Da Monti a Mattarella. Impressioni di Renato Balduzzi

Dario Fornaro

moma(Al membro del CSM, ed ex Ministro della Salute, Renato Balduzzi, la redazione di AP, col particolare apporto di Dario Fornaro, ha formulato la seguente intervista).

Partiamo dall’elezione di Sergio Mattarella. Lei ha dichiarato a caldo che considera tale elezione come “una risposta convincente rispetto a tutte le variegate forme di antipolitica tuttora presenti e che sono incentivate dalle miserie e dall’indecenza di tanti, troppi comportamenti dei rappresentanti, a ogni livello”. Quale tipo di presidenza dobbiamo aspettarci?

Nei manuali di diritto costituzionale la figura del Capo dello Stato in Italia è normalmente spiegata in termini di “presidente di garanzia”. Ecco, credo che a pochi altri come a Sergio Mattarella si attagli questa definizione. E non penso, come ho già avuto modo di dire in questi giorni, che a questa valutazione mi facciano velo la colleganza di materia e la consuetudine di amicizia, oltre che la sintonia ideale. Il neo-presidente della Repubblica è persona vera e grande.

Ha qualche ricordo particolare che può illustrare questa affermazione?

Ne ho in mente due.

Il primo è di alcuni anni fa, quando Mattarella commemorò, a un mese dalla morte avvenuta nel 2008, il prof. Leopoldo Elia, cui era legato da forte amicizia politica e personale (sul ruolo di Elia come talent-scout all’interno del mondo cattolico-democratico ha giustamente insistito Alberto Bobbio in un articolo uscito, proprio qualche ora dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato, nell’edizione on-line di Famiglia Cristiana).

Richiamando le sottolineature di Elia sui difetti della politica e dei partiti italiani (occupazione abusiva della pubblica amministrazione; esclusione dei “non addetti ai lavori” dalla politica; sostanziale “immunità”, cioè mancanza di un’effettiva responsabilità politica individuale), Mattarella così chiosò: “Sembra il ritratto odierno della politica del nostro Paese: basta pensare allo spoil system o alla sanità, alla legge elettorale con le liste bloccate, alla assenza di memoria per gli errori politici, di partito o di governo”.

Credo che non sia difficile leggere, in questo sintetico identikit della vita pubblica italiana, alcune coordinate di fondo di una presidenza: legalità, trasparenza, equilibrio.

In effetti sarebbe difficile anche oggi, cioè sette anni dopo, non avvertire la forza della chiosa di Mattarella. E l’altro ricordo?

Il secondo ricordo è di un episodio più lontano nel tempo, richiamato spesso in questi giorni: nell’estate del 1990, cinque ministri dell’allora sinistra dc si dimisero dal Governo per protesta contro l’atteggiamento dell’esecutivo sulla cosiddetta legge Mammì in materia radio-televisiva. Mattarella fu tra questi e fu proprio lui a enunciare pubblicamente le ragioni: non è accettabile, disse, porre la questione di fiducia su una legge il cui contenuto contrasta con direttive comunitarie.

In quel periodo ero consigliere giuridico di un altro ministro, che ugualmente si dimise, Mino Martinazzoli. Ricordo di essere rimasto colpito certamente dalla coerenza morale (dimissioni vere in un Paese di dimissioni spesso solo minacciate o finte, come è stato giustamente da più parti sottolineato), ma altresì dalla qualità per dir così “istituzionale” della motivazione: riuscire a tenere insieme il profilo politico non soltanto con quello etico, ma anche con il profilo istituzionale è una lezione che non ha perso interesse dopo 25 anni. E che permette di cogliere altre possibili coordinate di fondo della presidenza: l’attenzione alla compatibilità delle leggi rispetto alla Costituzione e, più in generale, alla qualità della legislazione, di fonte parlamentare come di fonte governativa.

Un paragone con Giorgio Napolitano è possibile?

