Non se ne parla più, ma…

Gian Piero Armano

isA distanza di poco più di un mese dall’attentato terroristico di Parigi, sembra calato il silenzio, almeno qui in Italia, su quel drammatico fatto. Non so se sia un silenzio meditativo e indagatore o se, come avviene quasi sempre, i media e i mezzi di comunicazione tacciono dopo aver fatto la sparata che ha smosso per alcuni giorni l’opinione pubblica e poi tutto rientra nell’alveo del silenzio.

Appena successo l’attentato c’è stata indignazione perchè, di fatto, è stato un crimine abominevole che non si può giustificare o difendere. Ma l’indignazione non  basta, occorre cercare di capire analizzando i motivi e le cause che provocano gesti simili.

Una prima analisi deve farci considerare che, anteriormente a questi fatti estremi, c’è un contenuto oscuro di vite umiliate, di emarginazioni, di discriminazioni e anche di stragi o di guerre preventive che hanno causato migliaia di morti nei territori musulmani.

E’ fuori di dubbio che il coinvolgimento e la responsabilità degli USA e di alcuni Paesi europei in questa storia oscura sono stati massicci.

Si prenda, ad esempio, la Francia dove vivono oltre 6 milioni di musulmani, per lo più emarginati nelle periferie delle grandi città, conducendo un tipo di vita molto precario. E’ un triste segnale di discriminazione, ma nello stesso tempo, forse, è anche un segnale di islamofobia.

Nei giorni dell’attentato terroristico alla sede di “Charlie Hebdo” non sono mancati atti che, se non hanno raggiunto il livello di drammaticità come contro i vignettisti francesi, hanno dimostrato qualcosa di simile al terrorismo islamico: si è sparato contro una moschea, un ristorante musulmano è stato dato alle fiamme, i giovani studenti, molti dei quali musulmani, che non hanno aderito al minuto di silenzio imposto nelle scuole per ricordare le vittime, sono stati denunciati alla polizia, rischiando di essere accusati  di apologia di terrorismo…

Simili reazioni evidenziano che i germi del terrore che hanno provocato la morte dei giornalisti, sono presenti anche in una parte dei cittadini francesi: lo spirito di vendetta è annidato nell’una e nell’altra parte.

Se c’è un dato da apprendere è che il comportamento vendicativo deve essere superato e prima di tutto da persone che, nello sviluppo della loro civiltà, hanno dato un particolare peso al significato del diritto, della giustizia, della democrazia e della libertà. La vendetta, così come la violenza, crea una spirale di odio interminabile nel provocare una catena di vittime, molte delle quali estranee ed innocenti.

Inoltre è emblematico, e pertanto bisogna considerarlo, quanto è successo dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 alle torri gemelle: il presidente di allora, Bush, si è lasciato andare a dichiarare “guerra infinita” al terrorismo, soprattutto islamico. E le sue non furono solo parole pronunciate in un momento di rabbia e di confusione, ma si tradussero nel giro di pochi giorni nel creare il “Patriot Act” che consentiva di rafforzare il potere della polizia e del corpo di spionaggio per ridurre il rischio di attentati, intromettendosi esageratamente nella privacy dei cittadini. Soltanto dopo 6 anni la legge del Patriot Act è stata dichiarata incostituzionale. Ma in tutto il territorio degli USA e in altre parti del mondo i terroristi dichiarati o presunti tali, finirono di vivere in condizioni disumane e torturati come a Guantanamo. Lo stesso vale per l’azione condotta in Iraq nella quale, oltre alle forze militari degli USA, parteciparono anche paesi alleati occidentali: quanti furono i morti e quanti i feriti?…

Penso che non sia fuori luogo configurare l’inaccettabile attentato di Parigi come una delle conseguenze di questa primigenia azione di violenza che è durata qualche decennio. D’altra parte una delle finalità dell’attentato può essere quella di creare panico nella società francese e in quella europea perchè, così agendo, si occupa la mente delle persone, rendendola succube della paura. Probabilmente il terrorismo islamico si preoccupa di insidiare le menti dei cittadini europei, più che occupare dei territori. Si tratta di una vittoria malefica riuscire a destabilizzare emotivamente l’opinione pubblica europea, a creare diffidenza nei confronti di persone musulmane, a vivere nella paura.

Ma sarebbe altrettanto malefico pensare di reagire al terrorismo islamico con un terrorismo di Stato.

Certo è che, per quanto è successo prima, durante e dopo l’atto terroristico di Parigi, siamo molto lontani dall’atteggiamento e dallo spirito che manifestarono nel 1996 i sette monaci trappisti sgozzati dal GIA (Gruppi islamici armati) a Tibirine in Algeria, ben evidenziati nel testamento spirituale che il priore della comunità, Christian de Chergé, ha scritto alcune settimane prima di essere ucciso. Lo propongo per intero all’attenzione dei lettori perchè quanto è stato scritto ci induca a riflettere, ad analizzare, ma a non far cadere nell’oblio quanto è successo a Parigi o in altre parti del mondo, non per spirito di rivalsa o di vendetta, ma per ritrovare il filo conduttore per saper convivere, condividere e comprendere.

Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo mi piacerebbe che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che pregassero per me. Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha un prezzo più alto di un ‘altra.. Non vale di meno né di più. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per considerarmi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che mi può colpire alla cieca. Non posso auspicare una morte così; mi sembra importante dichiararlo. Infatti non vedo come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo, che amo, sia indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che forse chiameranno la grazia del martirio, doverla a un algerino qualsiasi, soprattutto se questi dice di agire nella fedeltà a ciò che crede di essere l’islam. Conosco le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. E’ troppo facile mettersi la coscienza in pace, identificando questa religione con gli integrismi dei suoi estremisti. L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima. Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno considerato con precipitazione un naïf o un idealista. Ma queste persone devono sapere che la mia più lancinante curiosità verrà finalmente soddisfatta. Ecco che potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come Lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua Passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione, ristabilire la rassomiglianza, giocando sulle differenze. Questa vita perduta, totalmente mia, totalmente loro, rende grazie a Dio.

E anche a te, amico dell’ultimo minuto, che non sapevi quel che facevi. Sì, anche per te voglio prevedere questo “Grazie” e questo “Addio”. E che sia dato a tutti di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piacerà a Dio, nostro Padre comune. Amen! Inschiallah!”.

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