La piazza deserta

Carlo Baviera

IMG_20150214_131912L’annuncio del cessate il fuoco in Ucraina fa crescere motivi di speranza, anche se siamo solo al primo passo. Molto altro serve ancora; come ha sottolineato Angela Merkel “Passi concreti devono essere fatti. E ci sono ancora grandi ostacoli davanti a noi. Io non mi illudo, noi non ci illudiamo: è necessario ancora molto molto lavoro. Ma c’è una chance reale di migliorare le cose”.

Ciò che mi colpisce è che di fronte ai venti di guerra che si stendono sull’Europa, vicino ai nostri Paesi,  nessuno a livello di società civile si sia mosso, nessuno abbia parlato, nessuno abbia gridato. Anche i pacifisti sempre pronti  ad organizzare manifestazioni pro o contro qualcuno o a fronte di iniziative per l’aggiornamento degli armamenti che riguardano gli Stati europei, o per l’installazione di sistemi militari nelle nostre contrade, in queste settimane sembravano assenti.

Di fronte alla possibilità concreta che la guerra, quella vera, si estendesse nel nostro continente, siamorimasti  tutti in silenzio; tutti incapaci di prendere posizione o di ribadire le certezze di sempre contro le armi.

Siamo presi forse in contropiede perché c’è uno Stato dell’Europa (anche se non parte della UE, ma solo  associato alla UE) che abbiamo ritenuto essere stato “attaccato” “invaso”: cioè l’Ucraina, in particolare le sue provincie orientali. Caspita se qualcuno “attacca” una nazione alle nostre frontiere – si dice – che intende entrare nell’Unione e nella Nato bisogna difenderla e difendersi! Questo pensano i più accesi sostenitori delle ragioni dell’Ucraina.

Altri, più prudentemente e realisticamente cercano di valutare se non ci siano motivazioni valide anche tra i russofoni, e da parte della Russia che si sentirebbe tradita da UE e Nato.

Non vorrei che a causa di queste due posizioni, sulle quali non esprimo per ora giudizi, tutti stessero ad aspettare gli eventi. Non entro neanche nel merito delle ragioni e dei torti degli uni e degli altri. Sappiamo che da mesi si combatte in quelle contrade; che la Crimea viene considerata dall’Ucraina “territorio temporaneamente occupato”, e che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza l’11 marzo 2014, ed è in via di annessione alla Russia; che la UE ha deciso sanzioni contro la Russia per il suo intervento sul suolo ucraino; che la Russia afferma che il suo “soccorso” è stato richiesto per difendere i cittadini russofoni.

La cosa che mi preoccupa, in queste giornate convulse, in cui la diplomazia ha giocato la propria parte alla ricerca di soluzioni possibili, è non solo la possibilità che si tornasse a parlare esplicitamente di guerra sul suolo europeo, ma anche il silenzio delle piazze. Dove sono oggi i movimenti pacifisti, dove sono coloro che si stracciano le vesti per l’imperialismo che difende i propri interessi e l’accesso al petrolio? Dove siamo noi che ci diciamo contrari all’uso delle armi, contro la logica delle soluzioni militari, del “jamais plus la guerre, jamais plus la guerre”? E dove siamo tanti di noi, pronti a chiedere preghiere per invocare pace e per predisporre i cuori alla convivenza, al dialogo, e alla fratellanza, in tante situazioni precedenti? Non crediamo più neanche alla forza della preghiera quando i fatti coinvolgono territori e popoli a noi vicini?

Capisco che può essere difficile schierarsi, capire chi dei due contendenti ha più ragioni rispetto all’altro; ma a me sembra che la prima cosa fosse (e sia ancora) scendere in strada e gridare, anche perché più coinvolti (non è stato così per la ex Jugoslavia?), NOT IN MY NAME, NO ALLA GUERRA! A prescindere.

Oppure bisogna, per manifestare, avere comunque un capro espiatorio, un avversario da indicare come colpevole? Si aspetta che Obama armi davvero gli Ucraini per cominciare a urlargli contro? E contro Putin (e Porosenko) invece non ci sono motivi per gridare? E la questione del gas non è pari alla questione petrolio in questa vicenda? E l’Europa sostiene forze liberali e democratiche oppure non rischia di “subire” politiche degli ultra nazionalisti di destra che non intendono cercare mediazioni? Sono interrogativi a cui non ho risposta, e che dicono la complessità della questione.

La cosa certa è che, fin dall’inizio, le cose sono procedute in modo poco lineare. La <rivoluzione arancione> ci ha illusi che anche in questo caso si potesse procedere verso la completa autonomia e democratizzazione di quella nazione ex sovietica, finalmente liberatasi dal giogo di Mosca. Da parte occidentale non siamo forse stati abbastanza accorti a chiedere più prudenza  ai filo europeisti; e di esigere che fossero tutelati le componenti russofone. Poi Putin ha lavorato da nuovo Zar senza andare troppo sul velluto.

Però, ciò che sembra diventare sempre più evidente è che l’Europa Unita, quella sognata dalla nostra generazione, quella di cui abbiamo visto i primi passi, sta miseramente fallendo. O, almeno, procede e si realizza su basi diverse da come l’abbiamo immaginata. C’è chi la vuole come Stato forte, capace di far sentire la sua voce dettando condizioni al pari delle altre Grandi Potenze, e pronta all’uso della forza. Mentre dovrebbe saper essere Grande perché capace di ribaltare i criteri fin qui seguiti da rapporti basati su un sistema diplomatico condizionato da aspetti economici, militari, e strategici. Grande perché sovverte i rapporti su cui si basano alleanze. Grande perché capace di vera cooperazione internazionale, e di chiedere all’ONU di svolgere il riolo di Polizia internazionale. Grande perché capace di diventare lei stessa esempio di convivenza, pluralismo, rispetto delle diversità, e capace di gestire i propri conflitti (finanziari, di bilancio, ecc.); mentre invece dà esempio di discussioni infinite e divisioni sempre e solo per questioni economiche, legate a prodotti non tutelati a dovere, a criteri da rispettare. Mai che si alzi il dibattito su questioni alte: solo le vicende legate a questioni etiche o ai valori religiosi di riferimento, sono state presto archiviate, bene o male.

A questo punto tutto può succedere. Ciò che mi aspetto è che si torni ad urlare il no alla guerra. E  soprattutto che gli <uomini liberi> dell’Unione Europea decidano di essere <opinione pubblica>, di far sentire che ci siamo con le nostre idee, ovviamente contrarie alle armi, a sostegno della ricerca di soluzioni diplomatiche (non è questo il momento opportuno?), non disposti a cedere alla opzione militare anche quando questo potrebbe sembrare l’unica risposta.

In sostanza, i Governi, compreso quello Europeo devono sentire il fiato sul collo da parte dei cittadini e capire che siamo noi a voler decidere; e non a lasciare i nostri destini nelle mani di pochi addetti ai lavori. Come ha scritto Paola Gaiotti de Biase “Non bastano più le risposte diplomatiche di vecchio stampo. Io credo che ci voglia anche una risposta dei popoli, da una parte e dall’altra”. Infatti le opzioni militari di questi ultimi 25 anni dovrebbero dimostrare ampiamente che le armi non hanno risolto i problemi, casomai li hanno aumentati.

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One thought on “La piazza deserta

  1. Liberarsi dal giogo di Mosca non vuol dire macellare e deportare chiunque parli il russo. La pulizia etnica, la strage e l’assedio tramite taglio dell’acqua sono crimini di guerra e contro il genere umano. Commetterli contro persone che parlano russo non è meno grave.

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