Mai come oggi la questione euro è politica

Andrea Zoanni

eurNei giorni scorsi ho cercato, ritrovato e sfogliato due miei testi scolastici pubblicati dopo la metà degli anni ’70, riguardanti i “Principi di economia politica” e la “Scienza delle finanze e statistica economica” con annesso testo aggiornato con il d.l. 26.5.78 n° 216 su misure fiscali urgenti. Mi ha incuriosito l’aggettivo “urgenti”, probabilmente tutte le misure fiscali lo sono.

Da lì ho effettuato un salto nel tempo di circa tre lustri e mi sono catapultato nei ricordi lavorativi di inizio anni ’90, alle prese con la grande svalutazione della lira e la crisi economica nazionale, vissuta nel quotidiano in tempo reale con il marco ogni giorno oltre il cambio fisso interno allo SME.

E vengo ai nostro giorni, particolarmente virulenti sotto molti punti di vista.

Credo ai più siano sfuggiti gli esiti del Forum Economico Mondiale che annualmente si tiene a Davos, splendida cittadina svizzera della bassa Engadina. Le aspettative generate daI titolo Il nuovo contesto globale sono state deluse dalle conclusioni che per la prima volta non ci sono state. In effetti si è discusso di ambiente e disuguaglianze, temi essenziali per il futuro dell’umanità, ma non sono scaturite proposte operative concrete e attuabili che possano far ben sperare.

Così continueremo a produrre energia bruciando materia, quando la prima (principalmente il sole) è infinita e la seconda (il pianeta Terra) non lo è. Dovremmo dunque invertire questa logica ma non si investe ancora abbastanza, ritenendo più redditizie le tecniche produttive energetiche tradizionali.

E’ stato anche presentato dalla o.n.g. britannica Oxfam un rapporto che dice come dal 2016 l’1% della popolazione mondiale sarà più ricco del restante 99%, surclassando in negativo il famoso rapporto 80/20. Ma detto questo non si è andati oltre, salvo grandi proclami. E il tema delle disuguaglianze è anche nell’agenda di Barack Obama, che nel discorso sullo stato dell’Unione ha sposato la linea Piketty, l’economista francese che propone di tassare i super ricchi per ridistribuire le risorse in maniera più equa.

In effetti questo best seller dalle analisi approfondite dimostra come le rendite crescano più dei redditi, come si consideri più importante il patrimonio del lavoro e di conseguenza i ricchi lo siano sempre di più.

E’ sulla base di questi numeri che Piketty ha scoperto una “ferrea legge del capitalismo” che porta inevitabilmente all’aumento della disuguaglianza: il capitale cresce più dell’economia e di questo passo il mondo si troverà nelle stesse condizioni del 1800, quando per avere successo contavano solo i patrimoni e i matrimoni.

Per risolvere questo problema l’economista francese indica solo una via: tassare pesantemente il patrimonio e ridistribuire. Beato lui che la fa semplice, io modestamente credo sia qualcosa di più complesso. Nel frattempo l’FMI profetizza un incremento del 3% per il PIL mondiale nel 2015, percentuale al di sotto della quale il Fondo inizia a considerare la parola deflazione.

Altre considerazioni si possono fare pensando alla locomotiva USA che ha ricominciato a correre, a differenza della zavorra chiamata Europa in deflazione, con buona pace dei debitori. Ma negli Stati Uniti non tutto luccica, non vi è una minima e salutare inflazione, di conseguenza i salari non crescono. Inoltre la discesa del prezzo del petrolio non colpisce solo i paesi emergenti e negli States è amplificata dal dollaro in continuo rafforzamento. Siamo comunque di fronte a una situazione molto complessa e frammentata, ove le politiche economiche dei principali paesi non sono affatto allineate.

Vige un detto del tempo di scuola, che i poveri fanno la guerra con le armi, mentre i ricchi e i potenti la fanno con le valute, tanto che alcune teorie economiche teorizzano una moneta universale. Al di là della fantasia, la storia insegna che i cambi fissi alle volte sono salutari ma se si eccede, quando si sbloccano il botto è sicuro. Solo che una guerra valutaria sai come e quando la inizi ma le conseguenze non sono mai prevedibili, perché si possono generare degli avvitamenti estremamente pericolosi.

Oltre al terrorismo (nella satira televisiva verrebbe da dire, a telecamere spente, “se sei un presidente in calo di audience inventati un attentato e ti rifai il consenso, e pum pum pum ti fai la grana”) sono due i principali eventi di questo inizio d’anno che ci toccano particolarmente: la decisione svizzera di eliminare il cambio fisso con l’euro e le elezioni svolte in Grecia.

