La città del futuro: cortile o dormitorio?

Carlo Baviera

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Il coordinatore attuale della rete di associazioni cattolico democratiche <c3dem> Vittorio Sammarco ha aperto l’anno nuovo con questa riflessione: “mi permetto di suggerire (tra il serio e il faceto), se nel 2015 qualche cittadino dovesse sentire che il suo borgo, il suo paese, il suo quartiere, la sua città, piccola media o grande, avesse a buon ragione il merito di lanciarsi per qualche candidatura a capitale (del gusto, della tolleranza, della bellezza, delle norme rispettate, delle minoranze, dell’artigianato, della musica folk o dell’arte contemporanea, dello sport estremo o della lentezza o di quanto altro ci sia un minimo di credibilità), cominci a coltivarne l’idea, la metta poi a disposizione dei concittadini, e si costruisca insieme il disegno collettivo del progetto. Non per accedere a qualche fondo italiano o europeo. Non per andare sui giornali. Non per accendere appetiti strani di chissacchì. Semplicemente per il piacere di dare (o ridare) un volto alla nostra città, che è la nostra storia quotidiana, e che richiede impegno e spirito di comunità. Sarà un gran bel passo di partenza per un nuovo corso”.

Lo trovo un gran bel suggerimento. Ritornare a riprogettare la missione, lo spirito, della propria città o paese. Ritrovare i motivi per cui esserne innamorati, sentirsi fieri di appartenergli, individuare le condizioni che ci tengono insieme.

Siamo in un tempo in cui o siamo spinti a pensarci cittadini del mondo (cosa importante), a preoccuparci per il futuro dell’Europa (cosa ottima), ad avere una visione globale per evitare nuove autarchie (cosa necessaria); oppure siamo portati a guardare alle proprie ferite e debolezze (invecchiamento della popolazione, mancanza di lavoro, difficoltà ad integrarsi fra culture e nazionalità, stagnazione economica, crisi etica e morale, accentuato individualismo, ancora insufficiente  attenzione all’ambiente), a guardarsi l’ombelico, come si dice, a pensare solamente al livello localistico o tutt’al più alle difficoltà italiane.

L’invito a pensare alla propria città può sembrare, allora, un ulteriore avvitarsi nel campanilismo; invece non è così. E’ uno stimolo a pensare in grande. Infatti Vittorio Sammarco dice di “coltivare idee” non tanto per accedere a fondi, ma per contribuire ad un disegno collettivo. Mi viene in mente il progetto, ormai avanzato, che mette Casale Monferrato al centro di un Film dal titolo “Un posto sicuro” che il regista Francesco Ghiaccio e l’attore Marco D’Amore hanno terminato di girare a gennaio. Coinvolgendo l’intera città, e facendone un film della collettività (che partecipa nei modi più diversi: da chi fa da comparsa, a chi mette a disposizione l’alloggio per il cast).

Tornando al discorso sulla città, ciò che ha destato il mio interesse, nella proposta di Sammarco, è che chiama ognuno di noi ad uscire fuori, a lasciare da parte l’individualismo, a non pensare solo ai propri progetti, ma a rimettersi in gioco “insieme” e ridare “spirito di comunità” al nostro essere appartenenti ad una collettività.

Se poi pensiamo che il 2015, per la Chiesa Italiana, inizierà il quinquennio dedicato al tema <Chiesa e città> e, a Firenze, sarà celebrato il V° Convegno Ecclesiale incentrato sulla ricerca di un nuovo Umanesimo (l’uomo è soprattutto relazione, è vivere un territorio, è costruire rapporti e ambienti in cui operare), non siamo lontani da ciò che serve anche per riprogettare le nostre città come volto della nostra vita quotidiana, come capacità di stare insieme.

Non ultimo, ci sta anche il ripensare, per i nostri paesi e cittadine, un sistema di relazioni e di opportunità di lavoro che guardino al futuro. Senza lavoro, senza famiglie, senza occasioni di cultura e di divertimento, senza momenti per riflettere e per pregare e per riposare e per scambiare beni e servizi, la città non è vera città: è un cimitero, al più un museo polveroso; ma oggi anche l’idea di museo è qualcosa di vivo e attivo. Che si lega al progettare urbanisticamente luoghi più spaziosi, più belli, più in continuità con la storia (l’anima) del territorio, non solo funzionali o ripetitivi.

In questo modo si potrà tornare ad apprezzare la nostra storia e le nostre tradizioni, ripensare al ruolo avuto nei commerci o nella produzione, o nell’arte, o nello sport. E’ bella questa idea di candidarsi, anche solo per gioco, a diventare capitale di qualcosa: della musica folk, o della felicità, del tamburello o delle bocce, del dialogo o del sorriso, del tartufo o della bagna cauda, del teatro di strada o della musica da camera, e via inventandosi un motivo per essere capitale di qualcosa.

Torneremmo a sognare, a immaginare, ad interrogarci, a sorridere, a divertirci. Lasciando da parte qualche preoccupazione eccessiva, i musi lunghi, la tristezza di chi non spera più nel futuro. Ecco, ci servirebbe a sperare ancora nel futuro, a convincerci che tutto non finirà con noi, che la vita del mondo continua, che dobbiamo lasciare cose importanti per i nostri nipoti; e che questo qualcosa deve anche essere fatto di bellezza, di immaginazione, di un po’ di sana follia, di capacità di stare insieme, di tornare alla “vita di cortile” dove ci si incontrava, parlava, soccorreva.

Sì le nostre città come nuovi cortili dove c’è familiarità, dove ci si aiuta, dove si festeggia insieme, dove si gioisce per ciò che di bello capita ai vicini. Provarci si può. Le città sarebbero meno luoghi dormitorio.

Concludo citando ancora Sammarco: Scriveva il grande urbanista e sociologo statunitense Lewis Mumford: la città “è il miglior organo di memoria che l’uomo abbia sinora creato (…) uno strumento materiale di vita (…) che registra l’atteggiamento di una cultura e di un’epoca di fronte agli eventi fondamentali della sua esistenza… La polis rimane forse la maggior opera d’arte dell’uomo”. Una creazione collettiva che, quando smarrisce il suo ordine, tende progressivamente a disgregarsi”.

Per non smarrire il senso dello stare insieme, serve ritornare ad essere vere comunità; e ricordare che uno dei migliori periodi della nostra storia nazionale è data dal periodo dei liberi comuni.

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