Remo Alloisio: un partigiano calciatore

Gian Piero Armano

festa-della-liberazione

Aprile è il mese che richiama ogni anno attenzione e partecipazione a numerose iniziative e manifestazioni che riguardano la Resistenza e la vita partigiana. E’ il mese in cui si ricorda il 25 aprile come giorno della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal fascismo e, per noi alessandrini, in questo mese – 6/7 aprile 1944 – cade l’anniversario dell’eccidio dei partigiani della Benedicta. Si tratta quindi di un mese che ci sollecita a ricordare, a riflettere e anche a festeggiare. Ma si sa (siamo in Italia!) che non mancano ogni anno le provocazioni o le beghe che finiscono per nuocere al valore della memoria resistenziale: si veda l’esposizione del vessillo della Repubblica di Salò appeso sui ponteggi del cantiere dei Quartieri Militari a Torino, di fronte al Museo diffuso della Resistenza; o la querelle che si scatena ogni anno se la Brigata Ebraica possa o no partecipare alle manifestazioni del 25 aprile; o le polemiche su chi debba fare il discorso ufficiale…se è di sinistra… poco di sinistra… o troppo di sinistra…

Se poi si aggiunge a tutto questo la scarsa partecipazione dei cittadini, soprattutto giovani, alle manifestazioni, si corre il grave rischio che, con il passare del tempo, i valori che la Resistenza ha dato, vengano dimenticati.

Ma in questo intervento vorrei ricordare la testimonianza un po’ particolare di un partigiano ovadese, nonché calciatore e anche di buon livello, che fa parte di quel mondo sommerso dell’esperienza resistenziale che molte volte sfugge ai più.

Remo Alloisio: è nato nel 1929 e proviene da una famiglia numerosa e tutta “partigiana”. Il padre Giovanni, nome di battaglia “Luigi”, fu antifascista fin dalla prima ora, condividendo gli ideali di “Giustizia e Libertà” e del Partito d’Azione. Fu il primo che a Ovada, nell’ottobre 1943, diede inizio ad uno dei C.L.N. più operativi della provincia, in collaborazione con Vincenzo Ravera e Giulio Ighina, rappresentanti del PCI, e con altri rappresentanti politici, mantenendo stretti rapporti di amicizia con Calamandrei, Parri, La Malfa e Livio Pivano. IL suo antifascismo e la sua volontà di azione coinvolsero tutta la famiglia: la figlia Stefania, nome di battaglia “Bianca”, ebbe un delicato e rischioso incarico a Torino per G.L. nell’”ufficio K” con il compito di organizzare l’assistenza ai detenuti partigiani, di occuparsi degli scambi dei prigionieri e di organizzare le evasioni di partigiani dalle varie carceri. L’altro figlio, Sergio, militò nelle file della X Divisione G.L. comandata da Giorgio Bocca.

La famiglia Alloisio si preoccupò in prima persona del sostentamento dei partigiani della zona della Benedicta fornendo loro farina, pasta ed altri generi alimentari, mantenendo uno stretto contatto collaborativo con l’amico Giuseppe Merlo che, insieme con Giancarlo Odino, guidava una delle prime bande che sorsero attorno al monte Tobbio. La casa degli Alloisio ad Ovada fu la base logistica di rifornimento e di collegamento dell’attività partigiana della zona, era chiamata scherzosamente il “comando tappa partigiano”.

Il momento più delicato fu, quando “Luigi”, nei giorni di Pasqua 1944, in conseguenza della sua attività resistenziale, fu arrestato e messo a confronto diretto con Giancarlo Odino che si trovava già agli arresti: non si tradirono, dimostrando coraggio e lealtà. Le conseguenze di quel confronto furono terribili: Giancarlo Odino verrà fucilato al Passo del Turchino, “Luigi” liberato riparerà nelle Langhe con il compito di organizzare le divisioni G.L. del territorio astigiano e alessandrino; la moglie Rita e i due figli Remo e Sergio saranno incarcerati a Novi Ligure e rilasciati il 7 febbraio 1945.