****************

Già nel 2011 si era presentata una analoga situazione di turbolenza valutaria, allora il dollaro era più debole dell’euro e la valuta elvetica si era molto rivalutata, considerata bene rifugio al pari dell’oro e dei bund. Per completezza di informazione aggiungo che le borse erano in forte turbolenza e ciò aumentava in modo esponenziale il gioco speculatorio. Nel settembre di quell’anno euro e franco sfiorarono la parità, poi intervenne la Banca centrale svizzera e per evitare il rischio deflazione bloccò l’oscillazione fissandola ad un livello non inferiore ad 1,20 franchi svizzeri a fronte di 1 euro.

Questo scenario svanisce a metà del mese scorso, quando Thomas Jordan a capo della SNB, contraddicendo la sua affermazione sulla difesa vitale e irrinunciabile della soglia di cambio, pugnala alle spalle i grandi broker del mercato valutario e li travolge con un balzo oltre il 30% ridottosi poi al 20% che significa sostanzialmente un cambio più o meno alla pari con l’euro.

Ora le previsioni si sprecano, c’è chi sostiene un rialzo a 1,10 e chi propende per una discesa fino a 0,90. Io immagino una oscillazione continua ma se dovessi scommettere in prospettiva sarei più della seconda idea, anche se personalmente preferirei l’altra. Perché questa scelta così repentina?

Banalmente potrei dire che prima o poi il tappo salta, così è sempre stato. In questo caso, una banca centrale può fare da guida all’economia reale, ma se si vuole difendere un valore fittizio drogato da alchimie monetarie, prima o poi l’equilibrio si spezza e l’economia si vendica. Meglio dunque anticipare e ammortizzare il colpo.

Per ragioni diverse fu ciò che avvenne nel 1992 e che travolse anche l’Inghilterra. Aggiungo che nel tentativo di frenare la corsa alla moneta di Berna, Thomas Jordan ha anche stretto i tassi sui depositi nelle banche: d’ora in poi chi decide di parcheggiare liquidità a Ginevra o a Zurigo pagherà un interesse negativo dello 0,75 per cento (mezzo punto in più del precedente). Ma le barriere anti speculazione sono state spazzate via nel giro di pochi minuti.

Però le motivazioni sono plurime e configgono tra esse, coinvolgendo anche i frontalieri italiani che se da una parte si vedono rivalutato un salario già di per sé molto più alto rispetto ad una pari mansione svolta in Italia, dall’altra impattano su un rischio licenziamento potenzialmente in crescita, considerata la situazione difficile che si crea nello scambio con l’estero di beni e servizi.

Il cambio di rotta della Banca centrale mette seriamente a rischio la competitività dell’industria e del turismo, principali fonti di lavoro della confederazione. In questo ragionamento inserisco anche l’accordo bilaterale raggiunto tra Italia e Svizzera che si firmerà nei prossimi giorni, i cui punti però non sono ancora stati chiariti completamente: mi limito a dire che ogni paese canta vittoria……

Io credo invece che il vero motivo stia da un’altra parte, per così dire nellinquinamento delleuro. Se in questo periodo l’ascesa del franco era controbilanciata dal massiccio acquisto di euro da parte della banca centrale svizzera, la massa ingente di capitale non era proprio così eccessiva e si sarebbe potuto continuare a calmierare la situazione. C’è stato un evento che a mio parere ha modificato velocemente la scelta (e in quel paese, come in tutti i paesi seri, quando si decide si passa all’azione). Mi insospettisce la contemporaneità della scelta con la decisione operativa di Draghi sul Q.E.

La scelta di Jordan ha fatto infuriare banche e imprenditori, lui attacca dicendo oggi o mai più, perché il Quantitative Easing europeo alle porte (l’annuncio di Jordan avviene sette giorni prima l’annuncio di Draghi) avrebbe sottoposto la banca centrale svizzera (SNB) ad una emorragia senza riserve e a lungo andare insostenibile, essendo già esposta per 500 miliardi di acquisti nel 2014 a difesa del cambio con la moneta europea, che si aggiunge all’esborso dei due anni precedenti. Di qui la scelta, sfruttando senza indugi la sua indipendenza dal potere politico. Quale differenza con l’Europa che impiega quattro anni per decidere uno strumento di pronto soccorso!

Certo, il QE non è l’OMT (transazione monetaria diretta) ovvero il piano salva euro che avrebbe consentito l’acquisto di titoli di stato a breve termine con lo scopo di ridurre le pressioni derivate dallo spread e placare i timori sui mercati finanziari. Questo era considerato uno strumento politico e dunque impossibile da effettuarsi per la BCE, a differenza del QE che agisce anche per mantenere l’inflazione sotto il 2% annuo.

