Dialogo con Franco Livorsi sull’Italia del 2015

L’intervista a cura di Marco Ciani

mat(Per un commento autorevole sugli importanti avvenimenti di questi giorni, tramite questa intervista – che avrà un seguito a carattere più globale il prossimo lunedì – abbiamo sentito il parere dell’amico Franco Livorsi, già professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università di Milano e socio onorario del Centro Italiano di Psicologia Analitica. Ap)

Caro Franco, partirei da un nome: Mattarella. Cosa mi puoi dire? Avevi in mente qualche idea diversa per la carica più alta dello Stato? Come giudichi i nove anni di Napolitano al Colle?

napPartiamo dalla fine: Napolitano. Ricordo tutti i presidenti della repubblica, bene da Gronchi in poi e benissimo da Saragat, eletto nel ‘64. Per me Napolitano è stato il migliore. Persino di Pertini, certo molto più umanamente coinvolgente, ma non paragonabile a Napolitano per sapienza politica. Del resto il mio può in parte essere un “pregiudizio positivo”. Abbiamo anche potuto confrontarci personalmente alcune volte, il che per me è stato sempre motivo di arricchimento interiore. Specie negli anni in cui “Il Ponte” fu quasi la rivista dei miglioristi italiani. Mi sono anche trovato a discutere, lì, i suoi scritti, vedendo il suo orizzonte come tipicamente socialista europeo, anche se quella qualifica – per me a torto – allora non era rivendicata da nessun comunista o ex comunista (in: L’alternativa di sinistra e socialista di Giorgio Napolitano, “Il Ponte”, n. 5, 1991, in cui discutevo il libro di Napolitano: Al di là del guado. La scelta riformista, Lucarini, Roma, 1990). Ho poi salutato con entusiasmo, su “Città Futura on line”, la sua elezione a Presidente, nove anni fa (Un Napolitano al Quirinale, maggio 2006). Non mi ha mai deluso. Certo la sua è stata una presidenza molto “interventista”, ai limiti di un involontario semipresidenzialismo. Ma non l’ha fatto “per vocazione”, bensì perché doveva fronteggiare situazioni di vera emergenza. Ad esempio quando ha chiamato Mario Monti al governo, lo ha fatto perché il Paese era veramente sull’orlo di un crollo dell’euro di tipo greco, per salvarci, e ci è riuscito (quale sia il nostro giudizio d’insieme su quel governo, anche non positivo nella linea generale). C’è anche un lato di Napolitano che non ho troppo condiviso, che attiene alla tipica concezione del riformismo di chi veniva dal PCI e da Giorgio Amendola, tendente a ritenere obbligata una sorta di “unità nazionale democratica” nella prima repubblica imperniata su PCI e DC, e nella seconda su PD (o come si chiamasse) e Forza Italia. Così dopo le elezioni del 2013 a me un accordo tra PD e FI per il governo pareva impensabile. Napolitano, invece, gettò tutto il peso della sua autorità morale di “rieletto suo malgrado” per rendere possibile una sorta di piccola unità nazionale basata su PD e FI, poi evoluta – per l’assurda ostilità di Berlusconi – in governo tra PD e Nuovo Centrodestra. Io, nei panni di Napolitano, in alternativa avrei indetto nuove elezioni. Debbo però riconoscere che in primo luogo, provando quella soluzione, Napolitano seguiva la Costituzione, che gli imponeva di esperire ogni soluzione possibile prima di sciogliere le camere. Tanto più all’inizio del suo mandato; e, inoltre, che quella scelta ha spianato la via a governi imperniati sul PD, sino a quello di Renzi, di cui Napolitano è stato talora un punto di riferimento illuminato, su cui io do un giudizio decisamente positivo.

Quanto a Sergio Mattarella, a me piace molto. Trovo che ci sia anche una  specie di giustizia storica. Il giuscostituzionalista che ha scritto la legge fondamentale della seconda repubblica nel 1994, ossia l’autore del bipolarismo imperfetto (il “Mattarellum”), diventa Presidente della Repubblica nella fase in cui il bipolarismo diventa quasi bipartitismo perfetto (a livello non di numero dei partiti, ma di partiti governanti, che saranno, in alternativa l’uno all’altro, i primi due). Inoltre Mattarella incarna sia la difesa dello “spirito della Costituzione” e sia l’istanza della massima moralità e legalità contro la criminalità organizzata. E su entrambi versanti con realismo da vecchio lupo di mare. Nell’insieme, però, credo che non sarà – a differenza di Napolitano o Scalfaro – un presidente interventista. Sarà un buon arbitro, segnato dal meglio della cultura cattolico democratica. E sarà un bene, in un contesto da “sindaco d’Italia” come quello renziano, che chiede più un arbitro e custode della parte di principio e programmatica della Costituzione che non un “presidente governante”. Come “presidente governante”, e anche come presidente affabulatore, basta già Renzi, non ti pare?

