Tempo di festeggiamenti

Andrea Zoanni

parIn una grande sala si svolge un party in cui gli invitati chiacchierano spensieratamente. Ogni tanto una signora chiede se qualcuno abbia visto suo fratello. Con insistenza il marito le dice di non parlare di questo argomento. Dal susseguirsi delle battute si comprende che in strada è in corso una retata ordinata da alcune persone che si trovano al party. Terminata la festa tutti escono dalla sala, entra la persona scomparsa e chiude la scena con un monologo dal quale si comprende la sua fine.

E’ in breve la trama di “Party Time”, una commedia scritta nel 1991 dal drammaturgo britannico Harold Pinter, dopo un ricevimento che ricorda così:

Una sera mi trovavo ad una festa. Mi avvicino a due signore turche che stavano chiacchierando tra loro:

Cose ne dite delle torture che avvengono tutti i giorni nel vostro paese? (Chiesi loro)

– Torture? Quali torture? (Guardandomi sbalordite)

Ma come? Non sapete che ogni giorno vengono torturati decine e decine di uomini nel vostro paese?

– Ma no vi sbagliate, solo i comunisti vengono torturati.

Invece di strangolare le due signore lì per lì me ne tornai a casa e cominciai a scrivere Party Time!

Harold Pinter scrisse per teatro, radio, televisione e cinema. Le sue opere iniziali sono considerate fra i capolavori del teatro dell’assurdo e con le sue produzioni cercò sempre di portare all’attenzione dell’opinione pubblica molti casi di oppressione e violazione dei diritti umani.

Nell’ottobre 2005 l’Accademia di Svezia gli assegnò il premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Nelle sue commedie scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse delloppressione”.

Ricordando questa pièce teatrale ed il suo autore, ai più sconosciuto, non voglio addentrarmi in una descrizione delle brutture del mondo, siano esse individuali o collettive. Non saprei da quale parte iniziare. Desidero invece esprimere alcune considerazioni ed obiezioni molto più semplici, di tutti i giorni, che cercano di andare oltre i luoghi comuni.

Se riflettiamo un poco ci accorgiamo come la tv, la pubblicità, il cinema ed ora anche la rete ci dicano insistentemente come siamo, come saremo e soprattutto come dovremmo essere. Tali messaggi sono spesso mascherati da semplici caricature: si passa dall’esaltazione di donne e uomini perfetti, alla denuncia di casi pietosi ai margini estremi della società.

Voglio collegarmi, forse impropriamente, ad una pubblicità recente, che sponsorizza un prodotto dermatologico. Nello sketch si domanda insistentemente quale sia la parte migliore del corpo di una donna. Non è il petto? Non è il sedere? Uno direbbe “dai che ci siamo…” ed invece quando l’enigma si svela plana sulle ascelle della signora. Altrimenti come si venderebbe la crema? Stupore e sgomento al tempo stesso.

In una tale situazione, che si fonda sulla terribile logica del “tutto o niente”, sembra che non si riesca a parlare dell’uomo con un minimo di realismo e di serietà: o si è degli eroi, oppure si è dei semplici falliti, mezze misure non esistono. E’ invece giusto opporsi con decisione alla menzogna di una simile alternativa e affrontare gli aspetti della vita umana evitando molti luoghi comuni e quel senso dell’ovvio che spesso è nemico del vero.

Non so se le mie osservazioni siano giuste o sbagliate, analizzando alcuni aspetti penso siano semplicemente naturali. Se diamo un senso alle parole, quando parliamo noi confessiamo un mondo. Ma dare un senso non è semplice ed esso si rivela nel margine, nel particolare. Senso significa direzione. In questo modo ciò che si è lo si rivela nella parola, se non si bara.

Altro esempio. Prendiamo un caso che, credo, càpiti di frequente. Che sia un saluto alle figlie, oppure ad una amica, oppure (perché no?) ad una signora che incrociamo per strada, spesso (e volentieri) pronunciamo il fatidico “Ciao bella…!” Solo che il senso, il significato che si cela dietro questa esclamazione non è lo stesso. Ed in alcuni casi la risposta non può che essere “Sarà bella tua sorella…!” Un altro luogo comune.

Penso che la padronanza di un uomo stia nella sua umiltà, che si rispecchia nelle piccole cose. In come si parla con il posteggiatore, con il netturbino, con la persona che a torto si ritiene inferiore. In come ci si atteggia conversando con il tuo simile. Vi sono personaggi che si beano nel sostenere di dire sempre ciò che pensano. Dietro questa spavalderia, a mio parere può celarsi l’ignoranza di chi non ha studiato.

Altri invece vogliono avere successo, si alzano dal letto, si guardano allo specchio (e poi dovrebbero andare dallo psicanalista). Si sentono padroni, ma è più probabile che siano schiavi (di sé). Uomo è colui che sceglie, che sa scegliere. Scelta significa rinuncia a qualcosa. E’ il famoso interrogativo che fa avanzare il mondo (si spera): cosa sono disposto a perdere (per migliorare)?

Nelle fondamenta il nostro è un mondo finto. E lo si esaspera anche con le nuove tecnologie. Sono importanti e non vanno demonizzate perché con un corretto utilizzo si possono cogliere nuove opportunità. Ma oltre una certa misura si vagheggia in un mondo virtuale che allontana le persone, incapaci di scambiarsi opinioni sicure. Comunicare è l’esercizio contemporaneo di più sensi.

Vado controcorrente: noi non siamo ciò che gli altri dicono. Abbiamo una vita così breve, figuriamoci se la usassimo per fare del male.

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