Uno stile, un impegno, una garanzia

Carlo Baviera

IMG_20150203_200419In questi giorni si sono sprecate le parole che accompagnano, di solito, la nomina di un Presidente della Repubblica. Non intendo aggiungere altro. Del resto la vicenda politica  che ha portato Sergio Mattarella alla più alta carica dello Stato è nota ai più: l’uccisione del fratello da parte bdella mafia, il suo impegno limpido e rigoroso, le dimissioni per coerenza. E sono a conoscenza di tutti la sua riservatezza, l’essere uomo di poche ma essenziali e decisive parole, gli aneddoti riguardanti la sua difesa della carta costituzionale rispetto alla “ventata innovativa” dell’ex Cavaliere, del suo stile, e delle sue Tv.

Tutto questo è ormai alle nostre spalle. Perché da martedì 3 febbraio, con il giuramento e il messaggio di inizio mandato, partono un periodo ed una storia nuovi che saranno giudicati al termine del settennato. Già le primissime parole di sabato 31 gennaio: il pensiero per le difficoltà e le speranze dei concittadini, l’uscita in Panda, la visita e l’omaggio alle Fosse Ardeatine, dicono dello stile del personaggio, delle priorità, del filo che ritiene di indicare.

Tenendo conto di ciò, è di alcuni aspetti emergenti dal suo messaggio di martedì, che è più opportuno parlare e che mi interessa commentare. Il Presidente ha appena terminato il discorso e l’impressione che mi suscita è quella di chi si riconosce completamente nell’intensità delle sue parole. Un discorso di alto profilo, istituzionale e morale. Cerco però di essere neutrale e, se proprio dovessi sottolineare una dimenticanza, la indicherei nel non avere (se non mi sono perso nulla) accennato alla situazione carceraria e alla necessità di intervenire per alleggerirne l’affollamento, anche con pene alternative. E poi (sempre se l’udito ha ben funzionato) il non avere sufficientemente sottolineato l’importanza di sviluppare politiche per la difesa e lo sviluppo ambientale; anche se una qualche riparazione è venuta nel sottolineare che la Costituzione la si applica in tanti ambiti compreso l’amore per le espressioni artistiche e del patrimonio naturale e culturale.

Per il resto, tenendo conto che mi ero appuntato alcuni argomenti per verificare se e come li avesse trattati, devo apprezzare che tutti sono rientrati nell’intervento: a cominciare dalla sensibilità sociale evidenziata (le nuove povertà, la carenza di lavoro e di occupazione, la necessità di continuare a garantire diritti e servizi sociali, il saluto alle comunità straniere presenti in Italia, il diritto delle donne a non dover temere violenze e discriminazioni, la consapevolezza che rappresentare l’unità nazionale significa anche e soprattutto tenere conto delle attese e delle aspirazioni dei concittadini); per seguire con gli accenni alla società civile (il sostegno alla famiglia risorsa della società, il ruolo delle formazioni sociali, i civili presenti in operazioni di cooperazione internazionale); e poi il welfare non tanto accennato direttamente ma con una serie di riferimenti ai servizi da garantire (il diritto allo studio e al lavoro, promuovere la cultura e l’eccellenza della ricerca, lo sviluppo dei diritti civili, ospedali, gli asili, la giustizia, una pubblica amministrazione efficiente e alla necessità di rimuovere gli ostacoli che frenano il riconoscimento della dignità delle persone); per proseguire con l’accenno alla visione di Europa come necessità di declinare in modo nuovo la cittadinanza e come frontiera della speranza, che ci riporta alla frontiera di kennediana memoria; per terminare sottolineando la promozione della pace con il netto rifiuto della guerra.

Aggiungo, detto di questa soddisfazione su punti particolari, tre aspetti di fondo che secondo me fanno da supporto a tutto l’intervento. Il primo è l’insistere su una serie di punti attinti dalla Carta Costituzionale, per indicare che la Costituzione deve essere (lo deve essere ancora per tante cose) attuata. Della Costituzione non bisogna parlare, ma renderne operative le norme per promuovere la partecipazione, avvicinare i cittadini alle istituzioni, suscitare speranza nei cittadini: “Il volto della Repubblica lo si vede e lo si incontra nella vita di tutti i giorni”.

Il secondo è che ha indicato l’importanza di tornare ad essere Comunità per dare speranza e futuro. Recuperare il senso dell’essere comunità, il senso del vivere insieme. Uno dei modi è l’essere popolo, quindi non somma di individui, ma popolo che solidalmente ricerca risposte globali alle minacce globali. Sotto questa voce c’è il riferimento al bene comune per ricollegare i cittadini alle Istituzioni, il pluralismo delle informazioni, il ricordare non in modo formale la Resistenza, difendere il senso della legalità (lotta a Mafia e corruzione, con riferimento al sacrificio dei uomini della magistratura e delle forze dell’ordine) che per Mattarella assume caratteri biografici per la tragica uccisione del fratello.