finDebbo dire che io pensavo che la partita sarebbe stata tra Padoan e la Finocchiaro. Speravo che la scelta sarebbe caduta su Anna Finocchiaro, che aveva oltre ad un passato “dalemiano” un’eccellente preparazione giuridico costituzionale pure lei, una ancor più limpida biografia, una comunicativa molto maggiore, e che è una donna, che sarebbe stato bello eleggere, dopo sessantanove anni di presidenti maschi. Ma Renzi, dovendo essere ben sicuro dei suoi “polli” questa volta, per non ripetere errori che gli sarebbero stati fatali, ha costruito la candidatura nel modo più democratico (sentendo tutti), e soprattutto nel modo più unitario nel PD, che era “sull’orlo di una crisi di nervi”, con gelidi venticelli scissionisti, mentre ora soffia zefiro. Sul “Corriere della sera” del 4 febbraio c’è scritto che Bersani, il principale interlocutore non renziano del segretario e presidente del consiglio nel PD, non ha neanche fatto il nome di Anna Finocchiaro, come non ha fatto il nome di Veltroni. Così è arrivato il migliore tra gli ex democristiani. Renzi non bastava. Va molto bene, ma per me la scelta migliore sarebbe stata Anna Finocchiaro. E’ pure altamente significativo che questi ex capi del PCI per mettersi d’accordo tra loro debbano scegliere ex democristiani (da Prodi a Mattarella); e non già democristiani “da piccoli” come Renzi, bensì protagonisti storici e ministri della  prima repubblica, per fortuna di una qualità straordinaria come Mattarella.

Comunque Renzi ha dimostrato di essere un vero leader politico, molto più bravo di tutti i suoi predecessori, a mio parere dopo Togliatti. Certo Berlinguer aveva una ben più grande statura morale; ma come politico a sinistra uno capace di leadership come Renzi non c’era più stato dalla morte di Togliatti, cioè dal 1964. La personalità è solo un piccolo, seppure imprescindibile, fattore della storia, ma mi pare indubbio che questa volta a sinistra una forte leadership ora sia finalmente venuta fuori. Naturalmente si può discutere sulla natura del PD. Si può dire che è la nuova DC. Ma pensare così della prima formazione del Partito Socialista europeo, la cui struttura viene in gran parte da sinistra, e tuttora su ex comunisti, è assurdo. Quello è comunque è il primo partito dell’area progressista.  Piaccia o non piaccia a Soloni della cultura e informazione che non ne hanno quasi mai azzeccata una.

Ed ora avanti con brio, dunque con Renzi, di cui sei stato un estimatore ante litteram. Tutti i giornali ne hanno esaltato la grande abilità per l’elezione al Quirinale, certamente un capolavoro. Una questione ormai assodata. Tanto che non la riprenderei ulteriormente.

Proviamo allora a guardare le cose invece da un altro punto di vista. Renzi ha potuto contare fin qui su tre maggioranze, solo in parte sovrapponibili: con i centristi per il governo, con Berlusconi per le riforme, con SEL per l’elezione del Presidente della Repubblica. Quanto può reggere questo sistema di alleanze variabili? L’umiliazione subita dall’ex-Cavaliere e da Alfano non rischia di portare il governo verso l’instabilità e forse ad elezioni anticipate, magari con una legge elettorale sostanzialmente proporzionale? Al posto di Berlusconi tu cosa faresti?

Secondo me bisogna ricordare sempre – il che non viene fatto quasi mai – che le elezioni del febbraio 2013 hanno creato una situazione anomala in sè, anche se ad essa ormai ci siamo abituati e adattati Il PD è risultato il primo partito in assoluto, ma la partita era finita zero a zero. Infatti a me, dal momento che un governo sostenuto da Berlusconi (che stava ancora con Alfano), pareva improponibile, sarebbe parso logico tornare alle urne. Napolitano non volle. Ma così dovette fare come Giovanni Giolitti all’inizio del Novecento, che a chi lo accusava di trasformismo diceva che a un gobbo (così per lui era allora l’Italia) si poteva tessere solo un abito gobbo.

