Quel treno (che all’incontrario va)

Dario Fornaro

treDi treni  e ferrovie si parla ormai, con una certa, imprevista frequenza, sulle web-testate locali. E non solo in relazione alle endemiche proteste  del “popolo pendolare”, per motivi di studio e lavoro, a mal partito per un servizio saltabeccante, ma  col fine evidente di rintracciare e ricostruire la trama di decisioni e comportamenti  piovuti dall’alto ed in forme erratiche o surrettizie. Tali cioè da rendere difficilmente percepibile, alla cittadinanza e all’utenza, i disegni di lungo periodo, e relative motivazioni, che hanno presieduto e presiedono all’organizzazione dei servizi ferroviari nel nostro paese.

Di modo che qualsiasi evoluzione (o involuzione) del sistema/servizio ferroviario si consuma, per il pubblico, sotto il cielo dell’ineluttabilità e dell’irresponsabilità : è così perché è così; perché qualche ignota Potenza superiore – con buona pace di FS e Trenitalia – ha tracciato il solco e tenacemente lo difende senza diffondersi in soverchie argomentazioni

Questa situazione di trasparenza negata, quantomeno a livello popolare, spiega perché dei problemi ferroviari più se ne parla, sulla stampa, e più sembra che ne resti da dire. Grazie anche all’ambivalenza della politica, dei politici e dei rispettivi interessi di riferimento.

Un caso esemplare, che potremmo definire di inconcludenza programmata, riguarda l’individuazione, in numero crescente, e  il destino dei cd. “rami secchi”: dalla sospensione d’esercizio, all’abbandono sine die agli eventi e agli elementi, alla eventuale dismissione definitiva ad altri soggetti pubblici o privati. Non mancano certo, al di là della nostalgia per le romantiche vaporiere, motivazioni storico-economiche a sostegno del drastico sfoltimento di una rete-epopea realizzata  sul territorio nazionale, spesso impervio, a partire da metà ottocento . Quello che continua a latitare è un ragionamento complessivo, un progetto organico, democraticamente sanzionato,  sul  riassetto dell’intero sistema del trasporto ferroviario, alla luce dei vincoli e delle prospettive, d’ampio spettro, che sono profondamente mutate nel tempo, soprattutto dal secondo dopoguerra in poi.

Si è fatto conto, ai Piani Alti,  che le trasformazioni avviate  – ad un tempo con cautela (rami secchi) e grande strepito (alta velocità) – risultassero, al grande pubblico, così come ai famosi 8000 comuni italiani, intuitivamente obbligate, ineluttabili, disagi compresi da lenire pro tempore con i “servizi sostitutivi” su gomma.  Ineluttabili sotto tanti profili; a cominciare dal fatto evidentissimo che, dalla “ricostruzione” in poi,  la massiccia espansione urbanistica, civile e produttiva, sul territorio si era sviluppata senza alcun vago rapporto (non parliamo di sinergie tanto di moda) con la rete ferroviaria esistente.

Che il problema “rami secchi” sia ormai in fase di avanzata digestione in senso extra ferroviario, si deduce anche dal proliferare, tra il serio e il faceto, delle ipotesi – o già proposte – di trasformazione delle linee  dismesse (di fatto o di diritto) in tante , insperate, affascinanti “piste ciclabili” di…lungo corso. Un omaggio, con propositi  di ritorno turistico, alla vivace crescita , salutistica o sportiva, della bicicletta. Ipotesi simpaticamente fantasiose  e di buona chiacchiera che esulano, per ora almeno, da ogni premessa o condizione attuativa. Tanto per non andar lontano, si ventila dalle nostre parti la conversione ciclabile della Alessandria –Nizza e della Casale-Asti, mentre grande enfasi viene posta (Stampa del 23.02 us) sulla Alba-Asti, con eventuale concorso del progetto Unesco Land Bike e salvo la piccola “grana” di una  galleria inagibile (40 milioni per un tunnel…ciclabile?).

Sovrasta infine  tutto il multiforme problema della asserita obsolescenza di  parte rilevante della rete ferroviaria, una curiosità mediamente insoddisfatta: come si sono comportati, come agiscono altri  paesi europei,  comparabili al nostro in termini di rete storica, con problemi, sempre che ne abbiano, simili al nostro (riuso/abbandono)?

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One thought on “Quel treno (che all’incontrario va)

  1. Occorre fare per le ferrovie quell’operazione di ammodernamento che è stata fatta e si continua a fare per la viabilità ordinaria; nondimeno per questa o quella variante o rettifica stradale, per questa o quella tangenziale o superstrada od autostrada nessuno protesta, né si straccia le vesti sullo sperpero di fondi pubblici, i quali, magicamente, si trovano sempre, al contrario di quanto succeda con le ferrovie.

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