Infine i passaggi significativi sulla divisione dei ruoli, e la necessità di bilanciare le esigenze di Governo con la corretta dialettica Parlamentare; e sull’imparzialità dell’arbitro, come vuole esserlo Mattarella, ma pure  sulla correttezza dei giocatori per aiutare l’arbitro. Sembrano cose fredde e scontate, quasi insignificanti per la vita delle persone. Invece sono a fondamento della convivenza democratica, di un rapporto civile all’interno delle istituzioni.

Morale: come ha detto qualcuno, Mattarella è stato Mattarella e ci ha fatto leggere la Costituzione con gli occhi della vita di tutti i giorni. E più proseguiva il discorso più si scioglieva e si appropriava del personaggio. Tra un sorriso complice e un passaggio accattivante, si è preso il consenso dei grandi elettori. Si diceva di un Presidente freddo e di poche parole, ma da oggi ha fatto capire che ha le idee e la capacità per attrarre la stima di tanti; un garante, un arbitro che vuole restare neutrale, ma che si farà rispettare e senza sudditanze psicologiche. Auguri Presidente!

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P.S.  L’elezione di Mattarella ha indotto molti a ritenere che questa sia la ”resurrezione” della DC e, per altri aspetti, la definitiva messa in mora degli ex PCI o il loro sfaldamento finale. A parte il fatto che qualsiasi Presidente non deve essere di parte né riuscirebbe a operare per conto del suo partito o della sua corrente di pensiero nello svolgimento del suo mandato; e a prescindere dal fatto che soprattutto un carattere e una personalità come il nuovo Capo dello Stato, per la cultura istituzionale in cui è cresciuto e si è sempre mosso, non si piegherebbe mai a opportunismi di parte, ritengo che le due affermazioni non siano vere (o almeno non lo siano nel senso che si pensa). La sua elezione non deve in nessun modo essere presentata come vittoria di una parte politica: deve essere ed è (come vogliono gli italiani) la presenza di garanzia per un clima di correttezza, sobrietà, di desiderio riformatore profondo, di tutela della legalità, come dimostrato dal discorso d’insediamento.

Per intanto la pur momentanea convergenza e soddisfazione, che ha visto ex democristiani e popolari votare e complimentarsi per l’elezione di “uno di loro”, non ricostruisce le condizioni per una nuova balena bianca. Al più si potrebbe pensare alla rivincita della sinistra democristiana o dei popolari democratici (quindi non di chi è moderato o clericale); ma anche questa ipotesi è eccessiva. Troppe sono ancora le visioni diverse di alleanza e di progetto, sia all’interno che fuori del PD, fra coloro che si rifanno alla tradizione popolare. Ciò che invece può riproporsi è una rinnovata volontà di mettere al servizio del Paese alcune ricchezze ideali e progettuali, una disponibilità a offrire impegno per il bene comune e per il ritorno al senso del dovere e della responsabilità, ad un senso di sobrietà nell’esercizio del potere.

Nello stesso tempo, se qualcosa dell’esperienza comunista e di alcuni suoi esponenti sembra declinare, va considerato che quanti si rifanno alla cultura social comunista sono ancora presenti  in modo non esiguo, sia numericamente che con proposte; e, sia nel PD che nel Paese, non viene meno l’attenzione per la giustizia sociale, per l’eguaglianza, per la tutela dei più deboli, e per la capacità dello Stato di intervenire a correggere le storture che il mercato e il liberalismo finanziario comportano. Né viene meno l’esperienza di tante donne e uomini che hanno, da sinistra, contribuito a rendere la nostra Repubblica più democratica e partecipata. Inoltre le persone con tre narici che mangiano i bambini sono sparite da molto tempo e non mi sembra si debba temere di rivederne in giro per l’Italia.

Perciò nessuno pensi a continue gomitate fra il “non moriremo democristiani” e il “non moriremo socialdemocratici”. Si deve tutti guardare avanti anziché alle storie passate. Le radici non devono essere tranciate, ma il XXI secolo richiede di saperle utilizzare in modi nuovi, con innesti e con passaggi che ci portino più avanti. La società della democrazia deliberativa, la società globalizzata, la società della comunicazione digitale e del web, la società dove il lavoro sta trasformandosi rapidamente nelle forme e nei modi di produrre, richiede un pensiero nuovo che tenendo conto del positivo del secolo scorso trovi elementi adeguati per difendere le istituzioni democratiche, la convivenza civile, il progresso culturale e la ricerca, che sappia difendere la dignità della persona umana, la sua vita, il suo anelito spirituale, che sappia trovare vie per costruire la pace fra le nazioni.

In questo senso l’essere stati democristiani o comunisti (categorie ormai superate e non replicabili in questa epoca post ideologica) conterà sempre di meno; mentre conterà saper declinare in modo moderno i valori che hanno riscattato persone e nazioni e, che a partire almeno dalla rivoluzione francese, e dopo l’anelito d’indipendenza dell’ottocento, hanno sublimato la lotta di liberazione e il riscatto dalla vergogna dei fascismi europei e, più di recente, dal sovietismo stalinista dei Paesi dell’Est.

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