La vera variabile grisarebbe stata una diversa scelta del Movimento 5 Stelle, condannatosi invece sin dal febbraio 2013 all’irrilevanza o nullismo politico: un nullismo cui invano Bersani aveva cercato di ribellarsi, per altro senza essersi neppure preventivamente accordato con il M5S per fare il presidente della repubblica (forse per non scontentare boiardi di sinistra interni come il suo grande sponsor D’Alema sostenendo Rodotà). Così accadeva due anni fa, che sembrano lontani un’era geologica. Il M5S non si schioderà, perché ovviamente non lo farà in nessun caso prima di nuove elezioni e tanto più con Renzi. Ciò posto tutte le maggioranze, dall’inizio di questa legislatura, sono state delle vere anomalie, relazioni “contro natura”. Era contraddittorio l’accordo PD-FI del 2013 e il governo Letta. Ed è contraddittorio il governo a geometria variabile di Renzi, che un po’ apre all’una o/e altra destra e un po’ a SEL o a transfughi del M5S e forse del Nuovo Centrodestra, dei quali poco si parla, ma che dicono “in panchina” e forse importantissimi. Ma la forza politica di Renzi consiste nel fatto che egli ha utilizzato ed utilizza queste varie combinazioni, che però ruotano attorno a un forte PD, per costruire un sistema politico che dal primo giorno dopo le elezioni darà il 55% dei seggi dell’unica Camera al solo partito vittorioso, facendo con ciò un funerale senza precedenti a tutta la vecchia politica trasformista, che ci ha deliziato forse dal connubio tra Cavour e Rattazzi del 1849 ai giorni nostri. Almeno in tempi di liberalismo e di democrazia. Ma forse persino sotto la dittatura, che celava una bella ribollita tra le pieghe del pensiero unico.

berlQuanto al mio mettermi nei panni di Berlusconi interrogandomi sul “che fare?”, mi è un po’ difficile. A me Berlusconi fa venire in mente il verso “Chi è colpa del suo mal, pianga se stesso”. Secondo me da anni è un pugile suonato. Ormai è uno capace di raccontare barzellette sulla mafia all’insediamento di un presidente cui questa ha ammazzato il fratello. Si ostina a mostrarsi politicamente vivo, ma è morto. Già alle elezioni aveva perso la metà dei voti, cosa bellamente sottovalutata da quelli che sono ossessionati dalle sue sette vite perché hanno bisogno del “babau” per amore di papà e mamma che li allontanino. Dopo la rielezione di Napolitano (che è stata una mossa geniale cui Berlusconi aveva partecipato con forza), non ne ha più indovinata una. Ad esempio l’aver tolto l’appoggio a Letta, provocando una scissione da Forza Italia in cui sono uscite tutte le teste un po’ pensanti, è stato un fatale errore. Poi la “sfortuna”, o demerito, lo ha fatto cacciare dal Senato. Quindi è riuscito a recuperare giocando la parte da comprimario nella riforma dello Stato, in realtà da subalterno come infine è emerso con chiarezza sulla decisiva questione del premio del 15% circa alla prima lista. Ma all’elezione del Presidente della Repubblica ha sbagliato di nuovo tutto. Avrebbe dovuto fare buon viso a cattiva sorte a Mattarella, come Gianni Letta e Confalonieri lo invitavano a fare, l’uno per il bene del centrodestra e l’altro di Mediaset. In quel caso, anche se non sarebbe stato vero, tanto i suoi giornali e televisioni quanto gli avversari “di sinistra”, dal “Fatto quotidiano” al “Manifesto”, avrebbero detto che era sempre il “Nazareno” all’opera, eccetera eccetera. Non facendo così si trova con una destra spaccata, sia in FI che nel Nuovo Centrodestra. Può solo o cercare di porsi come capo, o meglio comprimario, della destra populista e “lepenista” italiana (ma c’è già Salvini, e inoltre pare sia contro l’interesse delle sue aziende), oppure accettare un ruolo palesemente subalterno verso Renzi. In questi giorni sembra che prevalga una tattica antigovernativa, tanto che si dice sia finito il Patto del Nazareno. E’ altamente improbabile. Se non torna al “Nazareno”, anche da vecchio lupo spelacchiato qual è diventato, Berlusconi “andò va?”  Cercherà di barcamenarsi tra piccole minacce di rottura e collaborazionismo di fatto. Poi si vedrà. Può darsi che Forza Italia subisca una  nuova scissione a destra. Per me è anzi probabile. E che i governativi, con Berlusconi in testa, si riuniscano ad Alfano sotto una nuova sigla. Ma per ora è fantapolitica. Per ora …

