13 marzo: due anni di pontificato di Jorge Maria Bergoglio

L’intervista a cura di Gian Piero Armano

bergIl 13 marzo sono due anni che Jorge Bergoglio è stato eletto papa, scegliendo un nome – Francesco – che è tutto un programma. E’ amato dalla gente, credente o no, grande comunicatore con la forza della sua parola e dei suoi gesti che ad alcuni possono apparire anche irriverenti, ma utili a far passare concetti un po’ desueti nell’immaginario popolare.

E’ il primo papa latinoamericano della storia e proprio per questo ha portato con sé una particolare attenzione ai temi della povertà, dell’immigrazione, dell’emarginazione che evidenziano le profonde disuguaglianze del nostro mondo.

La sua presenza ha dato inizio ad un’azione di svecchiamento nella Chiesa, prima di tutto al suo interno (una delle prime azioni intraprese è stata proprio la riforma della curia romana) e contemporaneamente nei confronti del dialogo con le diverse realtà religiose, politiche ed internazionali.

La sua visione del mondo ed alcune scelte di governo non sempre sono state capite e gradite, lasciando qualche “anima bella” in difficoltà e creando anche atteggiamenti di aperta critica.

Lo stile di papa Francesco, più che controllare dogmaticamente le coscienze e le istituzioni, cerca di promuovere larghi processi spirituali e culturali perchè la Chiesa apra le sue porte alle persone, evitando così “la tentazione dell’irrigidimento ostile e del buonismo distruttivo”.

Ad un giovane sacerdote della diocesi di Alessandria, ordinato nel 2006 – Stefano Tessaglia – ho posto alcune domande inerenti la presenza e l’azione di papa Francesco. Stefano Tessaglia è parroco a Bosco Marengo, più di nome che di fatto, a causa di difficoltà fisiche che lo costringono ad una lunga degenza in ospedale, in attesa di poter riprendere tutte le sue energie. Ha studiato a Roma nel periodo 2007-2012 perfezionandosi in Storia della Chiesa ed è docente presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose in Alessandria.

Il 13 marzo sono due anni che Jorge Bergoglio è papa; sul suo pontificato si è scritto e detto molto, forse troppo. Ma c’è un aspetto del suo ruolo che, forse, non è stato molto indagato, cioè la sua capacità di indignazione. Sovente il papa ha alzato la sua voce quando c’è stato qualcosa che ha danneggiato la dignità umana. Come consideri lo stile di papa Francesco su questo aspetto?

Credo si tratti davvero di un argomento di stretta attualità, che papa Francesco non si stanca mai di ripresentare. Ancora meno di una settimana fa, visitando una parrocchia romana nel 50° anniversario della prima messa in italiano (7 marzo 1965) ha rilevato questo legame inscindibile tra vita cristiana e difesa della dignità di ogni persona. “Il discepolo di Gesù, ha detto il papa, non va in chiesa solo per osservare un precetto, per sentirsi a posto con un Dio che poi non deve ‘disturbarlo’ troppo. Questo è l’atteggiamento di tanti cattolici, tanti. Il discepolo di Gesù va in chiesa per incontrare il Signore e trovare la forza di pensare e agire secondo il Vangelo. Per cui non possiamo illuderci di entrare nella casa del Signore e ‘ricoprire’, con preghiere e pratiche di devozione, comportamenti contrari alle esigenze della giustizia, dell’onestà o della carità verso il prossimo”.

Non è possibile, in termini chiari, sostituire con “omaggi religiosi” quello che è dovuto al prossimo, rinunciando ad una vera conversione. Il culto a Dio e le nostre celebrazioni devono diventare l’ambito privilegiato per ascoltare la voce del Signore, che ci guida sulla strada della conversione e della penitenza, per togliere dalla nostra vita le “scorie del peccato”, le ingiustizie e le miserie.

