Ma che colpa abbiamo noi?

Qui Casale Monferrato Carlo Baviera

amiPochi giorni fa sono state pubblicate le motivazioni della “sballata” sentenza della Corte di Cassazione riguardante l’Eternit. Un nuovo schiaffo dalla loro lettura per quanti stanno pagando un prezzo altissimo in termini di dolore e di morte; ma lo schiaffo sembra esserci anche per il buon senso.

Perché la questione della prescrizione relativa al reato di disastro ambientale, in sé formalmente forse percorribile, si ferma ipocritamente alla fine del reato e non tiene in nessun conto degli effetti che il reato continua a produrre. Afferma la sentenza: “La consumazione del reato di disastro ambientale non può considerarsi protratta oltre il momento in cui ebbero fine le immissioni delle polveri e dei residui della lavorazione dell’amianto prodotti dagli stabilimenti … dunque non oltre il giugno 1986”.

Dimenticando che le fabbriche non furono chiuse, ma “abbandonate” e con aperture e finestre rotte da cui il vento spargeva sul territorio le polveri mortali. Il rischio del reato era presente anche dopo il 1986, l’effetto è continuato, appunto; e non può essere prescritto perché, continua a causare vittime.

Era già stato molto difficile arrivare ai processi, in quanto questo crimine, questa strage, non era evidente e di impatto forte per l’opinione pubblica: le persone si ammalavano e morivano una alla volta, spesso senza che ne fosse evidenziata la causa vera. Come ricordava il compianto ex Sindaco Riccardo Coppo la nostra strage era silenziosa non avveniva con la morte di tante vittime tutte insieme come per altri disastri che smuovono l’opinione pubblica e le Istituzioni.

Poi si era concretizzato un cammino che, col tempo, era riconosciuto valido dalla stampa, dalla politica, dal settore della Giustizia. Due gradi di giudizio hanno condannato il responsabile al risarcimento dei danni causati. Il Magistrato della corte d’Appello, Alberto Oggè ora in pensione, che ha pronunciato la sentenza di condanna precisa (vedere intervista del 25 febbraio 2015 su La Stampa, pag. 16) “con pacatezza e obiettività” il suo dissenso dalle motivazioni della Cassazione, confermando che “la motivazione della sentenza della cassazione non possa essere condivisa, proprio a causa della sua fuorviante astrattezza. … L’evento del reato di disastro si identifica, nel caso di specie, con il fenomeno epidemico e questo non può che manifestarsi attraverso la sua proiezione nel tempo. Giacchè l’epidemia attualmente è in corso, l’evento del reato di disastro … non si può considerare prescritto”.

Intanto non ci si dà per vinti e l’impegno per ottenere giustizia continua, a Casale Monferrato città simbolo della lotta a livello mondiale e negli altri centri interessati, oltre che in Procura. Quella di Torino sposta l’accusa su un reato diverso: ha chiesto per il magnate elvetico il rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio volontario aggravato per la morte da amianto, tra il 1989 e il 2014, di 258 persone tra residenti ed ex lavoratori degli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato (Al) e Cavagnolo (To). Quasi una reazione, quella del pm Raffaele Guariniello, la cui richiesta di rinvio a giudizio si associa al “Non ci arrendiamo” arrivato da rappresentanti istituzionali e dalle associazioni impegnate nella lotta all’amianto.

La battaglia continua. E su più fronti, non solo su quello giudiziario. La “fibra killer”, come si sa, ha interessato edifici, tetti, navi treni. Si ammalano di mesotelioma o di patologie asbesto-correlate comuni cittadini che nulla hanno avuto a che fare con la lavorazione dell’amianto ma che ne hanno inalato la fibra mortale.

Per questi motivi, perché tutti si diventi consapevoli della necessità di liberarsi totalmente dall’amianto, l’impegno deve non solo continuare ma estendersi. E fa male sentir dire che nessuno è colpevole, anzi che il colpevole ci sarebbe, ma può stare tranquillo perché il suo reato ormai è prescritto.
Il Parlamento deve introdurre al più presto, come promesso da molti, il reato di disastro ambientale e modificare i termini della prescrizione, perché non si ripetano casi analoghi all’Eternit.

Un ultima questione, emergente sempre dalla sentenza paradossale. A far data dall’agosto 1993, in cui era chiaro l’effetto nocivo delle polveri la legge rivolgeva “agli Enti Pubblici il comando di provvedere alla bonifica dei siti”. Quindi il colpevole c’è ma è libero perché il reato è prescritto, invece siccome la fabbrica esisteva ancora, mollata dalla proprietà con baracca e burattini, la bonifica con responsabilità e costi grava sulle spalle degli Enti Pubblici (Stato, Regione, Comune, ..). Proprio un bel ragionamento!

A parte il fatto che la bonifica e l’abbattimento della fabbrica è stata sostenuta con i fondi di Stato, Regione e Comune (cioè con i soldi dei cittadini) si arriva al paradosso: oltre che morire per colpa loro (siccome nessuno ne risponde è come dire “non si dovevano ammalare, cavoli loro”!), i monferrini e casalaschi, avrebbero anche la colpa di non aver bonificato in tempi rapidi! “Ma che colpa abbiamo noi?” cantavano The Rokes nel 1966; una domanda che si può ripetere oggi.

Se questa è giustizia, riformiamola subito e pensioniamo i padroni della Giustizia! Altrimenti si rischia di mettere sul banco degli accusati gli amministratori, i governanti, i sindacalisti che hanno combattuto l’amianto, e magari i cittadini ammalati. La Giustizia ribaltata.

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One thought on “Ma che colpa abbiamo noi?

  1. Se in merito all’inquinamento propriamente detto, la prescrizione è, peraltro solo formalmente, ineccepibile trascorso un determinato tempo dalla chiusura dell’azienda, resta l’abbandono di sostanze inquinanti, abbandono che perdura e che comporta una costanza nell’esposizione della popolazione al rischio di patologia, il che, da questo punto di vista, rende, anche oggi, le persone (ir)responsabili della vicenda pienamente perseguibili. In qualità di Medico Chirurgo, mi auguro veramente che questo succeda.

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