Parlando di “Nazareno” siamo pure alle riforme costituzionali e legge elettorale. Anche considerando la necessità di trovare un compromesso tra posizioni diverse, le soluzioni prospettate con l’ormai famigerato (almeno per buon parte della pubblica opinione) Patto del Nazareno paiono suscitare più opposizioni che entusiasmi. Che valutazione dai delle proposte fin qui portate avanti?

renPurtroppo sono del tutto controcorrente, anche se solo in apparenza. Non condivido lo scetticismo che c’è in giro, soprattutto a sinistra. Anzi, al 90% il mio “renzismo” è legato alle riforme elettorali e costituzionali. Tutto questo borbottio assordante contro le riforme elettorali e costituzionali di Renzi mi pare la dimostrazione del fatto che in questo Paese chi riforma davvero deve rassegnarsi alla triste sorte di chi cambia le cose senza che neanche i suoi amici gliene siano grati. In ciò gli alessandrini sono speciali, ma solo come autobiografia della nazione. Intanto da trent’anni io ero arciconvinto che il solo modo di riformare lo Stato in Italia fosse (sia) una buona potatura. Sono state abolite le Province. Ciò pone problemi, come ogni transizione, tanto più “da noi”. Forse sarebbe stato meglio abolire le Regioni e tenere le Province, ma chi ragiona così ragiona in modo astratto. Ormai le Regioni ci sono da quarantacinque anni, sono fondamentali, hanno persino governatori elettivi, e la loro abolizione sarebbe stata impossibile. Tenerci le Province oltre che le Regioni era assurdo dal 1970 o 1975. E tanto più ora, col debito pubblico stratosferico che ci ritroviamo. I problemi della transizione li risolveremo.

Poi c’era la questione del Senato. Abolire la seconda Camera con funzioni identiche alla prima, ossia andare comunque a un sistema in cui il potere legislativo sia monocamerale, era indispensabile. Nel 1975 c’è stato, in Alessandria, un grande convegno tra Comune e Fondazione Issoco di Basso, di cui poi io curai gli atti usciti col titolo Stato e Costituzione presso la Marsilio di Venezia nel 1977. Bene, ricordo benissimo che Lelio Basso diceva che una sola Camera, nel suo auspicio di cinquecento persone, sarebbe stata più che sufficiente, aggiungendo che però non aveva mai visto nessun Parlamento al mondo che votasse la soppressione di se stesso, cioè di una Camera. Bene, Renzi c’è riuscito. Ha puntato a una seconda Camera delle autonomie, senza potere legislativo, sul modello del Bundesrat, o camera dei länder o Regioni della Germania.  Per la verità avrebbe voluto imperniarla su rappresentanti dei Comuni,e per me sarebbe stato meglio, essendo proprio i Comuni l’istituzione che, con tutti i suoi difetti, è più prossima e cara ai cittadini. Ma non gliel’hanno lasciato fare. Amen.

Oltre al monocameralismo “legislativo”, se passa l’Italicum (e ci credo molto), avremo due cose che io considero assolutamente decisive. In primo luogo un maggioritario a due turni invece che a un turno solo: il che finalmente ci darà un maggioritario non bersoggetto ai tiri dei vari Bertinotti, Pecoraro Scanio, Mastella, che certo compariranno ancora negli incubi di Prodi. In secondo luogo la lista col 40% al primo turno o comunque vincitrice al secondo, che certo avrà anche più del 40%, avrà da sola il 55% e così la finiremo con i governicchi omnibus, deboli e ricattabili da chiunque ne faccia parte, che sono stati la tabe della repubblica dal 1948 (o poco oltre) in poi, dando per tale potere di ricatto una mano enorme a tutti i processi corruttivi della vita pubblica. Come si fa ad avere nostalgia per quel maggioritario di coalizione che dava naturalmente vita a coalizioni eterogenee debolissime e che si spappolavano spesso dopo le elezioni, e in cui comunque bastava il 3 o 4% di Bertinotti o Mastella per tirar giù tutto? Su ciò ho sentito Rosy Bindi per TV, favorevole al premio alla coalizione invece che al partito vincente, ma proprio non la capisco. Il maggioritario di lista costringerà i partiti affini ad aggregarsi per evitare, se potenzialmente minoritari, l’irrilevanza politica. Anche per avere una “chance” di vittoria, che non manca mai, perché la politica cambia di continuo. E lo faranno.

