Dagli sbarchi alle seconde generazioni

Carlo Baviera

bal(Continua oggi con un contributo di Carlo Baviera il dibattito aperto da Ap sull’ immigrazione. Angelo Marinoni ha aperto con Osservazioni a latere del “Mare  Nostrum”, seguito da Andrea Zoanni con Immigrazione e da Daniele Borioli con Immigrazione: dopo Charlie Hebdo?).

Si è aperta non molto tempo fa, su queste pagine, una riflessione sul tema della immigrazione. Sembra un tema ormai logoro, visto che è da oltre vent’anni  che il fenomeno ci ha investiti, sorprendendoci improvvisamente, mentre ancora stavamo chiedendoci quali sarebbero state le conseguenze dell’89: del crollo del muro di Berlino e la sconfitta del comunismo sovietico in tutta l’Europa orientale.

Si pensava agli spetti positivi derivanti dalla “vittoria” dei valori occidentali; invece, da allora, un crescendo di attentati, guerre, immigrazione, rigurgiti di conservatorismo comunista in Paesi dell’Est, un crescere esagerato di anticomunismo all’ovest, e via discorrendo, fino ai crimini ultra nazisti dell’odierno califfato.

Avevo cominciato a stendere qualche linea, per intervenire sull’argomento, prima che si scatenasse la follia omicida del terrorismo fondamentalista a Parigi. In base agli eventi si aprono nuove prospettive, ma ritengo di attenermi a quanto avevo già preparato, ritenendo che la sostanza non cambi di molto. Come non la modificano le quasi giornaliere esecuzioni da parte degli affiliati all’IS. Infatti, non si deve confondere immigrazione, con Islam; né questo con terrorismo.

In tutti questi anni, di fronte all’immigrazione, si è passati dalla sorpresa, alla paura, all’impegno notevole di molti per l’accoglienza e per l’integrazione; ma troppi sono ancora i pregiudizi da una parte, e un certo “buonismo” dall’altra che rischiano non solo di alimentare divisioni e incomprensioni, ma soprattutto di rallentare le decisioni più opportune e concrete.

Gli sbarchi quasi quotidiani sulle nostre coste portano molti a ragionare in termini di assedio e di insicurezza per la propria vita, anche se i dati ci dicono che non siamo il Paese in cui è presente la quantità maggiore di profughi e di rifugiati. E ad aggravare la questione, come accennato, ci si è messa anche la nascita del Califfato, delle azioni dell’ISIS, con i suoi tagliatori di gole o i rapitori di studentesse. Cose che riportano indietro rispetto alla predisposizione al dialogo e all’accoglienza, con i commentatori che ripropongono risposte tradizionali di fronte ad un fenomeno che è letto come tentativo di assedio alla nostra civiltà e alla nostra sicurezza.

Allora si dovrebbe ricordare e insistere, ancora una volta, che se è giusto non sottovalutare i fenomeni, se si devono difendere quanti sono insidiati e perseguitati, è altrettanto necessario proseguire nel confronto e aiutare la reciproca conoscenza: perché Islam non è violenza e aggressione. Devono essere sconfitti i luoghi comuni, così come lo devono essere i buonismi e le ingenuità che minimizzano ogni fenomeno.

Luoghi comuni come “Gli italiani non hanno lavoro e ai rifugiati diamo 40 euro al giorno”, “Noi se stiamo senza lavoro non riceviamo un euro, a loro invece li manteniamo senza far niente”, “Noi non abbiamo lavoro, con  difficoltà per gli affitti, a loro regaliamo lavoro e alloggi popolari”. Un mantra che viene ripetuto e che spiega il clima di insofferenza verso i migranti. Anche se le cose non stanno esattamente così, e ad esempio dei 40 € solo meno di 3 finiscono nelle loro tasche, mentre il resto copre le spese delle cooperative che gestiscono l’accoglienza.

Il Convegno”Sognando Balotelli: Le seconde generazioni di una piccola città coinvolta nella crisi globale” che la Pastorale per i Migranti della Diocesi di Casale Monferrato e l’Associazione e-forum hanno organizzato a dicembre ha aiutato a conoscere, attraverso la presentazione dei risultati di un questionario, il pensiero dei giovani studenti (in particolare immigrati  o figli di immigrati) riguardo ad una serie di problematiche; e a scoprire che le cosiddette seconde generazioni di immigrati hanno abitudini, gusti, cultura simile ai coetanei e a volte dimostrano aspetti più positivi di quelli italiani (più volontariato, più voglia di futuro e ottimismo).

Dicono i responsabili diocesani: “Un punto che il questionario non ha affrontato è la situazione di grave ingiustizia che vivono i (cosiddetti) ragazzi G2, relativamente alla cittadinanza. Per chi nasce in Italia sono ancora oggi 18 gli anni che riconoscono una realtà che invece è sotto gli occhi di tutti: che i figli degli immigrati vestono, parlano, si divertono come i ragazzi italiani. Perché di fatto lo sono al di là delle questioni burocratiche e delle meschineria pseudo elettorali”.

