L’Europa e la sfida dell’immigrazione

Agostino Pietrasanta

imm(Con questo articolo ai  si conclude, per ora, il nostro dibattito sull’immigrazione. Sul tema abbiamo progressivamente ospitato le opinioni di Patrizia Nosengo con Tra identità e accoglienzaAngelo Marinoni con Osservazioni a latere del “Mare  Nostrum”, Andrea Zoanni con ImmigrazioneDaniele Borioli con Immigrazione: dopo Charlie Hebdo? e Carlo Baviera con Dagli sbarchi alle seconde generazioni).

Appunti Alessandrini ha affrontato i problemi connessi all’immigrazione in un arco temporale di alcuni mesi, dal dicembre del 2014 fino allo scorso febbraio. Il susseguirsi dei vari interventi (cinque in totale) nel tempo, ha consigliato di procrastinare le conclusioni, solite quando si tratti di questioni complessive ed argomentate a più voci, tanto più che fino ad ora, ed ovviamente durante il summentovato arco temporale, non sono mancati eventi, anche traumatici che hanno contribuito (purtroppo) a mantenere nella categoria dell’attualità i problemi affrontati.

Non pretendo di proporre una sintesi completa dei vari interventi; e tuttavia tenendone presenti le prospettive delineate, provo a richiamare alcuni giudizi, se non condivisi da tutti, certamente confrontabili, anche per un dibattito che si dovesse protrarre, nel futuro, col concorso dei nostri lettori.

Pongo due pregiudiziali, una di carattere valoriale, l’altra di mera constatazione del fenomeno. Va detto per intanto che l’ispirazione ideale cui si richiama la nostra pubblicazione non può ignorare il comando evangelico dell’accoglienza dello straniero; va però aggiunto che, come per ogni altro principio cosiddetto non negoziabile, la relativa realizzazione fa parte dell’attività politica e della costruzione della città dell’uomo che è sempre affidata ad un’autonomia decisionale tra ipotesi condizionate dal massimo possibile di fattività; in politica non esiste nulla di perfetto, ma tutto di perfettibile.

Va aggiunta una seconda pregiudiziale. Il fenomeno degli spostamenti migratori, non può essere banalizzato a crimine di clandestinità riferita a singoli individui e, di conseguenza, a reati inevitabilmente, proprio in quanto tali, individuali. A fronte della globalizzazione dei rapporti tra popolazioni, in presenza di popoli che fuggono dalla persecuzione e dalla miseria, in una condizione mondiale complessiva in cui si radicano e si cristallizzano le sperequazioni scandalose tra il mondo dell’opulenza e quello della miseria, le grandi migrazioni non fanno che ripetere una costante storica che dovrebbe insegnarci la sua condizione strutturale. Aggiungerei che, quando si verificano queste migrazioni epocali, il confronto tra culture di per sé incompatibili è pressoché conseguente e, nel caso nostro, lo scontro che si percepisce sembra contrapporre la logica della tolleranza a quella di un’identità che si sta facendo ideologia della violenza, in nome di un surrettizio  presupposto religioso. In sostanza se non siamo di fronte ad uno scontro di civiltà, ma in presenza di un fenomeno inevitabile, il confronto tra le diversità che vengono a contatto va tenuto presente nella sua natura ideologica.

Si tratta di due pregiudiziali che condizionano tutto il nostro ragionamento.

La prima conseguenza è connessa al governo possibile dei flussi migratori; se non sono eliminabili, se attengono una situazione strutturale e non provvisoria e congiunturale, c’è da chiedersi come affrontare e non come eliminare il problema o ignorandolo, o banalizzandone le caratteristiche: il respingimento indifferenziato a suon di cannonate non è solo eticamente inaccettabile, ma anche fattivamente improponibile. In presenza di un fenomeno che sposta, nei tempi, parecchie milioni di persone, non regge, proprio nei fatti, la proposta della repressione. Se qualcuno la propone, lo fa solo a fini elettoralistici e la scelta potrebbe essere devastante negli effetti pratici, oltreché irresponsabile sul piano politico. Peraltro anche il confronto tra i vari interventi di immediata accoglienza, tanto difficili, quanto costosi dimostrano che i flussi né si risolvono, né si contengono a fronte della maggiore o minore rigidità degli approcci; qualcuno dei nostri interlocutori ha sottolineato che dopo la sospensione dell’iniziativa umanitaria di “mare nostrum” (1 novembre 2014), gli sbarchi sono aumentati.

