Non dire “catto”…

Dario Fornaro

care

Ricorro con simpatia al Trapattoni-pensiero, e alle sue assonanze feline, per celebrare il ritorno sulla stampa del prefisso ”catto“ (per cattolico) saldato con trattino ad una formazione o componente politica.

Il successo, ficcante e semisecolare del termine “catto-comunista” non è  ripetibile, sulla scena attuale, per manifesta sproporzione dei soggetti (e delle idee) evocati, ma la novità merita egualmente segnalazione perché riguarda in primis la geo-politica del  PD e del mondo renziano. Cioè di quelli che “noi  abbiamo preso il 41% alle recenti europee” e che “stiamo cambiando verso alla politica italiana”  (il verso, forse; il correntismo non pare proprio).

Sta di fatto che i giornali – e soprattutto  “Repubblica” che se ne intende – provano ad aggiornare assiduamente le mappe delle componenti/correnti del PD, movimentate quotidianamente dagli ardori del leader. E si scopre (21.2), con dilettevole stupore, questo  panorama di soggetti:  area riformista; civatiani; sinistra dem.;  bersaniani; giovani turchi; bindiani; renziani ortodossi  e (toh!) i catto-renziani. Non male come assembramento, ma non è finita. In quell’operazione che una volta applicava alla politica l’immagine della scissione dell’atomo, anche la componente renziana viene sottoposta (01.03) ad analisi spinta ed evidenzia un groviglio di ben cinque anime:  il “giglio magico”;  i “catto-renziani”;  gli “ortodossi”;  i “renziani di sinistra”;  gli esoterici “carta 22 aprile”. Ciascuna corrente con il suo leader, che qui omettiamo, salvo annotare il catto-sorpasso di Delrio sulla Bindi.

Sorridere sì, di questo florilegio correntizio, ma in versione riso amaro.

Frattanto, trascolorando dal faceto al serio, il cd. “voto cattolico” ha continuato a sfrangiarsi sotto diverse insegne, astensionismo compreso, ed è perciò sempre meno spendibile, in termini di do-ut-des, come apporto determinante o significativo a questo o quel gruppo politico. Il che non vuol dire che l’influenza cattolica in questo paese vada scemando in pari proporzione, ma che si esplicita – vedi recente questione della scuola paritaria – in modi, livelli e tempi diversi dalle urne elettorali. Si può supporre perciò che questa “spiritosa invenzion” (alla Goldoni) dei catto-renziani, risponda alle esigenze tattiche di una politica  intessuta tra pochi palazzi romani,  che non suscita alcun reale riscontro periferico, né ideale né organizzativo, bastando un’etichetta divulgata a mezzo stampa.

Ad onta perciò di qualche superficiale increspatura, continua a restare irrisolto o congelato, da tempo ormai eccessivo, il problema della partecipazione – certo riveduta e corretta – dei cattolici al “farsi” della politica italiana. Con fermenti, spontanei e dispersi, alla base; petizioni al vertice, ideali o lobbistiche; gran vuoto  al centro, in quel vasto spazio a lungo occupato dai corpi intermedi, sociali e culturali, nel quale (un nome a caso, le ACLI) prendevano forma e vita dibattiti e messaggi per la politica schierata. Il fenomeno non riguarda solo il mondo cattolico, ma anche le antiche “cinghie di trasmissione” che prosperavano a sinistra propiziando adesioni e contenuti alle formazioni politiche consolidate.

La società forse, ma i partiti (o simil-partiti) attuali non rimpiangono più che tanto quelle strutture intermedie: in tempi di politica à la carte  finivano di creare più problemi di coerenza di quante buone idee non producessero. E l’era della flessibilità si è imposta d’imperio.

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