Buona scuola, buon’anima

Domenicale Agostino Pietrasanta

scL’accostamento del titolo non è casuale; è del tutto voluto ed evoca, con conseguente evidenza inquietanti esiti funerei. Di questo passo, la buona scuola, o più semplicemente una scuola sufficientemente capace di perseguire i suoi fini, non potrà essere, proprio come la buon’anima, nel migliore dei casi, che un solo ricordo. E questo, perché è né più né meno che sui fini che, nel gran discutere che si fa sul sistema formativo, si rimuove qualsiasi preoccupazione.

Il premier ha annunciato che la scuola costituisce una priorità, ma quando si passa a preparare una normativa adeguata, si cade nelle più confuse contraddizioni. Resta ovvio che per una buona scuola ci vogliono, per intanto degli insegnanti adeguati, nel numero e nella qualità. E Renzi annuncia che ne vuol assumere e stabilmente almeno centoquarantamila; poi nelle norme predisposte si scende a centomila; poi il “tesoro” sostiene di avere disponibilità per solo cinquantatremila assunzioni. Se fossi nei panni dei cento quarantamila, i quali hanno acquisito tutti i titoli anche post/universitari per l’assunzione, indicherei al “tesoro”, le possibilità che sarebbero offerte da una adeguata, quanto realistica lotta alla corruzione, ma per fortuna non sono al loro posto: posso solo constatare che non appena si scende nella realizzazione, non si riesce ad incidere per una adeguata soluzione; e sulla strada della buona scuola siamo ad un primo intralcio.

Ancora. L’esecutivo annuncia che vuole individuare, nella figura e nella attività dirigenziale del preside il responsabile della qualità. Si tratta di un dirigente, provveda! Mi chiedo: a che cosa? All’adeguata competenza dei singoli docenti? Siamo al secondo intralcio. Il preside è laureato in una disciplina; come fa ad assicurare le diverse competenze disciplinari richieste da un qualsiasi curriculum secondario inferiore e superiore?

Qui, però le cose si complicano per una questione fondamentale che tutti conoscono, ma che nessuno vuole ammettere, soprattutto dopo l’ubriacatura sull’antinozionismo di ideologica impronta. E si tratta dell’intralcio fondamentale: quello che si rifiuta di fare chiarezza sul punto specifico delle competenze disciplinari indispensabili per assicurare i fini del sistema formativo: conferire competenze, abilità, autonomie attraverso i saperi ed i contenuti di cultura. Per la verità, qualcuno ha inteso che non si apre nessuna prospettiva al riguardo se non si promuovono docenti capaci e se non se ne valuta il merito e non solo l’anzianità. E qui casca un altro intralcio, assolutamente connesso al precedente. Intanto non si può sostituire l’anzianità col merito: gli stipendi degli insegnanti sono tanto vergognosi che sopprimere l’anzianità ed i relativi scatti sarebbe persecutorio. Tuttavia anche un riconoscimento del merito sarebbe indispensabile; ed il discorso si riallaccia alla responsabilità del preside e delle sue competenze disciplinari, limitate di norma alla laurea di riferimento.

Ci avviamo così alla conclusione che valuta un sistema complessivo inadeguato e che non vuole rendersi conto del problema e, di conseguenza, non riesce a porvi rimedio. Mi limito ad una proposta a cui nessuno farà caso. Si lasci pure al preside la responsabilità di un percorso che controlli il merito del docente, ma con gli adeguati supporti. Forse basterebbe uno staff di tre persone per ogni disciplina o gruppo di discipline affini composto da preside, da un  pedagogista, ma soprattutto da un docente universitario di area disciplinare che valuti periodicamente l’aggiornamento culturale e didattico e darne giudizio per il riconosci,mento del merito, lasciato in ultima istanza (questo sì), al preside.

Tuttavia, e veniamo all’ultimo intralcio tra i parecchi che potrei ancora citare, la competenza culturale esige un percorso di aggiornamento che permetta una didattica fondata sugli esiti e sui risultati della ricerca scientifica di ambito disciplinare: richiede in altre parole che i risultati della ricerca non restino chiusi nell’accademia, nelle biblioteche universitarie o, peggio ancora nei cassetti riservati. Ci vuole un rapporto efficace tra la ricerca e la didattica salvo ritrovarsi, nei migliori dei casi, relegati ad un insegnamento manualistico ed obsoleto, senza respiro e senza spendibilità neanche sul mercato del lavoro.

Ma di tutto questo non trovo cenno né nelle preoccupazioni dell’esecutivo, né nel dibattito parlamentare, né nelle valutazioni dei media.

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One thought on “Buona scuola, buon’anima

  1. Volendo dare un’interpretazione non funerea al titolo del lodevole articolo, buona scuola e buon ‘anima sono strettamente collegate: infatti, una buona scuola contribuisce a fare sì che la persona formatasi alla medesima abbia anche una buon’anima, o, quanto meno, un’anima migliore di quella con cui si era presentato all’inizio del corso.

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