Ciò che accomuna Sergio Mattarella a Giorgio Napolitano mi sembra soprattutto la circostanza che ambedue sono rappresentativi della parte migliore di due tradizioni politiche e culturali diverse e variegate al loro interno, che hanno però concorso, insieme alla tradizione liberale, alla stesura della carta costituzionale e che ne costituiscono ancora l’ossatura ideale, senza la quale non c’è Costituzione che possa resistere nel tempo.

Sono poi entrambi due meridionali veri, che conoscono il Mezzogiorno d’Italia e ne hanno combattuto i vizi e le tragedie e, proprio per questo, esprimono la componente più antica e affascinante dell’italianità.

Lei ha ricordato la tradizione cattolico-democratica, che indubbiamente esce vittoriosa da questa elezione. Ciò che poteva sembrare un retaggio culturale del passato, oggi esprime alcune tra le più alte cariche istituzionali e, soprattutto, la principale. In che modo ciò potrà aiutare il nostro Paese a tirarsi fuori dalle presenti difficoltà?

Se dobbiamo guardare al futuro, preferisco parlare, invece che di tradizione, di esperienza e di proposta, che sono poi i due elementi di cui consta una “tradizione”.

Penso che l’elezione di Sergio Mattarella costituisca uno stimolo fortissimo a superare un limite emerso in questi ultimi anni all’interno di questa variegata area politico-culturale: quello di far leva più sull’esperienza che sulla proposta, più sulla lusinghiera storia che sulla capacità di interpretare i cambiamenti e di operare fattivamente di conseguenza.

Quando, poco più di un anno fa, costituimmo l’Associazione Mondi Vitali avevamo in mente proprio tale situazione: adesso questa prospettiva si impone con maggior forza.

Sempre a proposito dell’esperienza e delle proposte del cattolicesimo democratico, qualche settimana fa emerse la vicenda torinese delle “due madri per un bambino”. Pur logicamente soverchiata, quanto ad attenzione dei media, prima dai tragici eventi di Parigi e poi dall’attesa dell’elezione del Capo dello Stato, essa non per questo merita di essere prestamente archiviata nei capienti armadi delle “curiosità giuridiche” o delle “amenità di costume”.

Prescindendo per un momento dal dibattito ormai annoso (e talora penoso) sulla permanenza o sulla evoluzione, intrinseca o giuridica, dei concetti di famiglia e di procreazione “naturali” – ai quali si tende a riconnettere anche l’episodio “anagrafico” torinese – lo sconcerto verte sul punto e sul valore del “buon senso comune”. Sulla possibilità, cioè, da parte del legislatore, o come nel caso in questione dell’interprete, di urtare platealmente con le sue decisioni contro il comune buon senso, ovvero contro la plurisecolare acquisizione della mater semper certa.

So bene che in termini di rigore scientifico il concetto di buon senso è scivoloso o addirittura fuorviante, ma in ragione di adesione popolare alla maestà della legge e al prestigio della giurisdizione, la palese distonia del proclamato con il cd. buon senso, con la riconosciuta evidenza, può aprire la strada  a sensazioni di pura, ancorché “legittima” arbitrarietà degli assunti. Insomma, una specie di “ego te baptizo piscem” (di ovviamente incerta ascendenza prelatizia e medievale) volta ad aggirare l’astinenza del venerdì.

Anche a me la reazione mediatica sul caso torinese ha colpito molto, sotto un punto di vista assai vicino a quello che lei chiama del buon senso comune, pur non coincidendo del tutto (in quanto la campagna mediatica, facendo leva su orientamenti “militanti” di questo o quel magistrato, ha proprio per obiettivo la trasformazione del senso comune, e dunque il richiamo ad esso non sembra essere sufficiente, almeno in prospettiva).