Ma nei fatti questa facilitazione quantitativa (che non è una novità essendo stata utilizzata più volte da molti stati) crea moneta operando sul mercato aperto, acquistando una quantità preannunciata di attività finanziarie, in prevalenza titoli governativi. Ciò significa monetizzare il debito, significa iniziare a mettere a fattor comune il debito degli stati europei, significa che l’euro (considerata dagli svizzeri una moneta che tecnicamente non dovrebbe esistere) inizia il suo percorso di moneta reale.

Vorrei essere ottimista, con l’affermazione di prima e con la prossima: la BCE si accinge a diventare adulta e più autonoma, sulla falsariga della Federal Reserve o della stessa Banca Svizzera, che suscita una punta di invidia presso la Bundesbank, senz’altro nostalgica per il vecchio marco che mai avrebbe subìto l’onta di un tracollo verso la valuta scudo crociata. C’è però chi teorizza l’opposto (magia delle teorie economiche) e preconizza l’avvio al ritorno alle monete nazionali.

La Svizzera sa di dover pagare un prezzo, mai nella storia si era assistito ad un crollo superiore all’11% della Borsa di Zurigo, che dopo l’annuncio a sorpresa ha lasciato sul terreno più di 100 miliardi di capitalizzazione, ovvero il valore di Credit Suisse e UBS messi assieme, le due ammiraglie del sistema bancario che hanno perduto circa il 14%. Ma la Banca centrale, a ben vedere, non aveva alternative e si rassegna ad accettare la perdita di competitività nei confronti della concorrenza, soprattutto tedesca. Però l’economia svizzera è sana e soprattutto i conti sono a posto.

Se il dubbio è realtà, significa semplicemente che la Svizzera non è disposta ad acquistare il debito dei paesi europei. Questa scintilla potrebbe innescare davvero una tempesta valutaria, oltre alleuro anche lo yen deve diminuire di valore, mentre dollaro e sterlina si stanno rafforzando e la quotazione dello yuan minaccia lexport cinese, con un PIL ridotto al 7,4%, il più basso da oltre ventanni. Euro, dollaro, sterlina, yen, yuan, cinque colossi dai piedi di argilla: qualcuno pensa ancora di tornare alla lira o alle altre monete? Crede nella favola che Davide sconfigge Golia?

Farei una proposta a questi nostalgici: darei loro la possibilità di riconvertire in lire i loro euro, ma con copertura italiana, politica ed economica, ma non continentale: o stai sulla nave, o stai sulla barchetta! Chi è disposto a farlo?

****************

Anche le elezioni greche generavano aspettative, pienamente rispettate dall’esito delle stesse: la vittoria di Tsipras era annunciata, anche nelle proporzioni. Si tratta ora di comprendere come questo scenario mutato possa trasformare le sue difficoltà in opportunità, per la Grecia e per l’Europa.

Per compiere quello che sembra impossibile non serve un miracolo ma tanta e tanta politica responsabile. Che non si vede all’orizzonte. Il problema dell’euro è sempre stato politico perché noi non siamo cittadini della Comunità Europea ma cittadini della Comunità dell’Euro. E non sono giochi di parole.

In un articolo precedentemente apparso si è descritta la situazione ellenica (di ieri, di oggi, di domani con le varie opzioni) in maniera tecnicamente ineccepibile e da me pienamente condivisa. Forse bisogna rompere gli schemi, ma come? Intanto mai come oggi si stanno fronteggiando due Europe, quella continentale e quella mediterranea. Questo confronto verte su temi non solo economici e ne abbiamo già tratto alcune opinioni.

Per esempio, a mio parere risulta evidente la differenza di impostazione rispetto il tema delle frontiere e dei disperati che bussano per entrare. Non ritorno sulla questione, ma al prodotto europeo poco funzionale perché povero di risorse umane ed economiche avrei preferito rimanesse il prodotto italiano che meglio tutelava un problema che rimane principalmente nostro, data la posizione geografica. Cosa volete che importi ai paesi nordici finanziare tali progetti! Presupposti errati conducono a conclusioni errate.

Tornando alla Grecia, risulta evidente fosse un paese moribondo perché minato da ogni peggior comportamento nel tempo e che ogni successiva azione ne peggiorasse la già drammatica situazione. Per cui imbrogliare sui bilanci fu per loro quasi naturale avendo atteggiamenti del genere. Ma qui, secondo me, l’Europa intervenne nel peggior modo possibile. Non ebbe il coraggio.

Non mi riferisco al periodo successivo all’ingresso nella comunità europea ma a prima: scoperto il trucco (perché così fu) invece di aiutarla a reiterarlo le si sarebbe dovuto impedire l’accesso fino a sistemazione del bilancio, come avrebbe dovuto essere. Se il problema è il ladro, con la stessa intensità lo è chi lo giustifica, perché accettando il suo atteggiamento ne diventa complice con pari responsabilità.

