Appena in tempo

Domenicale Agostino Pietrasanta

parNon credo opportuno che un sito inevitabilmente e volutamente locale, come questo, si impegni ad un giudizio sul valore del nuovo presidente della Repubblica: ne sono pieni i quotidiani di ogni parte e di ogni livello e non faremmo che rimasticare quanto detto e ripetuto da altri. Mi provo invece a sottolineare il fastidio ed il disagio che ho provato allo spettacolo di una politica che, a ben vedere, anche quando ne indovina qualcuna, si impantana in uno spettacolo di schieramenti in cui tutto è lecito, salvo la salvaguardia del bene comune; in tutto questo aiutata ed aizzata da non poche trasmissioni televisive sedicenti impegnate.

Mi chiederei per intanto se la prima preoccupazione sia stata quella dell’elezione del presidente e non invece altri obiettivi, rispetto ai quali il fondamentale veniva reso secondario. Va da sé che il fondamentale era quello di scegliere, nel mazzo dei possibili candidati, quello che dava garanzie di assicurare una tenuta dignitosa del senso dello Stato, che dimostrasse capacità di giudizio imparziale nell’applicazione e nel rispetto della Carta costituzionale, che apparisse (cosa tanto ovvia che non dovrebbe neppure essere richiamata) del tutto esente da tacche di tipo penale o anche semplicemente morali; ed infine che sentisse il dovere dell’imparzialità tra le forze politiche. Bene mentre tutti, nessuno escluso, sia pure con minore o maggiore convinzione, riconoscevano ed ovviamente riconoscono che queste qualità sono nel DNA di Mattarella, nello stesso tempo i protagonisti continuavano a privilegiare altri fattori discriminanti.

Vediamo. Cominciamo dai più “puri”: gli amici , rectius (meglio) i compagni della sinistra radicale e della sinistra PD. Costoro continuavano a temere l’inciucio del Nazareno e, a sentirli, pur riconoscendo i meriti del candidato, ciò che maggiormente li convinceva era il fatto che la scelta faceva giustizia dei patti “segreti” tra il cavaliere e il premier; non solo, ma a presidente eletto, non depongono le armi ed aspettano al varco le prossime mosse di Renzi, loro unico e temibile nemico (pardon, avversario). Ora, sia chiaro, anche a me certi accordi con Berlusconi lasciano l’amaro in bocca; il personaggio non mi è mai piaciuto per i mille motivi che da vent’anni, nel mio piccolo vado ragionando; ma soprattutto per la sua mobilità nei trattati che sottoscrive. Ciò posto però chiederei agli amici o compagni della sinistra quali alternative propongono per attuare le riforme; i più saggi tra di loro cercano di stare attenti ai risultati degli accordi ed ottenere, nel possibile e nel realistico, il massimo possibile di buono o di quello che ritengono tale. Se l’elezione del presidente ha ricompattato non solo il PD, ma tutto il centro/sinistra sull’obiettivo summentovato, tanto meglio; ma rimane il fatto che l’attenzione della vicenda non avrebbe dovuto riguardare il destino del partito per quanto importante, ma l’elezione del presidente, per l’appunto.

Dalla parte opposta c’era chi approvava il nome, ma non il metodo. Ora, Matteo Renzi non può essere annoverato tra i più pazienti tessitori del consenso; in genere lo ottiene con la determinazione del colpo a sorpresa, rischia e credo sapendolo, e bene spesso la indovina. Forse il suo maestro in questo è Machiavelli che, senza mezzi termini affermava che la fortuna va cavalcata con determinazione “convien batterla ed urtarla”; e tuttavia mi chiederei cosa hanno concluso i tessitori della scorsa tornata elettorale per il presidente; abbiamo visto il destino dell’onesto e non certo sprovveduto Bersani dopo gli eventi del 2013. Alla fine, ma proprio all’ultimo momento anche un confuso Angelino l’ha capita: meglio guardare all’uomo che al metodo. Sul quale non voglio spendere parola a difesa di Renzi: basti il risultato; e poi sarebbe anche ragionevole pensarla ciascuno a modo suo.

Resta il fatto che la perplessità più fastidiosa mi capita di incrociarla quando, dopo aver definito Mattarella come cattolico/democratico, gli danno del cattocomunista; costoro o sono ignoranti (in senso proprio, s’intende) o sono in mala fede. Cattocomunismo è dizione di negativo giudizio per quasi tutto l’arco politico italiano; e se stesse ad indicare una confusione ideologica tra  cristianesimo e marxismo potrei anche discuterne. Mi pare però che i grandi elettori di un presidente dovrebbero sapere che i cattolici/comunisti costituirono un gruppo di personaggi degnissimi (Adriano Ossicini, Franco Rodano, ecc.) che nell’immediato secondo dopo/guerra si proponevano un programma cattolico sulla sinistra della DC. Non solo (ed ecco l’ignoranza o la malafede), ma per il loro progetto ed il loro programma erano quanto di più diverso dal cattolicesimo/democratico che rifiuta ed ha sempre rifiutato dai tempi di Sturzo a De Gasperi e Dossetti ogni commistione egemonica tra partiti ed istituzioni ed ha posto come cardine del programma la laicità della politica, la sua aconfessionalità ed il suo servizio allo Stato ed ai cittadini escludendo qualsiasi egemonia.

Un po’ di alfabeto informativo non farebbe male neppure a Salvini; con tutti gli auguri che gli faccio di cuore di molta felicità, ma anche di sonore sconfitte sul piano politico.

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One thought on “Appena in tempo

  1. Purtroppo, la cultura dell’io, preponderante, oggigiorno, rispetto alla cultura del noi, ha portato anche alla selezione di una classe politica formata da persone attente non già all’interesse dell’intera collettività o, quando ciò non sia possibile, all’interesse della maggioranza più ampia, pur senza calpestare i legittimi diritti delle minoranze, bensì al proprio interesse od a quello del proprio partito o della propria cerchia. Questo comportamento è frutto di un’errata educazione, che, in teoria diffonde ottimi princìpi, ma, in pratica, porta l’educando ad identificare il noi in una comunità che, ben difficilmente, va oltre il gruppo costituito da parenti, amici o compagni di partito.

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