La strage e le radici cristiane

Domenicale Agostino Pietrasanta

jaAlcuni gruppi di Jihadisti somali hanno catturato in Kenya, in un campus universitario, parecchie centinaia di studenti, poi fatta una scelta tra quelli di religione cristiana e quelli di fede islamica, hanno liberato i secondi e sgozzato i primi. Ne parlano un po’ tutti i media e non manca chi rileva il livello inquietante oltreché tragico degli eventi. Certo, se avessero ucciso anche i mussulmani sarebbe stato peggio, ma la vicenda resta in sé devastante, per una serie di considerazioni che coinvolgono anche l’Occidente.

Intanto è da rilevare che la persecuzione dei Cristiani ha raggiunto un livello da cifre spaventose; se non mi attardo è perché le fonti, al riguardo, differiscono, ma concordano sulle diverse vittime che superano il centinaio per ogni mese dell’anno. Inoltre, benché le stragi non siano solo perpetrate nei Paesi e dai gruppi di matrice islamica, questi ultimi sono percentualmente i più impegnati nella carneficina. Si tratta di semplice constatazione di fatto, su cui non è il caso di insistere per convincere gli “increduli” più incalliti.

E tuttavia mi colpisce la lucida osservazione di chi si chiede se le summentovate stragi vogliano colpire la religione di Cristo o un Occidente, considerato a torto o a ragione, il luogo del suo principale riferimento. Qualcuno riuscirebbe a vedere nelle persecuzioni una reazione, sia pure censurabile, ai processi di una evangelizzazione che si è spesso servita della colonizzazione. Ora, quando questo sia avvenuto, al netto di ogni considerazione sui Paesi interessati al processo non sempre identificabili e tanto meno riducibili a quelli di prevalente religione islamica, ci sono ben altre considerazioni da fare. La più cospicua riguarda il cammino delle Chiese cristiane e cattolica in particolare, sulla via dell’inculturazione e sulla formazione di un clero indigeno che fin dall’inizio del secolo scorso ha liberato le vie dell’evangelizzazione da quelle del colonialismo. Già Benedetto XV con la “Maximum illud” del 1920 ha fondato la missione sull’iniziativa del clero locale e già prima del Concilio Vaticano II, alcune centinaia di vescovi erano di provenienza indigena. La  sicumera di certo laicismo nostrano dovrebbe tacitarsi, almeno quanto basta per prendere atto che la Chiesa, verso la cui gerarchia non abbiamo mai risparmiato, se del caso, alcune perplessità, sullo specifico ha marcato un distacco ormai secolare dalle responsabilità del colonialismo. Il fatto è che gli interessi ideologici, economici e politici, che si avvalgono dell’estremismo islamista hanno capito (e credo si illudano di arrivare a risultati cospicui se non definitivi) che per dominare l’Occidente bisogna colpire il Cristianesimo, ma non per le sue responsabilità crociate, per quanto reclamizzate ad uso della base dei terroristi, ma per le radici cristiane della sua cultura. Mi viene quasi di conseguenza ricordare che De Gasperi richiamava lo spirito evangelico della “libertà, fraternità, uguaglianza”, trinomio ideale che sta alla base della nostra contemporaneità.

Paradosso clamoroso: le radici cristiane dell’Europa e dell’Occidente, riconosciute dai suoi persecutori e non dall’intelligenza laica del continente fondativo della tolleranza e della libertà.

C’è tuttavia un aspetto anche più clamoroso: a fronte della violenza persecutoria, non sento, almeno nella generalità dei casi, la voce di coloro che pretesero, talora ottenendo, che si togliessero i crocifissi dai luoghi pubblici, con la motivazione che si faceva violenza alla libertà ideologica e religiosa. Immaginate un po’: il Crocifisso! Il segno ed il protagonista della salvezza, nella oblazione e nel sacrificio del genere umano per i credenti cristiani; e tuttavia per tutti gli uomini che pensano, la vittima della lotta alla prepotenza del potere.

Amici e compagni del laicismo difensori della tolleranza e della libertà che ne pensate? La violenza della vittima è sul serio sostenibile?

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