Ci ha stupito

Carlo Baviera

papIl direttore di Agensir Domenico Delle Foglie, scrivendo del secondo anniversario dalla nomina di Papa Francesco, diceva “ci stupirà ancora”. Ed ecco, nello stesso giorno (13 marzo), Bergoglio ha stupito prendendo in contropiede: ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Sarà un Anno Santo della Misericordia. Lo vogliamo vivere alla luce della parola del Signore: <Siate misericordiosi come il Padre>.

Tutti, per parte mia lo confesso è così, pensavamo a qualche gesto o iniziativa, se non clamoroso almeno con qualche impronta particolare per un pontificato già ricco e innovativo. Si attendeva l’annunciata Enciclica sulla questione ambientale: di lì potrebbero venire importanti indicazioni sul cambiamento di approccio o su come modificare i comportamenti quotidiani.

Tutti speravamo o attendevamo decisioni di impatto mediatico rispetto alla persecuzione di cristiani, o all’aggressione violenta e criminale del terrorismo jihadista, perché si fermi la mano assassina, e la parallela distruzione di patrimoni culturali e artistici millenari.

Tutti immaginavamo parole sempre più incisive riguardo alla questione lavoro, alla sua mancanza, alle modalità di lavorare che limitano diritti e dignità, alla scarsità di reddito per gruppi sempre più numerosi di cittadini, alla necessità di aumentare i servizi sociali e sanitari.

Tutti eravamo interessati a capire, dopo che il Papa ha dichiarato che gli insegnanti devono essere retribuiti meglio, quale fosse la sua visione di scuola, il ruolo rivendicato per le paritarie, gli interventi suggeriti per diminuire l’abbandono scolastico, ecc.

Tutti ci auguravamo sollecitazioni, qualunque fosse la modalità scelta, per rilanciare il cammino comunitario dell’Europa e il rafforzamento degli organismi democratici che la devono governare.

Ci attendevamo, anche in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia e del Convegno Ecclesiale Nazionale “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, vigorosi strattoni ad un cristianesimo che sembra un po’ affaticato e lento nel cogliere le tante novità che caratterizzano questa epoca storica; serve una spinta nuova per ricordare le cose di sempre: la guerra è inutile oltre che sbagliata, la violenza (anche quella delle parole) non è cristiana, la carità comprende l’accoglienza del diverso, anche il nemico deve essere amato, la famiglia è un sacramento che annuncia l’amore del Padre per il suo popolo, la fedeltà, la generatività, l’unione indissolubile tra l’uomo e la donna, l’uomo è centro della creazione con una dignità trascendente, umanesimo è relazione è fratellanza è condivisione.

Francesco, invece, ci stupisce con una specie di contropiede: l’Anno Santo della misericordia. Ma come? Che c’entra la misericordia con tutte le questioni legate alla riforma della Curia, alla pace e alla giustizia internazionale, alla difesa della famiglia o della libertà di educazione? Che c’entra l’anno santo con le impellenze dell’economia, con le fragilità sociali che attendono risposte concrete, con il crescere della rabbia sociale per gli scandali e i privilegi, con l’estendersi dei fenomeni criminali e mafiosi, con gli interessi finanziari sempre più infiltrati nell’economia e nelle istituzioni?

Sì la misericordia c’entra con tutto questo, perché ci richiama all’essenziale, al dono, alla gratuità, al servizio totale. Ci ricorda che senza la Misericordia non saremo in grado di trovare vie di convivenza: “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Se la Chiesa “deve usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore (Giovanni XXIII) per combattere gli errori o per correggere le debolezze dei credenti, anche nelle società serve il perdono per costruire e rafforzare la vita civile: pensiamo all’esempio del Sud Africa dopo l’apartheid con la commissione per la verità e la riconciliazione. Un conto è la giustizia che “deve fare il suo corso” (Giovanni Bachelet), altro è la capacità dei gruppi sociali e delle componenti civili di andare oltre alle incrinature o alle offese che possono intaccare l’unità di un popolo o di una comunità.

Non si può restare fermi alla logica della Jungla o del Far West. E non ci si può accontentare di una giustizia che vede ancora nel carcere e nelle condanne una specie di vendetta per lenire il proprio dolore. Già nei secoli passati, uomini saggi e di pensiero, invitavano a considerare l’aspetto di redenzione e di recupero che deve avere il sistema carcerario.

Perciò l’Anno dedicato alla Misericordia è un modo esigente e “trasgressivo”/controcorrente per invitare anche la società ad interrogarsi, a mettersi in discussione, ad ascoltare i profeti di oggi che indicano sentieri poco battuti, ma sicuri.

Oggi dobbiamo prendere atto che Papa Francesco, proprio per aiutare a capire bene i passi necessari per la pace, la giustizia, i diritti, la fraternità ci riporta all’inizio (alla casella iniziale come nel gioco dell’oca): per ricordare l’indispensabilità della misericordia. Senza capacità di perdono non si creano comunità.

Cominciando a capire che siamo peccatori, che dobbiamo togliere la trave del nostro occhio prima che la pagliuzza da quello del vicino; che dobbiamo chiedere noi per primi perdono: “se ti accorgi che tuo fratello ha qualcosa contro di te …”; che dobbiamo essere disposti a comprendere l’altro; che dobbiamo cambiare prospettiva prima di giudicare; che con la misura con cui giudicheremo saremo giudicati.

Come commenta Raniero La Valle: la misericordia non sta solo nel perdono e nella remissione dei peccati, sta anche nella remissione dei debiti”, e ricorda i debiti della Grecia, una generazione intera di giovani,  esclusa dal lavoro, i disoccupati, licenziati, esuberi, precari, gli eccidi in Medio Oriente e in Africa, la tragedia dei migranti e la indispensabilità di abbattere la discriminazione della cittadinanza (“se per una scelta di misericordia, cioè di reciproca accoglienza tra tutti, oltre ogni barriera, per l’anno del Giubileo arrivassero a Roma non solo migliaia di pellegrini, ma tutti potessero muoversi da un Paese all’altro, viaggiando non sui barconi della morte e delle mafie, ma su treni, navi e aerei di linea”).

E infine, questo per la Chiesa, capire che i valori indicati sono prima di tutto da vivere e poi proposti, offerti come risorse. Lasciando a chi li rifiuta o non è ancora disposto ad accettarli di cercare modi e cammini per realizzare la propria vocazione; per dirla con il Prof. Stefano Biancu, teologo e filosofo: “La Chiesa è il suo stile: a noi di decidere se vogliamo essere una Chiesa che semplicemente dice cose giuste o piuttosto una Chiesa che è testimone credibile di ciò che dice. Una Chiesa dunque al di sopra di ogni sospetto circa sue possibili velleità egemoniche”. Perchè misericordia è anche il Padre che sa aspettare il figlio andatosene di casa.

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