Ho trovato assente nel dibattito una dimensione per me invece cruciale, che è quella del confronto con la Costituzione, la quale non soltanto presenta un modello costituzionale di famiglia (aperto ed egualitario, ma preciso nel considerare il rapporto di filiazione come intercorrente tra padre, madre e uno o più figli), ma richiede che all’interno di essa siano riconosciuti e garantiti i diritti inviolabili delle persone: e come non prospettare, almeno come problema su cui riflettere, che tra questi vi sia il diritto ad avere un padre oltre che una madre? È un problema affine, a ben vedere, a quello che ritroviamo nella discussione sulla fecondazione eterologa.

Sia chiaro: ho sempre pensato anch’io, sulla scia di una non dimenticata lezione di Aldo Moro, che sulle questioni eticamente sensibili il principio di maggioranza vada adoperato con cautela e che la legislazione vada fatta per i credenti e per i non credenti. Ma questo approccio non significa ridurre le domande e le questioni sui valori alla sola coscienza individuale: essa è in ultima analisi decisiva, ma purché informata e formata attraverso la discussione e il dialogo su tutti i profili dei problemi, a partire appunto dalla considerazione di tutti i valori e gli interessi costituzionalmente garantiti.

L’alternativa è, appunto, l’ipocrisia del brocardo medievale che lei ha ironicamente menzionato.

Un’ultima questione: Governo Monti o “dei tecnici”. Col passare del tempo anche la polemica postuma non si attenua, tipo damnatio memoriae. Orfani ormai, o quasi, di difensori ancora in attività politica, i “professorini” dell’epoca vengono evocati, con bella noncuranza, come fonti di sciagure per il nostro Paese. Che pure, superati i tecnici, non è ancora uscito dalla stagione penitenziale malgrado i ricorrenti proclami.

È certo che la palma del “malricordo” tocca alla prof. Elsa Fornero, accreditata di errori e nequizie di lungo corso in relazione al sistema previdenziale. A parte che gli eventuali errori (vedi alla voce esodati) dovrebbero essere almeno condivisi con gli uffici ministeriali che hanno materialmente fornito i dati, non dice niente ai rancorosi d’oggi che il nostro sistema previdenza-lavoro, nonostante gli interventi della Fornero e dei suoi predecessori, sia ancora tutt’altro che in sicurezza e resti “osservato speciale” presso gli osservatori stranieri più attenti alle cifre che alle dichiarazioni?

Lei che ha lavorato fianco a fianco con la Fornero, che idea conserva della persona e dell’esperienza co-vissuta con il premier Monti?

Sì, la nostra memoria non deve essere proprio lineare e cristallina, visto,la facilità con cui dimentica le condizioni di assoluta emergenza che condussero alla formazione dell’esecutivo Monti, i pochissimi giorni che avemmo a disposizione per definire la riforma pensionistica (che quasi tutti, in Italia e all’estero, da anni dicevano essere ineludibile, ma che nessuno aveva avuto il coraggio e la possibilità di realizzare), che resta una delle poche, vere grandi riforme del nostro Paese. Come tutte le vere riforme, avversata sul momento ed esecrata da chi, se non fosse tardata così tanto, avrebbe sofferto meno.

Sugli esodati (categoria non omogenea, come Elsa Fornero ha ricordato più volte) ha già detto lei l’essenziale. Aggiungo che mi era parsa ragionevole l’idea del ministro Giovannini dell’anticipo sino alla maturazione del diritto, con restituzione rateizzata successiva. Mi sembrava una proposta da Paese civile.

Quanto al clima del Governo Monti, ne conservo un ricordo davvero positivo: i problemi venivano approfonditi collegialmente, sotto la regia informata e garbata del presidente del Consiglio, che sa accompagnare con la giusta ironia percorsi decisionali delicati e complessi.

Sui risultati di quell’esperienza governativa, sulle cose fatte e quelle da fare, su quelle avviate e che attendono di essere completate, sulle cose che avrebbero potuto essere fatte meglio, mi piacerebbe che, specialmente con riguardo a quelle di mia competenza al ministero della Salute, se ne potesse parlare insieme. Ma ci vuole tempo: mi prenoto per un successivo dialogo.

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2 thoughts on “Da Monti a Mattarella. Impressioni di Renato Balduzzi

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