Oltre a tutto si realizza tutto ciò senza accedere al presidenzialismo o semipresidenzialismo, che pure io ho sostenuto apertamente dal 1990 in poi (a partire dal mio articolo Socialismo e presidenzialismo, “Critica Sociale”, n. 7, 1990, benché fossi comunista). Senza semipresidenzialismo, ora, si ottiene qualcosa di equivalente, ossia l’elezione, con la coalizione vincente, del leader di legislatura (ossia un premierato forte tra un’elezione e l’altra). Arriva, insomma, il “sindaco d’Italia”. “Buon giorno! Benvenuto!”. Certo sarebbe ridicolo paragonare Renzi a personaggi del carisma di Roosevelt o di de Gaulle, ma in un’era post-ideologica e da società “liquida” come questa, Renzi ha un ruolo da fondatore di un sistema politico bipolare compiuto e personalizzato che, per tante ragioni, come io sapevo dal 1989, in Italia poteva venir fuori solo “da sinistra”, ossia per la porta di un “New Labour” o socialismo come in Inghilterra o Francia. Molti ne soffrono, criticano, hanno riserve, sospirano, borbottano, strillano, ma il processo grazie a Dio avanza con la forza delle cose.

Il solo “buco nero” che permane a mio parere riguarda i capolista, che darebbero dal 40 (per Renzi) al 50 o 60% (per i suoi critici) di parlamentari “nominati” al nuovo parlamento. Renzi sostiene che comunque si tratterebbe di un nominato di collegio, rifiutabile dall’elettore, sia indicando due altre preferenze, tra l’altro di diverso genere (che però “si aggiungono”), sia punendo il partito che abbia paracadutato un capolista impopolare votando per altro partito. Ma il problema è grave e reale. Si potrebbe anche aggiungere una leggina che imponga e disciplini le primarie di partito per scegliere i candidati al parlamento, oppure che imponga che i capolista siano residenti – poniamo da cinque anni – in un comune del collegio. Comunque sarebbe molto grave se per questo solo punto taluno mettesse a rischio tutto il resto, ossia una riforma di portata epocale. Ma credo che non accadrà.

Altro tema controverso di queste ultime settimane: i provvedimenti sul lavoro e l’economia, quindi Jobs Act, legge di stabilità, delega fiscale. Il governo viene accusato di promuovere riforme di destra. Anzi, di adottare politiche liberiste e anti/sociali. Tu cosa ne pensi? Cosa distingue, nel caso attuale, un’azione di sinistra riformista, da una linea di stampo neo/conservatore? Che idea ti sei fatto dello scontro con i sindacati? Quali sono stati, se ve ne sono stati, i limiti dell’azione di Renzi? E delle parti sociali?

camPer me questa tua domanda è la più difficile di tutte, specie perché in economia mi sento un dilettante. Perciò vorrei che su tale terreno le mie parole apparissero segnate da un alone di dubbio che non è una posa, e neanche un dubbio metodico, ma davvero “confesso”. Credo di capire il ragionamento che sta dietro al jobs act e alle resistenze al jobs act. Io, però, al posto di Renzi non avrei cercato di abolire l’articolo 18. Il nostro sistema industriale al 90 o 95% è fatto di piccole o piccolissime imprese con meno di 15 dipendenti, cioè senza articolo 18. In compenso l’articolo 18 ha un valore simbolico altissimo, perché ideologicamente “sembra” il perno del grande Statuto dei diritti dei lavoratori del 1970. Perciò l’effetto economico dell’abolire l’articolo 18 è minimo, ma l’urto con il sentimento profondo dei lavoratori, o con tanti tra i sindacalizzati, in specie della CGIL, è massimo. Inoltre Renzi avrebbe dovuto avere un “atteggiamento” infinitamente più dialogico con la CGIL. Non avrebbe dovuto accettare alcun veto sul potere legislativo neanche in materia di diritto del lavoro, ma avrebbe dovuto partecipare in prima persona a notti di confronto, magari per un paio di intense settimane, per poi chiudere il sacco. In fondo come ha fatto adesso con tutti i partiti per il Presidente. Ascoltare, trattare, darsi un termine e poi decidere.

