Arrivano i nostri

Carlo Baviera

cokeScrivo mentre in Campania si discute ancora attorno alle prossime primarie del PD. Cose già viste e anticipate, con varianti di modalità locali, in precedenza: soprattutto, polemiche dopo lo svolgimento. Pensiamo all’ultimo caso, quello ligure che ha visto soccombere Cofferati.

L’uscita dal PD di Cofferati, dopo aver perso le primarie della Liguria (anche in questo caso con qualche irregolarità), poteva trasformarsi nella scintilla per arrivare alla scissione di una parte della sua sinistra interna; poi la vicenda del Quirinale, sembra aver riportato tutto sotto controllo.

A seguire, la novità che non è neanche tanto sorprendente: ritornano nel PD alcuni parlamentari di Scelta Civica che erano fuoriusciti da quel partito in polemica con scelte giudicate non del tutto coerenti con l’Agenda Monti. Questo arrivo, unito all’impressione di una ripresa di carattere democristiano (o di cattolicesimo politico) che ha caratterizzato i commenti dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, può aver riaperto scenari di nuove divisioni.

A parte il fatto che i nuovi arrivati (anzi ritornati) più che ascrivibili ad una storia democristiana, appartengono per buona parte a posizioni liberaldemocratiche, il loro innesto dà peso maggiore alle posizioni renziane, che sembrano viaggiare come un treno verso l’approvazione delle riforme; però mi  ricorda il gioco che si faceva da bambini con i (soldatini) federali e gli indiani. Arrivano i nostri per battere i cattivi. Noi e loro.

Tornando alla realtà, non sarebbe male – so che dare consigli da fuori è semplice e comodo – per un verso, affrontare una volta per tutte la questione delle primarie: le regole, i controlli sui votanti, le truppe cammellate che si portano al seggio, ecc. Anche le votazioni per il rinnovo delle cariche o per la nomina dei delegati congressuali che caratterizzavano la DC erano agitate, contestate, polemiche, ma per lo meno prevedevano la partecipazione solo degli iscritti ad una certa data; perciò si sapeva chi aveva diritto al voto. D’altra parte stabilizzare una struttura di partito che risponda alla necessità di essere veramente e profondamente plurale, rispettando tutte le sue componenti interne, ed evitando di essere e di apparire ora troppo socialista (ricordo che sono approdati di recente nel PD anche deputati provenienti da SEL), ora troppo rivolto al Centro moderato o alla visione liberale dei giuslavoristi ed economisti più alla moda.

Per quanto riguarda le Primarie del PD o di coalizioni di centro sinistra: essendo aperte, può partecipare anche un avversario politico o chi non voterà comunque quel partito e quella coalizione alle elezioni “vere”. Questo non è un fatto secondario! L’altra questione, legata alle Primarie, è la vecchia tesi: se vinco resto, se perdo me ne vado perché …. e giù elenco di colpe a destra e a manca, per giustificare la propria scelta. Anche questa è un questione da chiarire prima della contesa; salvo i casi in cui irregolarità pesanti e malavitose o corruttive si verifichino veramente. Allora l’abbandono non solo è comprensibile, ma addirittura doveroso.

E veniamo, così, ad un’altra questione, che con le Primarie c’entra solo di striscio. Ed è la questione politica; nel senso che il profilo del partito e le alleanze non sono ancora del tutto definite in modo chiaro. Non si può passare (o non si dovrebbe) nel giro di pochi anni da una vocazione maggioritaria, alla grande coalizione, da alleanze di sinistra, a quelle di centro, a quelle includenti la destra. Si replicherà che le condizioni erano anormali e il bene del Paese doveva prevalere su quello di parte; ma questo deve essere dichiarato e valere per lo stretto necessario, e poi tornare sulle posizioni proprie. La legge elettorale in via di approvazione potrebbe non risolvere del tutto la questione, soprattutto perché è il programma più dei numeri a contare.