Non si tratta, è vero, di una novità assoluta, per i cristiani: da sempre i papi hanno esortato i governi, le diverse società e tutti gli uomini al rispetto dell’altro (secondo la “regola d’oro” di tutto il Vangelo: “amerai il prossimo tuo come te stesso”).  Come dimenticare le parole vibranti di Paolo VI contro le stragi terroristiche o i massacri in Africa? Come non ricordare la condanna dei mafiosi pronunciata da Giovanni Paolo II nella valle dei templi di Agrigento o il suo appello costante a favore della vita umana, della dignità della famiglia e dei più poveri?

Quello che è nuovo in papa Francesco è lo stile del suo essere, il suo personalissimo tocco comunicativo, fatto di immediatezza e di spontaneità. Proprio per questo “stile di vicinanza” – che qualcuno può serenamente non condividere – è, di certo, la prima e più riuscita riforma di Francesco, che ha istituito un nuovo modo di parlare ai fedeli, o meglio di dialogare con le donne e gli uomini del nostro tempo.

Nelle sue varie denunce riguardanti la vita interna ed esterna della Chiesa, papa Francesco è stato fedele ad un motto: “peccatori sì, corrotti no”, per ribadire che il rischio di accettare lo stato di corruzione non è semplicemente un peccato in più, ma è un atteggiamento che gioca con la verità. Cosa puoi dire su questo aspetto del pensiero del papa?

Nelle sue omelie quotidiane a S. Marta, ma ricordiamo anche la celebrazione con i parlamentari italiani dello scorso anno, il papa ha accennato spesso alla corruzione e all’umiliazione della dignità umana che ne consegue, invitando tutti i cristiani a pregare “perchè il Signore cambi il cuore di questi devoti della dea tangente” perchè si accorgano che la dignità di ogni uomo “viene dal lavoro degno, dal lavoro onesto, dal lavoro di ogni giorno e non da queste strade più facili che alla fine tolgono tutto!”.

Qui il papa accenna alla vita stessa dell’uomo che viene sconvolta e degradata dalla corruzione, secondo l’immagine della “doppia vita” di “uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini, che Gesù chiama ‘sepolcri imbiancati’”.

Crea scandalo una vita di corruzione perchè chiude il cuore dell’uomo alle necessità, alla dignità stessa del fratello, secondo l’atteggiamento di autosufficienza di chi crede di “salvarsi da solo”, anche a scapito degli altri.

Chi pecca – sottolinea il papa – si pente, chiede perdono, si sente debole, si sente figlio di Dio, si umilia, e chiede proprio la salvezza da Gesù. Ma il corrotto, che scandalizza, che non si pente, continua a peccare, fa finta di essere cristiano: ha una doppia vita”.

Per il papa la forza profetica dell’Evangelo fa entrare nella realtà delle situazioni non tanto per condannare, ma per invitare le persone a convertirsi, a ristabilire una relazione con Dio e con i fratelli. Pensi che da questo punto di vista il compito del papa possa correre dei rischi?

Il nuovo stile ecclesiale, voglio ripeterlo, è la cifra caratteristica di questi due anni, quello di una Chiesa in ascolto, “in uscita”, chiamata a spendersi per la persona nei diversi ambiti di vita.

Oggi – ripete spesso papa Francesco – sono le “periferie esistenziali” la priorità della comunità cristiana, poiché la famiglia e il lavoro, l’educazione e la scuola, il creato, la città, i poveri e gli emarginati, l’universo digitale e la rete, sono diventati le nostre frontiere: non da difendere creando muri, ma da far diventare “soglie”, luoghi di incontro e di dialogo.

E’ necessario guardare con fiducia alle nostre realtà, con spirito di condivisione delle difficoltà che incontriamo, riconoscendo insieme le vie positive che gli uomini del nostro tempo stanno percorrendo.

Una Chiesa in cammino – richiamo quotidiano del Papa – è primariamente una Chiesa che ascolta, capace di leggere i segni dei tempi e di parlare il linguaggio dell’amore che Gesù ha vissuto e insegnato, fino a dare la sua vita.

