Tra identità e accoglienza

Patrizia Nosengo

lib

(Sul tema dell’immigrazione ospitiamo oggi con grande piacere l’opinione di Patrizia Nosengo. Prosegue così la nostra analisi a più voci, dopo gli interventi di Angelo Marinoni con Osservazioni a latere del “Mare  Nostrum”, Andrea Zoanni con ImmigrazioneDaniele Borioli con Immigrazione: dopo Charlie Hebdo? e Carlo Baviera con Dagli sbarchi alle seconde generazioni).

Secondo Luigi Zoja, la paranoia, alimentata dal sospetto e dall’allusione, è una possibilità  presente in ogni essere umano, un potenziale archetipico, una sorta di tentazione onnipresente, che l’ambiente può espandere a dismisura, in un contagio pressoché illimitato. Ed è giustappunto una lieve, strisciante, ma persistente e fastidiosamente persuasiva suggestione paranoide che coglie il lettore del romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione, nel quale è tratteggiato il futuro prossimo venturo di una Francia ormai profondamente, seppur placidamente e quasi inavvertitamente, islamizzata, a causa dell’elevato numero di migranti musulmani e del credito, potenzialmente illimitato, dei petroldollari messi a disposizione dall’Arabia Saudita. In identico modo, come Iago nel dramma shakespeariano, altre voci sussurrano allusivamente alle nostre orecchie l’avversione per il diverso e la diffidenza paranoica verso l’esodo biblico, che in questi ultimi anni sta spostando interi popoli dal sud del mondo, attraverso il Mediterraneo, verso l’Europa e, in primo luogo, se non altro per ragioni spaziali, verso l’Italia. Di contro, le notizie quasi quotidiane delle stragi in mare di disperati, che tentano di sfuggire alle guerre e alla miseria delle loro terre d’origine, destano in noi orrore per l’indifferenza con cui il mondo assiste a quella vera e propria ecatombe e ci sospingono verso un umanitario desiderio di accoglienza e di soccorso verso tutti i migranti.

Identità e accoglienza, dunque. Si tratta di una endiade di sentimenti e di emozioni che attraversa ognuno di noi singolarmente e la società nel suo complesso, spesso in modo irrisolto e comunque sempre irrazionale, tra l’utopia di un mondo senza confini, in cui ciascuno possa sentirsi ovunque a casa propria e la preoccupazione per i conflitti che la differenza culturale concretamente e ineludibilmente suscita, allorché convive in un medesimo spazio geografico. Lo stesso dibattito politico italiano ne risulta come co-stretto tra i teorici della pericolosità, del complotto e del respingimento indiscriminato e quelli della felicità dell’ibridazione culturale e dell’accoglienza a ogni costo, in uno scontro verboso troppo ideologico, del tutto incapace di leggere con lucidità i profondi e per molti versi laceranti cambiamenti sociali e culturali in corso. A rendere ancora più complesso il quadro politico sono, da un lato, i tatticismi elettoralistici dei vari partiti, che utilizzano la questione dell’immigrazione per strappare facili consensi, o per tentare di bloccare l’eventuale crescita degli avversari; dall’altro, gli interessi economici, talora – come la cronaca recente ci ha disvelato – illeciti, che ruotano intorno al mondo del volontariato e delle strutture di accoglienza. Infine, last but not least, svolge un ruolo nodale, soprattutto nella sinistra italiana, l’adozione persistente di categorie interpretative obsolete, rimaste ferme agli anni Sessanta del Novecento, dal rifiuto leninista del cosiddetto imperialismo occidentale, inteso come unica causa della povertà del terzo e quarto mondo, di cui i migranti sono considerati vittime, all’identificazione delle masse islamiche con i “dannati della terra”, secondo la definizione ormai celeberrima di Franz Fanon, vocati alla rivoluzione anti-capitalistica, dalla celebrazione relativistica della differenza, concepita come sempre e comunque arricchente, all’equivocazione di ogni preoccupazione di ordine e sicurezza sociale, assunta univocamente e rigidamente come espressione di ottuso razzismo.

