che si affermò in quel periodo “fondata sul primato dell’individuo, sulla forza dell’economia e della finanza, sulla formula produzione-consumo-profitto, sulla ricolonizzazione gestita dalle multinazionali” è diventata desueta “non vanno comunque dimenticati i molti e gravi problemi ai quali si cercò di rispondere con le armi: quello sociale anzitutto, insieme a quello rappresentato dallo sfruttamento coloniale con l’alibi della superiore civiltà occidentale”: e siamo alla quarta riflessione.

Come nel gioco dell’oca, dopo un secolo, rischiamo di ritrovarci al punto di partenza, magari più delusi e meno speranzosi. Non ho ricette e non compete a me suggerirne, ma a spanne temo che come allora anziché politiche sociali, economiche e industriali espansive ci si continui ad avvitare su rigore e tagli; che si lavori per far fallire la costruzione dell’Europa Federale anziché alimentare il “patriottismo” europeo.

Ma soprattutto temo che ci siano forze che operano per  rendere inevitabile lo scontro di civiltà; e che come allora anche i socialisti moderati, e i  cattolici rischiano di scivolare su posizioni interventiste per non sembrare cittadini imbelli e paurosi. Mentre servirebbe rilanciare alla grande il pensiero importante dei neutralisti cattolici di inizio secolo XX e quello  di Igino Giordani, di Mazzolari, di LaPira; di riproporre l’insegnamento di socialisti e liberali che si schierarono conto l’intervento. Ho letto da qualche parte che “La stragrande maggioranza degli Italiani era contro la guerra, ma incapace di opporsi”; purtroppo finisce sempre così, le minoranze violente impongono il loro volere alla maggioranza pacifica.

Termino, per venire all’oggi, riprendendo da Famiglia Cristiana  del 22 marzo 2015 Fulvio ]Scaglione: “Ogni volta che facciamo i conti con la persecuzione dei cristiani e con l‘addolorato sdegno di Papa Francesco, parte la corsa a far dire al pontefice o ai suoi collaboratori che è lecito, forse auspicabile,  fare la guerra… ma la dottrina sulla guerra è sempre quella del catechismo della Chiesa Cattolica”. E io aggiungo quella del Concilio, delle Encicliche, e dei Messaggi per la Giornata Mondiale per la Pace.

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