La forza degli anni

Domenicale Agostino Pietrasanta

maniHo partecipato ad una serata promossa dalla Comunità di S. Egidio e dedicata ai problemi della vecchiaia; davanti ad un pubblico numeroso ed attento, prendendo spunto da un libro composto a più mani da varie esperienze del movimento si sono confrontate alcune opinioni sul problema. Ne è emersa una complessità di cui forse c’era il sospetto, ma non certo una rilevanza tanto ricca di prospettiva quanto carica di questioni spesso irrisolte.

Non mi soffermo sulla necessaria assistenza agli anziani che ovviamente costituisce una priorità immediata: mentre la vita si allunga per una serie di concause che il libro presentato, pone in luce con dovizia di informazioni, la qualità del vivere non riesce a decollare: oltre una certa età l’uomo diventa un emarginato per molti e persino le istituzioni, non esclusa quella ecclesiale, imbevute di giovanilismo o giustamente preoccupate delle condizioni precarie dei giovani, dimenticano la dimensione specifica della vecchiaia.

Nella serata però, grazie alle testimonianze di vicinanza alla popolazione anziana, da parte dei protagonisti di S. Egidio, è soprattutto emersa la riserva di vita della terza età. Si tratta ovviamente di una riserva diversa e specifica, carica di una forza che non è più quella dell’efficienza intesa come realizzazione di presenza attiva; al contrario si realizza nella capacità di esprimere il valore della gratuità. Mi viene da ricordare il passaggio del profeta in cui coloro che non hanno più la capacità, la forza e le risorse per pagare, vengono invitati a bere con gioia alla fonte delle acque. Sono gli anziani che non hanno più neppure un riscontro di riconoscimento della propria memoria considerata non opportuna, né tanto meno necessaria; sono gli anziani che proprio per questo sono dei poveri in senso proprio e diffuso. Ma proprio su queste premesse che denunciano la loro mancanza di “avere” si stabilisce il primato dell’essere costituito dai caratteri di una personalità che propone o dovrebbe proporre la sua storia come essenza di umanità.

Nel corso del dibattito, ad un certo punto, è stata richiamata la figura di un grande penalista cattolico, Francesco Carnelutti; intervistato nei primi anni sessanta, Lui, ormai vecchio, sollecitato a confrontare la sua esperienza di anziano con quella degli anni giovanili, egli si paragonò ad un grande albero: da giovane era rigoglioso, carico di fronde, ma da vecchio, proprio perché spoglio non gli era più impedito di guardare in alto, di guardare all’essenziale.

Vale la pena ritornare su queste valutazioni. Molto spesso, anche nella pastorale e nell’omiletica si richiama il passo di Luca in cui si dice della visita di Gesù a Marta e Maria; la prima si affanna per ricevere il maestro, la seconda lo sta semplicemente ad ascoltare: ha scelto la parte migliore e gli autori di S. Egidio, nel libro traducono, “ha scelto l’essenziale”.

Parlando, nella serata ad un pubblico attentissimo, mi chiedevo se, da questo passo tanto richiamato si traggono tutte le conseguenze pastorali; se, sul serio, nella preoccupata valutazione dei problemi dei giovani, si è ancora in grado, a cominciare dalla Chiesa, di trarre insegnamento dalla riserva di saggezza e di esperienza degli anziani.

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