E su quali siano le alleanze, i programmi e le prospettive, sia di questo partito che delle persone che ritengono di appartenere al campo del centrosinistra, ci si divide e la battaglia si fa dura.  Tanto da lasciare intendere che convivano davvero due PD, o almeno un PD a trazione renziana e un PD che vuole costruire continuità con la storia della sinistra italiana e non vuole né può confondersi in alleanze e programmi “ambigui”, cioè non in linea con la quella storia. Lasciando da parte la divisione sulle questioni istituzionali ed elettorali che taglia quel partito in modo trasversale: perciò al di là di ex sinistra o meno.

E’ corretto allora, anche dopo l’arrivo di alcuni ex Scelta Civica, continuare a dividere ancora il PD tra renziani come moderati / ex dc / futuro, e i non renziani solo come ex comunistri / sinistre ideologiche / vecchio? A me pare che le cose siano più complesse. La visione “autonomista”, “civica”, e di “democrazia comunitaria” non è solo e sempre interpretata dal Presidente del Consiglio e amici. Così come non basta opporsi ad ogni riforma e novità, e ripetere le solite proposte a difesa delle classi lavoratrici per interpretare le esigenze di equità e giustizia. Da una parte i buoni (i nostri), dall’altra i cattivi (gli indiani)?

E’ difficile che, nell’attuale situazione, il PD si divida come sembrava trasparire solo poche settimane addietro. Ciò che però rischia di restare scoperto, a mio modesto parere, è la presenza di una forza riformatrice sulla falsariga dell’Ulivo iniziale: una forza politica “nuova” perché elaboratrice di un pensiero “nuovo” ma radicato nel solidarismo, nell’ambientalismo, nel personalismo comunitario, e nella sinistra democratica.  Si sarebbe perso un ventennio; perché se è cambiato il mondo, noi non possiamo tornare alle vecchie divisioni. E aggiungo, sempre da un punto di vista esterno al PD, che serve affrontare nel modo giusto il problema del pluralismo del partito, della convivenza tra sensibilità diverse che possono avere interessi largamente convergenti.

Mentre, questa divisione tra “noi” (i non ex comunisti) e “loro” (coloro che si sentono socialisti e di sinistra), pone un interrogativo per chi ritiene di far parte, per cultura, storia personale, sensibilità politica e culturale, a quel “noi”. Se dall’altra parte (loro) ci sono gli indiani legati ai vecchi slogan, ai loro simboli, e via discorrendo, da questa parte non c’è il rischio che i rinforzi (arrivano i nostri) siano vecchie volpi che anziché liberare la “carovana” democratica dalle frecce nemiche diventano i nuovi padroni del vapore? Fuor di metafora: se un tempo chi dirigeva le danze contro il comunismo era una classe politica cattolico democratica, era un gruppo formatosi sulle tesi di Sturzo, Donati, Ferrari, di Igino Giordani e di Toniolo, e poi di De Gasperi, Gronchi, Dossetti, Lazzati, Achille Grandi, non succederà che a rafforzare e sostenere la parte nuova e moderna rappresentata dal partito renziano (elettori e dirigenti della democrazia 2.0 arrivati in soccorso al PD, non mi riferisco tanto agli Ichino, Lanzillotta, Tinagli, ecc.) siano persone che con il popolarismo democratico, con il personalismo comunitario, con il riformismo solidale non ci azzecchino proprio per niente.

Morale della favola: se arrivano i nostri, evitando lo scivolamento lento e costante verso lo statalismo e l’operaismo vecchio stampo (lotta di classe inclusa), non avverrà come dopo il crollo del Muro di Berlino e la caduta del Sovietismo che a vincere non è stata la democrazia, ma il capitalismo della finanza? Perciò prima di inneggiare alla liberazione dalle “catene” post comuniste meglio verificare che non ci si impicchi con la “corda” liberista.

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