Remo, allora, aveva poco più di 14 anni, frequentava ogni giorno il liceo a Genova e il suo andare e venire nel capoluogo ligure gli consentì di fare da staffetta per stabilire e mantenere i contatti tra il C.L.N. della zona di Alessandria e quello ligure. Il padre “Luigi” si preoccupò di dargli subito un nome di battaglia che fu “Pinocchio”.

Finita la guerra, Remo giocava al pallone e i dirigenti dell’U.S. Alessandria, allora in serie C, lo ingaggiarono e restò a difendere i colori grigi per un anno. Poi passò al Varese, sempre in serie C, che aveva come presidente l’industriale Borghi e lì maturò e dimostrò tutte le sue doti calcistiche, a tal punto che i dirigenti dell’Inter gli proposero di entrare nella società nerazzurra.

Ma per “Pinocchio” fu fatale un mattino, quando trovandosi nelle vicinanze di un edificio scolastico a Varese, osservò gruppi di studenti che andavano a scuola. Pensò alla sua vita di calciatore, a quanto guadagnava, ai privilegi che poteva avere, ma si rese conto di quanto poteva essere effimero il mondo del calcio… e così decise di rifiutare l’offerta della società nerazzurra e di riprendere gli studi, di frequentare l’università e di laurearsi in Farmacia e di esercitare la professione di farmacista fino a pochi anni fa. Non abbandonò il calcio, ma decise di continuare a giocare in squadre minori, meno impegnative e che non impedissero di studiare e di prepararsi ad un avvenire diverso.

Infatti, oltre che farmacista, coltivò interessi diversi: divenne cultore e critico d’arte, pubblicando anche un libro dal titolo “Il catalogo strumento dell’arte”; inoltre divenne un testimone presente nelle scuole genovesi per far conoscere ai giovani l’esperienza della Resistenza.

Ma la sua pubblicazione più interessante è stata quella del marzo 1981 in cui ricorda la figura del papà, che ha per titolo “Luigi è stanco”, nella quale viene tratteggiata la figura di una persona che dimostrò di essere parte attiva e coinvolgente nella lotta partigiana e nell’impegno sociale dopo la guerra. Per non cadere nella retorica o nell’eccesso di esaltazione del papà, Remo Alloisio ha voluto raccontare suo padre in un modo semplice e diretto, raccogliendo alcuni suoi articoli pubblicati in tempi e giorni diversi, alcune sue lettere inviate a personaggi politici o ai familiari, testimonianze di amici e compagni di lotta scritte prima e dopo la sua morte avvenuta nel 1956.

Il titolo del libro “Luigi è stanco” è la trascrizione del messaggio con cui gli alleati, per mezzo di Radio Londra, avevano segnalato ai partigiani il lancio di armi e munizioni nella zona della Benedicta (gli aviolanci furono soltanto due, insufficienti per le esigenze di centinaia di partigiani sparsi nella zona).

Dal libro si rivela la devozione filiale di Remo verso il padre, ma anche l’alta statura morale di chi ha creduto, ha lottato, ha sofferto per una società più giusta e più libera; un esempio di persona il cui spirito di sacrificio non ha rivendicato compensi, il suo amore per il bene comune non ha preteso posti di potere. Durante la guerra e nel dopoguerra “Luigi” si preoccupò di non apparire mai, non cercò incarichi e minimizzò sempre il suo impegno e la sua dedizione che, in realtà, furono importanti.

Quanto sarebbe interessante ed utile se il 25 aprile o qualsiasi altra manifestazione di memoria resistenziale, sapesse toccare la coscienza di tanti cittadini per far assumere responsabilità, impegni, scelte che aiutino ad uscire dal grigiore di questi giorni, perchè la vera memoria è creativa, è recupero del passato per la fecondità dei nostri giorni. Purtroppo il nostro tempo soffre di perdita di memoria e tante volte ci si aggrappa al passato come se fosse una tradizione mummificata. Ma non deve essere così: ciò che è stata la Resistenza deve aiutarci ad interpretare le situazioni che viviamo per essere più coerenti e più capaci di offrire segni di speranza nell’oggi in cui viviamo.

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