La Curia siamo anche noi

Carlo Baviera

berSi sono spese molte parole e qualche pagina di giornale, nelle settimane passate, per commentare il discorso di Papa Francesco alla Curia vaticana; un discorso sferzante, stimolante, non banale o di semplici auguri.

Cosa ha colpito i commentatori? Il richiamo, pur nello stile mai polemico di Francesco, ai suoi collaboratori ad un comportamento coerente ed evangelico che esca dal burocratismo e dal “catalogo” delle malattie che indeboliscono il servizio di chi lavora ai vertici della Chiesa.

Un elenco di quindici “malattie”: 1. la malattia del ricco stolto del Vangelo che pensava di vivere eternamente e anche di coloro che si trasformano in padroni e si sentono superiori a tutti e non al servizio di tutti; 2. la malattia del “martalismo” (che viene da Marta), dell’eccessiva operosità: ossia di coloro che si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”; 3. la malattia dell’“impietrimento” mentale e spirituale: ossia di coloro che, strada facendo, perdono la serenità interiore, la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando “macchine di pratiche” e non “uomini di Dio”; 4. la malattia dell’eccessiva pianificazione e del funzionalismo, diventando così un contabile o un commercialista; 5. la malattia del cattivo coordinamento; quando si perde la comunione e l’armoniosa funzionalità, diventando un’orchestra che produce chiasso, perché non si collabora e non si vive lo spirito di comunione e di squadra; 6. la malattia dell’“alzheimer spirituale”, di un declino progressivo delle facoltà spirituali; lo vediamo in coloro che dipendono completamente dalle loro passioni, capricci, manie e abitudini; 7. la malattia della rivalità e della vanagloria; 8. la malattia della schizofrenia esistenziale,  malattia che colpisce spesso coloro che, abbandonando il sevizio pastorale, si limitano alle faccende burocratiche, perdendo così il contatto con la realtà, con le persone concrete; 9. la malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi; è una malattia grave, che inizia magari solo per fare due chiacchiere e fa diventare la persona “seminatrice di zizzania” (come satana), e in tanti casi “omicida a sangue freddo” della fama dei propri colleghi; 10. la malattia di divinizzare i capi, i Superiori, sperando di ottenere la loro benevolenza divenendo vittime del carrierismo e dell’opportunismo; 11. la malattia dell’indifferenza verso gli altri: quando ognuno pensa solo a sé stesso e perde la sincerità e il calore dei rapporti umani; quando il più esperto non mette la sua conoscenza al servizio dei colleghi, e per gelosia o per scaltrezza, prova gioia per gli errori altrui; 12. la malattia della faccia funerea,  delle persone le quali ritengono che per essere seri occorra malinconia e severità, trattando gli altri con rigidità, durezza e arroganza; 13. la malattia dell’accumulare beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro; 14. La malattia dei circoli chiusi, dove l’appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al Corpo; 15. la malattia del profitto mondano, degli esibizionismi, quando si trasforma il servizio in potere, e il potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri.

Finalmente gliele canta e li mette in riga, sull’attenti. Attenzione, forse in riga dobbiamo metterci tutti. Quelle quindici malattie non sono in fondo nostre debolezze quotidiane, che appannano i rapporti con gli amici, i vicini, persino i familiari? Non sono modi di vivere i rapporti sociali e politici?

  1. Non è forse il potere che ci attrae e che ci imprigiona nelle nostre certezze? Non vogliamo “contare” più degli altri, decidere noi per tutti, usare gli altri? I poteri (finanziari, commerciali, politici, culturali) non rendono schiavi moderni?
  2. Le domeniche e le feste sono diventati giorni uguali agli altri. Non c’è più tempo per il riposo, per la famiglia e gli amici, per lo spirito, per Dio. L’efficientismo e il voler essere sempre pimpanti ci stanno soffocando.
  3. Anche noi siamo abitudinari; abbiamo perso la voglia di sognare, di progettare. La stessa politica, condizionata da PIL e SPREAD, è ferma sul presente, non immagina il futuro.
  4. Le riforme sono solo basate sulla sostenibilità, sui numeri, sulla quadratura dei bilanci. La persone vengono dopo, molto dopo. Si dimentica che anche la Ragioneria può avere un’anima, è per le persone, per il futuro delle aziende.
  5. E’ difficile la collaborazione. Come nel calcio, si cerca il gol personale per l’applauso ma è importante chi sa fare l’assist giusto; così anche nella vita pubblica (territori, Istituzioni, Associazioni) conta più il lavoro comune che non il botto di un attore isolato.
  6. Passioni, capricci, manie e abitudini ci fanno perdere il senso della vita. Diventiamo centro del nostro interesse, dimenticando il “raddrizzate le vie” e il “convertitevi e credete nel Vangelo”. I diritti derivano dalla dignità trascendente della persona, non da contratti o riconoscimenti umani, né da decisioni politiche.
  7. In fondo siamo un po’ tutti propensi a sentirci indispensabili, siamo orgogliosi, ci vantiamo dei successi; tutto ciò porta a chiusure egoistiche e razziali, ad opporci ai cambiamenti, ai conflitti generazionali e sociali.
  8. Il Papa ci ricorda i “vizi privati, pubbliche virtù”: la società non la cambiamo continuando a vivere senza la genuinità della scelte, avendo due volti, indossando abiti mentali diversi secondo le circostanze, senza schiettezza.
  9. La politica è uno dei mondi dove primeggia il parlar male dell’avversario, del mettere in cattiva luce i propri oppositori, di evidenziare i difetti del partito avverso, delle guerre sotterranee, delle divisioni.
  10. La disposizione ad accodarsi al gruppo dei potenti e a saltare sul carro dei vincitori (« Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; con l’altro se ne va tutta la gente») è una caratteristica nazionale; siamo per il leaderismo, mentre la collegialità (che non deve essere solo nella Chiesa) non ci attira.
  11. Non solo non pratichiamo la collegialità, ma tendiamo a intestarci individualmente le vittorie e i risultati ottenuti ; condividere è difficile, sul lavoro, in famiglia, nell’impegno pubblico.
  12. Abbiamo perso la spensieratezza e la leggerezza nell’agire. L’attività civile rischia di essere troppo “impegnata”, ideologica, con la faccia e l’animo severi; mentre bisogna trasmettere la serenità nel servire.
  13. Nell’azione politica si è sempre più intenti ai risultati concreti, alle opere, al mattone e all’asfalto; si dovrebbe tornare a pensare in grande, a costruire la Comunità, le condizioni del vivere insieme, ad avere obiettivi che possono apparire utopici, ma che danno senso e speranza.
  14. I grandi movimenti (civili, politici, religiosi) e le tendenze maggioritarie sono sovente vissuti per avvantaggiare piccole elitès e oligarchie che impongono visioni mortificanti per il pluralismo.
  15. La pubblicità ci ha condizionati e ogni attività, ogni decisione, è funzionale al consenso che porta. Se non si appare non si esiste e, quindi, l’importante è apparire, è essere sulla rete, è far conoscere (soprattutto nelle campagne elettorali) il proprio volto più che le proprie idee.

In fondo se ci esaminiamo, singolarmente, come comunità religiose, come gruppi culturali o politici, come associazioni sportive o assistenziali, e confrontiamo i nostri progetti, le nostre mosse, i nostri pensieri, con quanto il Papa ha detto alla sua Curia, ecco che scopriamo, per tante situazioni, che la Curia siamo anche noi.

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