Renzi a casa?

Domenicale Agostino Pietrasanta

salNon conosco, mentre scrivo, gli esiti della manifestazione promossa dal Matteo Salvini all’insegna dell’imperativo, “Renzi a casa”; ne li conosco, né mi interessano, al netto della preoccupazione per gli eventuali incidenti collegati alle temibili azioni di violenza che ne potrebbero conseguire, accompagnata dall’augurio che nulla abbia a succedere. Tuttavia l’”imperativo” salviniano risponde ad una vulgata ormai usuale nel vocabolario politico italiano e che la dice lunga sulla crisi di un sistema democratico in cui l’avversario politico viene di fatto delegittimato. Il Salvini, ma assieme a lui tanti altri politici non si sogna neppure di ritenere l’avversario indispensabile alla dialettica politica, propria della democrazia e non si preoccupa certo di distinguere tra la eliminazione della parte avversa ed il suo indispensabile ruolo di oppositore, quando venga sconfitto. Sono gli elementi di un alfabeto della democrazia, ormai sconosciuti ai più e, di conseguenza, mentre la logica suggerirebbe: “Renzi all’opposizione”, il leader leghista traduce, con efficacia superficiale, “Renzi a casa!”

Mi incuriosisce un po’ di più la convergenza sicuramente non voluta (mai pensar male) dell’attacco di Salvini con quello della minoranza del PD. Il fatto è che mentre si colgono timidi segnali di un’auspicabile ripresa, anche le componenti più ragionevoli dell’opposizione interna a  Renzi, nel suo partito, si fanno minacciose; qualcuno potrebbe pensare che, per rimettere a posto i conti col recente passato, sia urgente intervenire ora col rischio di non poter intervenire mai più e lasciare libero il premier di fare stagione piena nel partito e nel governo.

Ora, sia chiaro: a me i metodi renziani non piacciono, il decisionismo del premier non sempre è compatibile con un fisiologico sistema democratico, ma il sensato Bersani dovrebbe dirmi quali spazi rimangono per decisioni collegiali non solo in un partito come il PD, ma (ed anche più) in qualunque altro partito; quale spazi residuano per un confronto sui problemi concreti non solo nel centro/sinistra, ma anche in qualunque altra coalizione, quasi sempre trasformistica, del nostro sistema.. Non dirò neppure, come fa e giustamente qualche mio amico, che ciò che viene deciso a maggioranza, un metodo democratico lo impone a tutte le componenti in coerenza di lealtà. Mi permetterei qualcosa di diverso e di più radicale. Se non ci sono più i partiti (di fatto non ci sono più) dove si trova lo spazio per delle decisioni collegiali? Il sensato Bersani non mi vorrà insinuare che “le riunioni di caminetto” tra i vari leader, o sedicenti tali, possono gabbarsi come strumento di decisioni collegiali!

Non se ne esce: è la storia politica di questo Paese che finisce in Matteo Renzi; prima, nel crollo della prima Repubblica i partiti, da luogo della presenza del cittadino, nella determinazione della politica della nazione, si sono fatti strumenti di gestione del potere, poi, nel corso della cosiddetta seconda Repubblica, i partiti sono stati spazzati via dalle leadership personali, bene spesso persino inadeguate ad un ruolo dignitoso di presenza politico/istituzionale.

E così mancano del tutto i luoghi delle decisioni collegiali, salvo allargare agli interessi di presenza di chi ne viene escluso, la stanza dei bottoni.

Se così stanno le cose resta inutile mandare Renzi a casa; inutile e, in situazione, persino dannoso. Che non lo capisca o lo voglia ignorare Salvini, non fa notizia; che lo voglia contestare il sensato Bersani lascia almeno perplessi.

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