Non è affatto facile tentare di districarsi in tale complesso di tensioni, emozioni e riflessioni, giacché tanti, troppi sono gli elementi che occorre considerare. Tenteremo di farlo, sia pure  in modo rozzamente schematico, cercando quasi cartesianamente non già soluzioni, peraltro presumibilmente impossibili, bensì alcune iniziali distinzioni, che possano orientare la costruzione di una futura analisi compiuta, di cui non ci sentiamo capaci.

Anzitutto, occorre sottolineare come le questioni fondamentali che il flusso migratorio ha aperto in Italia (e in Europa) siano essenzialmente tre: la sussistenza di una crisi economica di proporzioni inedite, che ha generato tra i cittadini europei, soprattutto di mezza età e anziani, nuove povertà diffuse, che rischiano di divenire invisibili per la politica, celate come sono dalle proporzioni ancor più enfatiche del fenomeno migratorio e delle istanze che pone e che, di conseguenza, potrebbero alimentare una cultura razzistica e xenofoba soprattutto nei ceti più colpiti dalla crisi economica; il numero elevatissimo di migranti, soprattutto islamici (il Pew Research Center indica in 18 milioni i musulmani presenti oggi in Europa e prospetta per il 2030 la presenza di 30 milioni di islamici, che in ben nove Paesi europei, tra cui Belgio, Francia e Russia, costituiranno oltre il 10% della popolazione complessiva); e la forte identità culturale, in larga misura impermeabile all’influenzamento dei modelli occidentali, che contraddistingue i migranti islamici e, in modo meno palpabile, ma forse ancora maggiore, quelli cinesi.

Ora, è vero che, come osserva Remotti, l’identità di un individuo, o di un gruppo è anzitutto sempre plurale e dunque dai confini sfumati e modificabili ed è, in secondo luogo, un costrutto sociale, esito della stratificazione di scelte arbitrarie e/o condizioni casuali determinatesi nel corso dei secoli; e tuttavia, una volta costituitasi, tale identità diventa radice dell’agire e della Weltanschauung di ciascuno, una radice talmente profonda, da divenire del tutto inconsapevole e talmente pervasiva, da condizionare fortemente ogni gesto, ogni giudizio, ogni decisione. Sottovalutare questa componente, nella pur giustissima sottolineatura del meticciato di cui tutti noi siamo originariamente parte, è dunque quanto meno superficiale e ingenuo.

La tradizionale prevalenza del collettivo sull’individuale peculiare dell’identità cinese, così come la misoginia, la coincidenza tra diritto positivo e legge religiosa e la logica amico-nemico dell’identità islamica sono dunque componenti che possono rendere problematici l’incontro e la convivenza tra occidentali e migranti. La stessa tavola valoriale che l’Occidente ha costruito a partire dal socratismo e dal platonismo, attraverso il Cristianesimo e l’Illuminismo, non è affatto universale, ma appare oggi, nel confronto con le culture “altre”, ineludibilmente parziale, soltanto occidentale appunto: la solidarietà, la fiducia nella ragione, il rifiuto della violenza e il ricorso al dialogo, l’antidogmatismo, il principio della tolleranza, la nozione di diritti inalienabili dell’individuo, la tutela del reo, oltre che della vittima, la parità di genere, la separazione tra Stato e Chiesa, tra politica e religione sono valori maturati nell’Occidente (sebbene in modo non ancora perfetto e compiuto) e che appaiono alieni all’Islam anche moderato, alla cultura ancestrale di molte popolazioni africane e alla cultura tradizionale cinese, o indiana.

