Razza d’annata

Dario Fornaro

redcLa recente elezione del 12° Presidente della Repubblica si è conclusa positivamente e in tempi brevi – quanto a persona – ma al termine di un  dibattito politico farcito di tatticismi non sempre esaltanti per qualità e animosità. Succede spesso, pazienza. A risultato acquisito si è ovviamente aperto il ventaglio delle interpretazioni dell’esito e dei modi. La corrente di pensiero prevalente, o più popolare, segnala come elemento riassuntivo di tutta la vicenda – personalità di Mattarella a parte –  la vigorosa riemersione della matrice democristiana ai piani alti della politica di governo. Matrice forgiata nella società del dopoguerra e rivelatasi, negli anni, resistente ad ogni insulto della storia e, massime, alla dissoluzione dello Scudo Crociato di fine secolo scorso.

A tale continuità di fatto – anche se non sempre accompagnata da pari continuità di potere, ma questo  si conta come pregio – gli osservatori guardano con sentimenti contrastanti: dall’adempimento storico, tra vistosi alti e bassi, di una sorta di missione civilizzatrice della politica e dei costumi, alla permanenza ingombrante, e alla fine ingiustificata, di un’ipoteca di governo della società. Con i naturali stadi intermedi.

La verifica è sbrigativa, e apparentemente decisiva: quanti e quali “democristiani” (o, per età, post-democristiani genetici) occupano , anche sotto mentite spoglie (pardon: aggiornate insegne) posti rilevanti nel panorama odierno delle cariche o funzioni politico-istituzionali? Non pochi, e con preferenze…apicali! Insomma, tra un “eterno ritorno” e una “balena bianca”, sembra rivivere il vaticinio del “morire democristiani” (nuovamente prevalente, peraltro, sul “morire berlusconiani”). E la qualifica “democristiano” tende a confermarsi epiteto, per alcuni, e risarcimento per altri, per i protagonisti della diaspora partitica, specie in zona catto-democratica ove aleggia una trattenuta, legittima soddisfazione per i livelli conseguiti nonostante tutto.

Stiamo sereni – verrebbe da dire alla fiorentina – che la DC non torna, non può tornare, quale uso si faccia della sua effige storica. Ne manca ogni presupposto, o si è reso evanescente, a cominciare dal primo: la contiguità (ideale, deferente e sistematica) con il mondo cattolico e il suo apparato istituzionale. Qualcuno apprezza, qualcuno rimpiange, ma è un altro discorso. Manca anche, o sopravvive in tracce, il secondo presupposto, l’incombenza del “pericolo comunista” interno o internazionale (fermo restando che il “putinismo” in atto è tutt’altra cosa). E via con altre pre-condizioni a piacere. Si è interrotta altresì, ad abundantiam,  la continuità genetica: giovani leve democristiane (o popolari, margheritine etc.) non si affacciano da tempo sulla scena, né sono conteggiabili come tali i vari “movimenti” che gemmano, anche vivacemente, a fini molteplici, dall’albero cattolico.

Allora tutto questo gran parlare di ritorno democristiano, è sostanzialmente infondato, è agitato a meri scopi polemici? Ritornando alla “balena bianca”, direi di sì, è definitivamente spiaggiata. Resta invece discretamente nutrito un “ceto  democristiano”, ormai di ultraquarantenni, presente, senza nascondere le ascendenze (anzi!), in diverse formazioni partitiche, per lo più a vocazione governativa. Di questo ceto, parecchi esponenti portano ancora una sorta di riconoscibile “marchio di qualità”, derivato da un processo formativo politico e culturale – tipico dei vecchi partiti di massa –  del quale si è persa, con la prima repubblica, la continuità e la stessa percezione di valore aggiunto. A cominciare dalla selezione delle classi dirigenti dei partiti declinata ormai a suon di “cerchi magici”. Una qualità personale alla quale non sembra incongruo o inaudito ricorrere, all’occorrenza, anche in tempi chiaramente post-democristiani. A ciascuno poi optare, in sintesi attuale, per la razza d’annata o quella dannata.

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