Solo una Chiesa che si rende vicina alle persone e alla loro vita reale, infatti, pone le condizioni per l’annuncio del Vangelo e non penso in nessun modo che l’”autorità” del papa possa risentire di questo stile rinnovato. Trovo invece che l’attrazione spontanea da lui esercitata, questa sorta di “cassa di risonanza mondiale per la Parola di Dio” che il papa sembra essere diventato costituisca l’inizio di un cammino, certo non privo di rischi, per il rinnovamento della Chiesa nel mondo d’oggi.

Sembra che il papa, a differenza di altri, concentri la sua attenzione sull’essenziale della fede: parli meno di leggi e più di grazia, parli meno della Chiesa e più di Gesù Cristo, più della Parola di Dio. Per questo si è verificata una specie di contrapposizione nel dibattito, ad esempio, per la comunione dei divorziati, tra papa Francesco ed alcuni eminenti personaggi ecclesiastici (Raymond Leo Burque, Carlo Caffarra, Ludwig Müller, Velasio De Paolis). Che cosa ne pensi?

Dai gesti e dalle parole del pontefice emerge il bisogno e l’annuncio di un Vangelo praticabile, fatto di una fede semplice e disarmata, di una speranza quotidiana, di una carità vera, che guidi l’intera esistenza nelle scelte quotidiane. Questo papa Francesco cerca di rendere possibile, ed è pure ciò che affascina moltissimi e sconvolge qualcuno, nella società civile ma ugualmente all’interno della Chiesa.

Personalità ecclesiastiche anche significative sembrano infatti cogliere, con timore, l’immagine di un papa tutto teso, a loro avviso, a cambiare insegnamenti dottrinali e morali della Chiesa.

La novità di questo pontificato, potremmo dire il cuore del suo insegnamento, sta invece proprio nell’impegno a passare da un confronto spesso solo culturale (“dogmatico”) con il mondo contemporaneo (e con l’”uomo” d’oggi – astratto) ad un incontro con uomini reali, con le loro gioie e speranze, segnati da miserie e fragilità.

Questa, mi pare, sia la linea che ispira lo stesso sinodo sulla famiglia, che tenta di avvicinarsi alle delicate questioni degli affetti familiari e dei fallimenti matrimoniali, nel tentativo di non escludere nessuno dlla comunione con la Chiesa, per dare a ciascuno “almeno una scialuppa di salvataggio dopo il naufragio, per condurre in salvo la vita” (card. W. Kasper). Chi potrebbe non condividere una simile posizione?

La via della Chiesa è dunque quella del rapporto personale con donne e uomini concreti, lasciandosi toccare dalle loro vicende, come si fece toccare Gesù, prendendosi cura delle loro ferite, delle domande senza risposte, delle ingiustizie, poiché ogni uomo è la “carne di Cristo”, dice il papa, e le storie degli uomini sono le storie di Dio.

E’ una chiesa-samaritano, quella che continua a immaginare e a costruire Francesco, che non chiede e non giudica, ma che accompagna, consola, veglia.

L’atteggiamento del papa, le sue parole, i suoi gesti hanno certamente fatto presa sul mondo cattolico adulto; ma sul mondo giovanile pensi che ci sia altrettanta attenzione e adesione?

Condivido, in effetti, questo interrogativo.

La complessità del mondo giovanile di oggi sembra sfuggire ai diversi tentativo di definizione e allo stesso modo sembrano fallire gli approcci educativi tradizionali, comprese le esperienze aggregative e gli oratori.

La vera sfida che la Chiesa deve cogliere nei confronti delle nuove generazioni, secondo il pontefice, è quella di “insegnare ad amare”.

Nell’era di internet, ha ripetuto spesso il papa, bisogna accumulare informazioni senza sapere cosa farne. E’ solo attraverso l’amore che questa informazione diventa feconda”.

“Preservate l’integrità morale, abbiate cura dell’ambiente, assistete i poveri”. Questo l’incoraggiamento di Francesco qualche mese fa ai giovani filippini, per rinnovare la società, costruire un mondo migliore ed essere testimoni gioiosi dell’amore di Dio.

Penso possa passare da questa strada un rinnovato interesse per il mondo giovanile, attraverso il recupero significativo della dimensione relazionale, certamente non soltanto quella con Dio, ma anche quella con i fratelli.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...