Ecco uno dei problemi più importanti: dopo il doveroso soccorso, dopo la generosa accoglienze delle genti meridionali, dopo un minimo di condizioni per poter sopravvivere e lavorare, è la cittadinanza che va riconosciuta (pur con tutte le accortezze) ai figli nati in Italia o che hanno frequentato per un certo numero di anni le nostre scuole. E’ la cittadinanza una condizione per dare dignità alle persone, con relativi doveri e diritti.

Sì anche doveri. Questo è un altro argomento, che va ribadito anche se scontato. Chi delinque, chi non rispetta la legge ne paga le conseguenze, come tutti. Non è questione di razza, di credo religioso, di provenienza geografica.

Mi torna in mente, a proposito di legge da rispettare, un ragionamento del Presidente emerito della Corte Costituzionale Francesco Casavola svolto alla Settimana Sociale di Bologna del 2004 che affrontava l’argomento della Democrazia. Diceva Casavola: C’è una risposta sbagliata ai processi di globalizzazione: la paura delle diversità. Per quanto riguarda flussi migratori ci diciamo per società multi razziali e culturali, ma con quali leggi? Dell’inclusione o delle diversità?  E che fine farà il principio di uguaglianza, dinanzi a comunità che chiedono identità collettiva del gruppo di appartenenza, quasi piccole nazioni in uno Stato ospitante?”.

E rispondeva il costituzionalista che tutti devono sottostare alla Costituzione, che prevede norme uguali per tutti, nel rispetto del pluralismo culturale e sociale, ma in cui nessuno può richiedere o farsi leggi che valgono solo per il proprio gruppo/etnia.

E aggiungo io, che costituzionalista non sono né esperto di diritto, questo deve valere sempre anche se gli italiani di origine diventassero minoranza civile ed elettorale. Perché non si può imporre ad esempio l’infibulazione (pratica anti umanitaria e incivile), o la poligamia, o il velo per le donne, ecc. Né si può arretrare nelle conquiste sociali e civili e democratiche che l’Italia insieme all’Europa ha saputo conquistarsi nella sua storia, recente e meno recente. Perciò anche con percentuali invertite di presenze di immigrati, siamo e dovremo restare occidentali per cultura, per costumi, per tradizioni e folklore; sapendo che anche il cristianesimo ha contribuito a formare l’Italia e l’Europa. E senza dimenticare che, insieme alla doverosa prevenzione e difesa da vili attacchi terroristici (oggi vanno di moda quelli dei fondamentalisti), l’impegno ancor più importante è rendere vivibile l’esistenza in aree oggi soggette a guerre e povertà rendendo il fenomeno delle migrazioni meno invasivo e pressante.

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3 thoughts on “Dagli sbarchi alle seconde generazioni

  1. E’ doveroso accogliere, senza buonismi, tutti gli immigrati che siano disponibili a vivere le norme dello Stato italiano.
    Bisogna, però, che anche lo Stato garantisca la vivibilità civile dei suoi territori, che sono tutti “storici”, perché qualificati dai segni d’arte, di storia e di “coltura” promossi da tutte le generazioni passate e che noi non possiamo più trasmettere integri alla generazioni future perché li abbiamo inquinati con periferie invivibili e con puntuali restauri che non salvaguardavano (e non salvaguardano) i contesti delle nostre “storiche” costruzioni (non solo nei “centri storici”) e delle nostre “storiche” coltivazioni.
    Da quando l’edilizia – motivata dai guadagni facili e favorita da leggi che motivavano (e motivano) il consumo di territorio (senza guardare i segni storici in esso presenti) – è diventata un “motore della crescita”, sono cresciute le invivibilità dei diversi territori di nuova e antica edilizia.
    Se non sapremo rendere evidenti, ai nuovi arrivati, dei contesti nei quali antico e nuovo manifestano equilibri vitali per tutti, ma soltanto esemplari isolati per turisti ammaliati dalla peculiarità di un’opera d’arte e demotivati a comprenderla nel contesto storico-geografico del quale è parte, allora non solo crescerà la delinquenza che attira soprattutto i diseredati di tutto, ma – deprimendo le condizioni della vita civile – arricchisce sopratutto i ricchi (quasi sempre locali) che della delinquenza tengono le fila.
    Volete anche Voi contribuire a far capire che le forme del territorio e le condizioni del suo uso sono il più determinante problema civile di un Paese come l’Italia ricco di misconosciute risorse di storia, d’arte e di coltura (ripeto: coltura)?
    La vera e più qualificante priorità della quale abbiamo bisogno: assegnare priorità alla “cura dei territori storici”!

  2. Pingback: Tra identità e accoglienza | Appunti Alessandrini

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