Il paese normale

Angelo Marinoni

preIn Italia non riusciamo mai ad avere un atteggiamento critico, forse per indole, forse per cultura dimenticata, forse per una raramente apprezzabile propensione alla teatralità dobbiamo per forza schierarci e prendere posizioni assolute: un’idea è molto buona o è molto cattiva, una persona è un eroe o è un imbecille, un politico è uno statista o un perfido ladruncolo. Siamo eterni adolescenti, schiavi di una immaturità della quale ci vantiamo anche, disprezzando e insultando chi ce la rinfaccia in modi più o meno consoni.

Il risultato è l’imbarazzante scenario della nostra storia recente e dei tanti e diversi personaggi che ne sono stati protagonisti.

Sarebbe interessante che uno storico e un sociologo si mettessero a tavolino e cominciassero a discutere non tanto di quanto è successo, ma quali speranze, se ce ne sono, abbiamo di vivere un giorno in un Paese decente, in un paese normale come amava ripetere D’Alema ignorando di aver realizzato e condiviso scelte che ne consolidavano l’anormalità.

Questa amarezza che mi pervade quando penso al mio Paese si manifesta in un mio preoccupante distacco da quanto sta succedendo in Parlamento a proposito della Presidenza della Repubblica, del resto il Presidente uscente ha fatto tante discutibili scelte che hanno allontanato i cittadini dalle Istituzioni e trattandosi di un Paese vocato all’anarchia e al disprezzo delle regole il risultato è stato devastante.

Non entro nel coro dei “laudate Napolitanum”, anche se, sicuramente ne apprezzo lo spirito di servizio e il profondo senso dello Stato che gli hanno fatto accettare una rielezione, le cui ragioni sono state uno dei punti più bassi mai raggiunti dalla politica italiana: credo che nella storia della Repubblica non si sia mai subita una classe politica così mediocre da non riuscire a sintetizzare un gruppo dirigente, né politico né istituzionale.

Ci è riuscito Renzi, al quale bisogna tributare un salutare decisionismo, seppure non mi trovi sempre a condividere le sue scelte e le sue idee.

E’ venuto il tempo delle scelte verrebbe da dire, ma rievocherei fantasmi che è meglio restino nella iconografia.

Renzi le scelte le fa e la classe dirigente l’ha tirata fuori da un cilindro, seppure non dirò che mi piace perché non amo mentire, e ora le decisioni vengono prese anche arrivando al conflitto: sembra incredibile ma il grande merito che la storia riconoscerà a Renzi sarà quello di aver superato l’italica e inconcludente prassi di scrivere norme pensando a come farle eludere e non prendere decisioni ma fare mediazioni che ascoltino tutti, anche chi voce in capitolo non ne dovrebbe avere.

Renzi prende una decisione, lui dice perché i cittadini gliene hanno dato mandato e non è vero, e non pretende che sia condivisa da tutti, perché sa bene che è impossibile, ma essendo deputato a comandare lo fa e se ne assume la responsabilità.

Non mi ricordo di aver visto un simile atteggiamento da nessun politico da quando sono al mondo e proprio un bambino non sono più.

A proposito della qualità di alcune scelte inizia il mio dissenso con Renzi e il suo gruppo dirigente, dalle riforme Istituzionali a quelle sociali, dalla politica estera alla politica interna, ma in tempo di elezioni presidenziali mi soffermo sull’aspetto istituzionale.

Essendo un decisionista autenticamente italiano Renzi propende chiaramente al Presidenzialismo e tutta la riforma tende ad ottenere questo risultato sul quale sta portando anche stimabili esponenti della minoranza del suo Partito o comunque che non stanno cercando un posto sul suo carro, ma restano all’interno del recinto perché mossi da disciplina e serietà personale.

Il Sen. Borioli ha titolato un interessante intervento sulle nostre pagine: chi ha paura del presidenzialismo?

Io Senatore.

