Appaltate, appaltate…

Dario Fornaro

gop

…qualcosa resterà. Parafrasando la diabolica massima attribuita a Voltaire (centrata sulla calunnia; più recentemente è d’uso riferirsi all’uso improprio del ventilatore), l’accento cade egualmente sul “qualcosa resterà”. Resterà certamente, nella storia delle Grandi Opere e nel ricordo dei Grandi Nomi, l’ambizione primigenia di ogni Politico, di ogni Amministratore pubblico di legare il proprio nome ad un visibile caposaldo cementizio. In via del tutto eventuale e marginale resterà un “qualcosa” anche in ambiti più prosaici e ravvicinati, destinato peraltro ad un sollecito oblio di fronte al segnalato servizio reso alla Comunità e al suo Futuro (fine delle maiuscole).

Come una regola ferrea, il suggerimento, l’invito volterriano, vale  sia per i tempi di vacche grasse (ovvio!) che , convenientemente rivestito, nei periodi  di ristrettezze della finanza pubblica, facendo leva sul corollario romanesco del “quando ce vò, ce vò”. Si spiega così a sufficienza come, nonostante tutte le traversie economico-finanziarie in tema di opere pubbliche, le sovrastanti attenzioni delle autorità inquirenti e le perplessità  di larghi strati della cittadinanza, il fascino delle Grandi Opere continui a calamitare l’attenzione (e l’azione) dei poteri costituiti, ad ogni livello centrale e periferico. Con uso sapiente e definitivo della retorica sociale: gli appalti, meglio se “appaltoni”, portano lavoro, ahi quanto ce n’è bisogno! I ragazzini polemici  e i corvi inveterati sono dunque pregati di lasciare il passo ai benefattori lungimiranti!

Discussione chiusa? Non proprio. Innanzitutto ogni appalto, e ogni opera retrostante, specie se a carico delle pubbliche finanze, non è mai un “caval donato”, al quale non si può, non si deve guardare in bocca. Anche se ogni  Grande Opera, lontana o vicina, reca in modo più o meno surrettizio, tra i suoi costi di progetto, il controvalore del trattamento/imbonimento della cittadinanza ( per spostarne l’attenzione sugli esiti spettacolari del manufatto agognato, piuttosto che  sugli oneri economico-organizzativi  complessivamente affrontati) occorre tener  desto un minimo di senso critico sul mondo delle cronache e delle multiformi promozioni mediatiche. Tanto per capire le antifone in circolazione.

Quanto al “lavoro” propiziato dai  “grands  travaux”, occorre partire da una considerazione di fondo, e in certo qual modo discriminante. Il nostro Pese ha accumulato negli ultimi decenni una straordinaria necessità inevasa di manutenzione, ordinaria e straordinaria, compresa la famosa “messa in sicurezza”, del proprio patrimonio infrastrutturale, culturale e naturale, spesso con intuibili riflessi negativi sui servizi pubblici ad essi collegati. Il bello è che anche diversi politici, di varia estrazione e discreta acculturazione, indulgono a proclamare che moltissimi problemi andrebbero ben utilmente affrontati “con la cassetta degli attrezzi”, cioè con interventi mirati alle singole esigenze, piuttosto che lanciando pochi e faraonici progetti arieggianti alle vecchie( e nuove) Opere del Regime.

Facile immaginare che l’effetto creatore e moltiplicatore di lavoro, connesso con un gran numero di commesse/appalti , cosiddetti minori (ma fino ad un certo punto), debitamente programmati e finanziati, sarebbe perfino superiore, e alla lunga stabile, di certe grandi opere, destinate a procedere a singhiozzo, di tempi e di costi, come esperienza, anche vicina, largamente insegna. D’onde il  “nuovo lavoro”, sbandierato a giustificazione di ogni azzardo progettuale, dovrebbe strettamente accompagnarsi ad istruttorie serie (non teleguidate), tempestive, complete, e amministrativamente trasparenti sulla congruità dell’opera proposta rispetto al ventaglio delle necessità accampate.

Certo – tanto per non eccedere in santa ingenuità – bisogna ammettere che  è più facile e/o conveniente (lato pubblico e lato privato) “accudire” ad un numero limitato di grandi appalti, specie in un mercato a circolazione ristretta di scafati pretendenti, piuttosto che  gestire, in un regime di federalismo all’italiana, una molteplicità di appalti piccoli e medi, disseminati sul territorio e appetiti da una folla di operatori in accesa concorrenza. Ed è questo che, in alto loco, fa la differenza nell’imboccare l’una o l’altra via, e non la sventolata occupazione addizionale che seguirebbe comunque.

Sono discrete banalità, d’accordo. Che diventano però motori di pubblico sconcerto, e reale disappunto del cittadino, ogniqualvolta si nota che le risorse per le Opere Spettacolari  bene o  male si trovano, e si “aggiornano” di buona grazia, laddove per gli interventi cosiddetti minori – anche a livello minimo  di una riverniciatura urgente della segnaletica stradale – è d’uso allargare le braccia: spiacenti, mancano i fondi, si vedrà.

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