Le responsabilità dei politici greci restano tutte e chi oggi non ha più nemmeno la possibilità di avere farmaci antitumorali o latte specifico per neonati allergici se la dovrebbe prendere con loro invece di gridare al complotto. E questo atteggiamento lo dovremmo avere anche noi italiani che per certi versi somigliamo molto a loro. Ma sullo steso piano ci metto “i politici non greci” che avendo in carico nel loro sistema finanziario molti titoli ellenici “ad elevato rendimento” preferirono una scelta di comodo. Ma tale scelta nel tempo si è rivelata errata.

Faccio un esempio per meglio farmi capire. Se io acquisto un bund tedesco o un bond statunitense poco ci ricavo ma dormo tranquillo. Se invece cedo parte del mio capitale ad un’Argentina o ad una Grecia divento più ricco ma so che posso anche perdere tutto con elevata possibilità. Dunque scelgo, ma coerentemente devo tenere a mio carico tutti gli scenari che potrebbero capitare.

Questo è quello che hanno fatto i paesi Europei, speculare sulla Grecia che, naturalmente, ha ringraziato. Ora cosa vogliono, non pagare pegno? Mi sembra un atteggiamento troppo di parte. Per contro, accedere ai prestiti e non rispettare le condizioni accettate, avendo ancora atteggiamenti non furbi ma disonesti (diamo il giusto aggettivo) significa non aver capito la lezione e non so si deve più tollerare.

Che fare? Facile a dirsi (“mediazione politica responsabile”) difficile a farsi, troppi interessi divergenti. Il rischio è grande, ma la strada è una sola:

  • rinegoziare il debito aumentando le scadenze e riducendo l’interesse;
  • impiegare una parte del credito per dare fiato a un popolo stremato;
  • utilizzare la restante parte per risanare le finanze senza più

Penso convenga a tutti.

Alla Grecia, perché l’alternativa è la guerra civile (e la colpa graverebbe su chi governa oggi ad Atene).

All’Europa, perché l’euro nell’odierna tempesta valutaria potrebbe avere una crisi irreversibile, con la Germania (che in rapporto al PIL esporta più della Cina) in grave recessione perché alle prese con un marco rivalutato almeno del 30% e gli altri paesi messi peggio, Italia compresa prima degli altri.

Può essere? Deve essere! E forse il Q.E. ci viene in aiuto, perché i tassi negativi che caratterizzano quasi tutti i titoli di stato europei a breve e medio termine potrebbero far nascere una situazione paradossale: la BCE monetizza parzialmente il debito dei paesi più forti proprio mentre rifiuta di farlo con la Grecia moribonda. In altre parole, rischiamo di dare la medicina ai paesi sani e non a quelli malati.

Sarebbe paradossale monetizzare facilmente debito tedesco o olandese e nello stesso tempo essere intransigenti fino alla non accettazione che la BCE possa condonare una parte del debito greco. Servono urgenti ripensamenti politici, Europa svegliati dal sonno profondo, altrimenti muori.

Riguardo a noi, mi auguro un Presidente della Repubblica allaltezza, il principale partito politico meno diviso e frammentato, un popolo che invece di sentirsi ieri tutto francese e oggi tutto greco si impegni ad essere migliore come italiano.

Né francesi, né greci, ma italiani migliori.

Annunci

One thought on “Mai come oggi la questione euro è politica

  1. Da più parti, è stato calcolato che, in tutto il mondo, circoli una quantità di denaro pari a circa dieci volte il valore di tutti i beni e servizi acquistabili: perché, allora, non si elimina il 90% inutile e si continua come malati di mente a fare transazioni non già più di carta, ma di pacchetti informatici di dati, utili solamente a far sì che alcune persone tengano in scacco la maggior parte della popolazione? Siamo arrivati ad un tale livello di decadenza da parlare, con un’espressione quanto mai infelice, di debito sovrano, quando la sovranità di uno Stato appartiene a persone, siano esse monarchi, gruppi più o meno numerosi, fino ad arrivare al popolo intero, non di certo ad un debito; anzi, la locuzione è sintoma inequivocabile della pericolosa deriva odierna, a causa della quale si antepone non già la ricchezza materiale, ma addirittura il denaro, mero simbolo, mera promessa di valore, il più delle volte non mantenuta, all’Uomo, che dovrebbe occupare il primo posto.
    Occorre una vera unità politica dell’Europa, trasformando le attuali Nazioni in Regioni del nuovo Stato federale, fondato, naturalmente, sul Diritto e non sul bilancio, che guardi alle problematiche sociali, che persegua l’equità di diritti, di doveri e di distribuzione della ricchezza, naturalmente, con una Banca Centrale di Diritto pubblico.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...