Io ho paura del Presidenzialismo perché questo è un paese immaturo, questo è un paese che odia le regole e non ha rispetto degli altri, ma che in tutta la sua storia ha portato al comando alternativamente chi lo ha lasciato fare quello che ha voluto e chi lo ha preso a bastonate per farlo rigare diritto: è un paese dove la crescita economica degli anni Sessanta invece di portare ricchezza e benessere ha portato corruzione, devastazione del territorio, politiche insostenibili ambientalmente e economicamente nei trasporti, nell’edilizia e nell’industria; è un paese dove la rivoluzione culturale del 68, importante per molti versi, in molti casi però invece di portare democrazia e insegnare il rispetto della libertà e dei diritti e delle opportunità della Persona ha portato alle lauree ope legis e alle posizioni estremiste che in alcuni casi sono sfociate in gruppi terroristici; è un paese che negli anni Ottanta del secolo scorso ha eletto la corruzione e l’evasione a sistema dominante e un decennio dopo, quando se ne doveva pagare il prezzo, ha annientato la sua classe politica chiudendo nello stesso cassetto politici e cialtroni, ladri e amministratori, idealisti e opportunisti: è un paese che a seguito della decimazione della classe politica ha consegnato le chiavi del potere a Berlusconi e alla Lega e dopo vent’anni di rincorse, poche scelte e tanti compromessi fra un sistema produttivo lamentoso, inconcludente e inefficace e un sindacalismo legato a schemi vecchi di quarant’anni ha dovuto aspettare che un ex-comico eclettico e spudorato costringesse la classe dirigente a uscire dal suo torpore e tirare fuori qualcuno che mettesse mano al Paese prima che questo fallisse del tutto.

Credo che un paese come questo debba avere una forma di governo parlamentare, un equilibro fra potere esecutivo e potere giudiziario che non consenta più a uno come Craxi di andare al potere e a uno come Di Pietro di toglierglielo, dove le decisioni vengano prese in maniera seria e definitiva, ma dopo un abbondante dibattito e una doppia lettura, dove le amministrazioni locali abbiano poteri amministrativi, ma non legislativi, dove vi sia un potere politico forte e autorevole, non una persona forte e autoritaria.

Credo che un paese come questo debba avere fiducia nella migliore classe politica che abbia mai avuto, quella che fra il 1945 e il 1950 ha costruito la Repubblica e l’ha dotata di uno strumento costituzionale perfetto e geometricamente ponderato sui difetti e sui pregi dei suoi abitanti.

Credo che quel sociologo e quello storico che ho immaginato discutere a tavolino sulla nostra speranza ne riducano la dimensione man mano che viene modificata quella Carta Costituzionale che dal 1948 resta inattuata e che è stata e sarebbe la vera grande opportunità che abbiamo di vivere in un paese normale.

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3 thoughts on “Il paese normale

  1. Essendo ben noto a tutti che l’aggettivo “normale” presuppone una norma entro i cui limiti muoversi, con saggia sintesi, è stata evidenziata nell’ultimo periodo la nostra Costituzione della Repubblica Italiana quale norma fondamentale: così la intesero i nostri Padri, a loro volta, figli di una tradizione plurimillenaria di Diritto. Occorre, tuttavia, riportare la Costituzione alla primigenia forma, depurandola delle corruzioni che, con frequenza via via crescente, sono state apportate al solo scopo d’indebolire le regole, con l’illusione di creare maggior libertà. Non a caso, la Carta prevede la possibilità di modifiche, ma con una procedura che, ad alcuni – e l’On.le Sig. Presidente del Consiglio è fra questi – potrebbe risultare macchinosa e farraginosa, ma mette al riparo da una gran parte di decisioni avventate, seppur senza annullarle in toto.

  2. Proprio gli esempi di Craxi e Di Pietro, dicono i limiti del nostro parlamentarismo assoluto e documentano il progressivo disequilibrio dei poteri dello Stato. Peraltro, è da tempo che viviamo in un Repubblica semipresidenziale.
    Comunque, sarebbe tempo di pensare l’Italia “regione d’Europa” e operare più intensamente per gli Stati Uniti d’Europa e per la loro Costituzione.
    Quanto a Renzi, a me pare la simbiosi di Craxi e Andreotti, perciò sa veder le urgenze del’immediato e non sa proporre strategie civili di lungo periodo.
    In questo momento, non possiamo sperare che nel nuovo Presidente della Repubblica.

  3. Condivido molto quanto afferma Angelo nella parte finale, riguardo al Presidenzialismo. Anch’io sono molto contrario, e ritengo il sistema Parlamentare di gran lunga preferibile. Se poi, per una serie di motivi (più governabilità, non consentire a partitini di bloccare tutto, evitare lungaggini su tutto, ecc.) si stabilisce di accedere al sistema Presidenziale la cosa deve essere accompagnata da bilanciamenti efficaci e “veri” e cioè anche un Parlamento che abbia poteri tali da non essere un appendice (vedi gli USA dove il Presidente può decidere le guerre, ma il Senato può bloccare riforme significative). In Italia le lobbies avrebbero più spazio che negli USA e questo è molto pericoloso: gli italiani hanno la tendenza ad affidarsi alla persona forte del momento e a cedergli poteri eccessivi.

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