Non è sufficiente, dunque, invocare, a tutela della convivenza pacifica di molte culture differenti, il pur imprescindibile quadro di norme democratiche condivise, all’interno delle quali costruire l’incontro arricchente di molte diversità (e in questo senso, peraltro, diviene davvero difficile immaginare una mediazione tra il dettato della nostra Carta costituzionale e il ruolo riservato alla donna nella famiglia islamica, o l’infibulazione praticata su molte bambine africane), ma è necessario interrogarsi sulle modalità dialettiche di apertura autentica tra tali diversità, un’apertura, sia chiaro, necessariamente reciproca, senza la quale l’incontro diverrebbe non soltanto fonte di immane e inutile fatica, ma rischierebbe a ogni istante di risolversi in conflitto.

In questa prospettiva, il vero problema dell’incontro inter e multiculturale è peculiare dell’Occidente e non dei migranti che vi approdano. Dinanzi alla impermeabilità e alla rigidità delle culture altre, è infatti l’Occidente a doversi guardare anzitutto da ciò che, come afferma Emanuele Severino, costituisce il suo inconscio, vale a dire il nichilismo e dalla conseguenza fondamentale del nichilismo, vale a dire il relativismo. Se è vero, come è vero, che la metafisica occidentale ha tratto dalla considerazione del divenire – e dunque della possibile e sempre incombente nullificazione delle cose – non soltanto la volontà di dominarle, ma anche, forse soprattutto, la persuasione della parzialità dei punti di vista e della storicità delle concezioni, fino a un disperato scetticismo, inane dinanzi alle lacerazioni e alle degenerazioni della modernità, è tuttavia vitale oggi saper oltrepassare il vacillare delle idee che caratterizza il nostro tramontare e saper ritrovare il senso della nostra storia, che radica i valori peculiarmente occidentali, ma potenzialmente universali (giacché l’universalismo è il loro più autentico fondamento) di cui poc’anzi parlavamo.

Il consumismo, l’edonismo, la reificazione dell’uomo, la solitudine e la passività  delle masse, la mercificazione dei corpi, il relativismo etico e gnoseologico peculiari della modernità e della post-modernità in cui la cultura occidentale è per molti versi degenerata non possono costituire un’alternativa credibile alla cultura arcaica, cui appartengono per la maggior parte i migranti soprattutto africani e islamici. Ed anzi, un’immagine così distorta del vivere occidentale non può che sospingere i più fragili, o i più disperati tra gli immigrati di seconda e terza generazione nelle braccia del terrorismo jiahdista, come i casi di tanti giovani immigrati britannici di origine pachistana e francesi di origine africana e maghrebina hanno anche recentemente dimostrato.

Occorre allora tornare con fermezza alla lunga tradizione filosofica e spirituale occidentale, che ci ha condotto fuori dalle tenebre della superstizione, del dispotismo, della misoginia, della violenza, del dogmatismo, per proporre ai migranti un modello appetibile, persuasivo di vita, cui poter confrontare e misurare i paradigmi delle loro culture originarie. E saranno allora soprattutto le ragazze migranti a trovare la via di emancipazione della figura femminile e di incontro con la parte migliore della tradizione occidentale. Occorre, insomma, rivitalizzare la nostra identità e la nostra cultura, anziché indulgere alla beota convinzione che un’irriflessa, quasi automatica, spontanea e per così dire “naturale” ibridazione tra culture possa essere di per sé un arricchimento, giacché, altrimenti, rischiamo di veder tornare i fantasmi del nostro passato, così faticosamente esorcizzati ed emendati dalla storia anche recente delle società occidentali (si pensi anche soltanto a quanta sofferenza è costata in Italia l’emancipazione femminile ancora negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, un’emancipazione che rischia oggi di essere fortemente ridotta dalla mercificazione consumistica dell’immagine femminile, quanto dalla radicale misoginia dei migranti musulmani).

O l’Occidente sarà capace di ricostruire e innovare la propria identità migliore, o, come preconizzava Spengler, sarà compiutamente e irreversibilmente Abendland, terra della sera, destinata al tramonto. E allora, davvero, la distopia di Houellebecq si realizzerà, forse addirittura peggiorata dal prevalere della megalomania ossessiva e della delirante rigidità degli jiahdisti dell’Isis.

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