Il ricordo, la memoria ed il ripudio della guerra

Domenicale Agostino Pietrasanta

meriUn arco temporale di due settimane, dal 27 gennaio al 10 febbraio, segna due scadenze e due celebrazioni ormai consolidate, ma spesso banalizzate nella retorica istituzionale: il giorno della memoria e quello del ricordo. La prima, 27 gennaio, nella ricorrenza della liberazione dei detenuti del campo di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, vuol riproporre all’attenzione le vittime dell’olocausto e dei crimini perpetrati dai nazisti; la seconda, il 10 febbraio ricorda la strage dei cinquemila istriani sterminati dalle truppe titine, dopo l’invasione sui confini orientali, dal 1943 al 1945, nonché l’esodo “biblico” di un’intera popolazione abbandonata all’espansione jugoslava.

La duplice ricorrenza, per associazione di idee e per logica valutazione, richiama l’imperativo morale del rispetto di tutte le vittime, di qualunque parte ideologica e politica, che ebbero a soffrire per degli ideali e per delle scelte fondate sulla buona fede dei diversi protagonisti.

Quanto espresso vale anche per i combattenti della Resistenza. Certo se dall’imperativo morale, si passa alla valutazione politica, il discorso, a mio parere, non può essere lo stesso; personalmente non riesco a mettere sullo stesso piano chi ha combattuto per la liberazione dall’occupazione tedesca e nazi/fascista e chi ha combattuto, sia pure in buona fede, per facilitarne la stabilità.

Eppure se c’è un motivo per cui la vicenda resistenziale non riesce ad unificare l’idea di nazione italiana, se molte fratture sono ancora aperte, tutto questo non si esaurisce in una mancata “purificazione” della memoria. La ragione più cospicua che andrebbe riconosciuta, in occasione della duplice ricorrenza, è l’appropriazione indebita della lotta al fascismo, fatta da una sola parte politica. Non credo che le difficoltà interne alla Resistenza possano spiegare il fenomeno; arriverei a dire che a fronte di protagonisti che lottavano per la semplice liberazione e quelli che al contrario speravano in una rivoluzione sociale e di classe, appaiono ovvi molti incidenti anche cruenti nei quali una fazione dei combattenti ha bagnato e macchiato nel sangue di altri combattenti, la propria azione partigiana.

Il fatto è che non si sono voluti riconoscere gli apporti complessi della liberazione dal nazi/fascismo; si sono riconosciuti da una parte politica solo i meriti dei combattenti sulle montagne di tante parti del centro e del nord del Paese. Va attribuito alla loro azione un apporto decisivo, ma non l’esclusiva dei risultati. Da tempo, anche una parte cospicua della storiografia va richiamando la stanchezza della popolazione ed il suo ormai acquisito dissenso dall’avventura fascista. La fine del consenso al regime, almeno dalle leggi razziali del 1938, ha influito moltissimo ed ha indotto, in conseguenza di un diffuso ripudio di una guerra dalle conseguenze disastrose per tutti, ad una solidarietà di fatto con le forze combattenti della Resistenza. Ci sono state delle contraddizioni, ci sono sati degli episodi di delazione, provocati anche dalla paura delle forze tedesche occupanti; tuttavia la domanda di un’uscita dal tunnel del conflitto, a mio avviso, fu determinante.

Purtroppo questa condizione, diffusa tra la popolazione, fu tacciata di attendismo, non fu riconosciuta ed inevitabilmente ciò che si è preteso come risultato di una parte, alla fine lo è diventato, nella mentalità di una nazione incompiuta.

Ci sono purtroppo testimonianze al limite di una valutazione logica; mi è capitato di sentire una sopravvissuta alla deportazione che lamentava la mancata riconoscenza del suo ruolo. Finita nel lager per aver nascosto due partigiani, per lunghi anni ha sentito l’emarginazione da parte di chi riteneva che solo con la lotta armata si era acquisito il merito della liberazione. E aggiungeva: in fondo io ho sofferto più di loro. Resta inteso che non tutti quelli che hanno offerto la loro solidarietà, per semplice fortuna, sono finiti nei campi, ma tale solidarietà fu decisiva e generalizzata, anche se spesso non priva di riserve.

Il riconoscimento ed il merito non è esclusiva di una parte politica.

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