Capisco però anche la logica di Renzi e compagni. Intanto l’articolo 18 – tra l’altro modificato in modo minimo, dal momento che non si applica ai licenziamenti antisindacali e a tutto il settore pubblico – è una specie di pedaggio per l’Unione Europea, che l’attendeva. Inoltre parte dall’idea del cercare di incoraggiare gli investimenti, in specie stranieri. Dell’articolo 18 in sé i capitalisti – interni o esteri – se ne infischiano, ma temono le infinite e interminabili, costose e fastidiose, cause del lavoro. Il governo, non potendo costringere i giudici a realizzare una giustizia rapida (per ragioni che qui non posso esaminare), cerca di sottrarre temi del genere al loro “lavoro infinito”, cercando di rassicurare gli investitori. Le cause del lavoro potranno essere risolte senza tanti processi, salvo i casi di discriminazione religiosa politica e sindacale, e taluni connessi alla disciplina.

18Secondo me i sindacati discordi, come CGIL e UIL, sbagliano però, almeno in parte. Ribadisco che non sono sicuro di niente, ma questa è la mia impressione. Ho militato nel Sindacato Scuola della CGIL, che ho contribuito a fondare, dal 1967  al 2010 (quando sono andato in pensione). E la CGIL mi è molto cara. Ma per me CGIL e UIL hanno reagito con quello che i giuristi chiamano “eccesso di difesa”. Non ha senso essersi dimenticati di fare lo sciopero generale quando l’età pensionabile è salita a 67 anni col governo Monti (e Fornero), e farlo per questa “riformetta” qui, contro un governo diretto dal PD. Il sospetto che dietro ci sia una lotta per essere sempre comprimari nelle decisioni in materia di lavoro, è legittimo. Inoltre non è pensabile che le nuove generazioni abbiano le tutele stataliste conquistate al tempo in cui a Mirafiori a lottare erano in settantamila e non in cinquemila. E  “La classe operaia (anda)va in Paradiso”, come nel bel film di Petri del 1971. E far così perpetua un’intollerabile precarietà assoluta del lavoro dei giovani. Sottovalutare il fatto che il jobs act detassa chi assume “a tempo indeterminato” mi pare ingiusto, molto ingiusto. Mi dicono: “Ma se poi il padrone ti può licenziare, che ti frega di essere a tempo indeterminato?” Ora a me nella scuola era capitato di essere “a tempo indeterminato” invece che di ruolo (anzi, pure all’Università), nei primi anni di insegnamento; era ben diverso che essere un supplente. Perché non riconoscerlo?

Anche sul liberismo, ossia sul “privatismo” economico, sull’assetto “meno Stato e più mercato” (all’eccesso o meno), bisogna intendersi. L’opposto del liberismo è lo statalismo. Marx non era né liberista né statalista. Già il nostro grande compagno Vittorio Foa, che è stato il politico che io ho ammirato di più, sapeva – sin dagli anni Sessanta – che era una falsa opposizione. Ci sono cose che funzionano di più in forma privata e altre – tipo scuola e servizi sociali – in forma di stato. E in un mondo globalizzato, in cui la forza lavoro è condizionata ovunque da un mercato mondializzato, l’idea del “Welfare State” in un solo paese non regge. Il rapporto tra privatismo e statalismo va quantomeno calibrato tenendo conto del contesto economico mondializzato. Ciò posto, c’è chi ritiene che fluidificare il mercato, pur tenendo fermi i “diritti per tutti” – tipo libere opinioni, libere unioni, libera morte, istruzione di base, salute per chiunque e pensioni – sia inevitabile. Io sarei favorevole a un orientamento empirico. Valutiamo le cose con spirito pragmatico, tenendo insieme il più possibile diritti sociali i più ampi possibile e compatibilità economiche, caso per caso. Senza chiusure ideologiche che sono “passatiste”. Ad esempio il fatto che la CISL su tali terreni sia furlmolto più dialogica un po’ mi fa pensare, poiché sin dall’autunno caldo so che è un sindacato di lavoratori “vero”, e non un sindacato giallo padronale. Parliamone, approfondiamo, dialoghiamo. Il solo errore di Renzi è quello di non aver subito capito che i sindacati sono un referente sociale così importante per ogni socialdemocrazia, che il convincerli, pur senza accettare veti, fa parte dei compiti imprescindibili del suo partito.

                                                                                                                     (Segue)

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2 thoughts on “Dialogo con Franco Livorsi sull’Italia del 2015

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