La seconda conseguenza attiene il soggetto che viene chiamato al governo dei flussi, ribadisco strutturali. In via di principio la risposta sarebbe anche semplice: basterebbe leggere il percorso prevalente e quasi esclusivo dei processi migratori; basterebbe tener conto dei traguardi scelti dai tanti profughi interessati: i traguardi, per l’appunto, dell’opulenza che, a percezione delle popolazioni profughe si identifica con l’Europa. Purtroppo l’Europa non c’è e sono inutili i tentativi di eccezione, anche quando attengono tentativi episodici di intervento grazie ad accordi di carattere confederale tra i singoli stati sovrani. Su  problemi come il nostro le risposte casuali e frammentarie non pagano; l’Europa non può farsi presente con tentativi di risposta fatta dopo faticose trattative tra i suoi leader nazionali, a fronte delle diverse emergenze. Forse è da sperare che certi eventi favoriscano la prospettiva di un processo che realizzi un’ entità istituzionale europea federale e dunque, tra le altre varie componenti, quella di una comune politica estera e di difesa, magari anche nel far valere, sullo scacchiere internazionale, le ragioni di una crisi economica, che la forza di singoli stati non riesce a proporre.

Alle corte: o l’Europa c’è come tale e come federazione o gli accordi, di volta in volta tra i suoi singoli componenti, marcano gli effetti di una visione gravemente miope ed inadeguata. Se il fenomeno investe l’Europa, tocca all’Europa provvedere; ma per provvedere deve esistere.

La terza conseguenza attiene i provvedimenti; e qui vale sicuramente la questione di una programmazione che si basi su comuni parametri di convivenza tra identità in sé incompatibili. Non sarebbe difficile ripetere che alcuni stampi o alcune conquiste della civiltà cristiana ed illuminista non possono essere discussi: la libertà religiosa e di opinione nonché dello loro manifestazione, la dignità della donna, il riconoscimento dei diritti personali, a cominciare dal lavoro (ma quale esempio dalle scelte di politica economica degli stati europei?) non sono conquiste negoziabili e non lo sono  in via di principio, ma non lo sarebbero neppure nella prassi.

Ora (e forse qui si potrebbe parlare di una quarta e capitale conseguenza) proprio questi snodi di principio costituiscono l’oggetto di un’identità, fortemente contrapposta, tra la maggioranza dei profughi ed i cittadini che si trovano, spesso loro malgrado, ad ospitarli. Inoltre una grave crisi culturale ed economica rende più devastante la condizione di conflittualità.

Io penso che in una condizione di sviluppo economico il conflitto avrebbe una possibilità in più per comporsi; dico possibilità, non risoluzione, ma il benessere, nel bene e nel male potrebbe smussare le cristallizzazioni ideologiche: talora è successo che elevate condizioni di vita hanno anche ovattato ideali e coscienza etica. Eppure la questione da affrontare non viene ancora individuata, se non ponendo sul terreno del confronto le identità culturali.

Non è semplice, ma tento un qualche brevissimo tipo  di approccio. Una ricerca pubblicata dal quotidiano cattolico (vulgo dictus, “dei vescovi italiani) ha rilevato che le forme più radicali di violenza ideologica di matrice islamica trovano la loro culla in Europa, in percentuale più elevata che non nei Paesi arabi; peraltro è stato ampiamente documentato che gli esecutori delle più efferate soppressioni umane sono cittadini comunitari  La cosa è tanto più inquietante in considerazione degli ultimi drammatici avvenimenti che hanno insanguinato i Paesi europei, ma anche del sangue europeo versato nei Paesi dominati dal terrorismo di matrice islamica (ovviamente senza alcuna identificazione dell’Islam con il terrorismo). Si tratta di un sintomo che dovrebbe far riflettere. Forse bisognerebbe pensare che proprio dove l’identità culturale si fa più debole, proprio lì nascono le condizioni dell’intolleranza: dove si trova il vuoto di iniziativa ideale diventa egemone un’identità alternativa che senza forti condizionamenti o tentativi di dialogo in contradditorio, raggiunge il limite della forza e della brutalità.

Si tratta di un ragionamento da proporre: non è rinunciando alla propria cultura, non è annacquandola che si realizza una convivenza con culture diverse; la convivenza è possibile nella chiarezza, senza rinunce e senza omologazioni. Ma l’Europa, ma l’Occidente credono ancora nella loro cultura? Non è che un passato di consumismo, oggi peraltro condizionato da un fallimento economico in atto, abbia finito per banalizzare il primato della cultura o meglio dell’uomo sull’economia e sul lavoro?

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