Uomini Senza Frontiere

Andrea Zoanni

ZO“Angelo caro, come stai? Dove sei stato ultimamente?” gli chiedo abbracciandolo. “Io sto bene, grazie e tu? Vengo dalle zone dell’Ebola!” mi risponde ricambiando l’abbraccio. Resto attonito, lui comprende e mi chiede se ho avuto paura del contatto; io con sincerità gli rispondo “nemmeno per un attimo”, ma di rimando mi confida di sentirsi quasi un “discriminato perché infetto” e che una sua collega di Bologna ha avuto una petizione condominiale di non gradimento per il suo ritorno a casa, dopo aver trascorso più di un mese in Africa. “Mai provata una situazione di questo genere”, mi dice tra lo sconsolato e l’arrabbiato.

Inizia così, col botto, un colloquio durato oltre un’ora, avvenuto qualche giorno prima di Natale nel parcheggio della stazione ferroviaria del mio paese, ove ci siamo dati appuntamento per scambiarci gli auguri, ma anche per organizzare qualcosa insieme, come ogni tanto facciamo conoscendoci da tempo e abitando ora nello stesso comune.

44 anni, comasco, Angelo è appena tornato dalla Sierra Leone, dalla Nuova Guinea e dalla Liberia per una emergenza umanitaria. Mi corregge: “una catastrofe umanitaria”, così va definita la peggiore epidemia di Ebola della storia. Le statistiche non danno l’idea della dimensione tragica di ciò che sta avvenendo nell’Africa occidentale: sono comunque 6.000 i morti in pochi mesi, 15.000 gli ammalati; intere comunità sono state distrutte. Dati sempre in crescita, ovviamente.

Suona il cellulare, da casa mi reclamano, in effetti avevo comunicato di essere arrivato in paese. Poi succede che quando inizi un discorso coinvolgente e in piacevole compagnia rischi di perdere la misura del tempo, che vola via. Allora decidiamo di riprendere la conversazione a gennaio sotto forma di intervista, per lasciare una traccia.

Il tempo dedicato a questo lavoro mi ha ricordato il titolo di un libro che spiega la filosofia alle elementari: “Le domande sono ciliege” (senza la terza i). L’intervista è sostenuta, ma veramente mi sono accordo quanto una domanda tiri l’altra, come appunto capita quando si mangiano in continuo quei gustosi frutti rossi.

L’intenzione di Angelo e mia è quella di dare senso a queste parole, perché nella vita non si è mai appreso abbastanza e l’ascolto o la lettura possono essere uno strumento importante per crescere. Una crescita non economica ma della coscienza di sé e delle proprie responsabilità, di come decliniamo la nostra cittadinanza.

Se è vero che i tratti distintivi della nostra personalità non ci abbandonano mai, è anche vero che la cultura è una, inesauribile e a più facce; è l’insieme degli strumenti che l’umanità ha elaborato per pensare in quale modo comprendere il mondo. A noi spetta il compito di come interpretare questa cultura, ovvero quale mestiere vogliamo scegliere.

L’ORGANIZZAZIONE

Angelo (che nella vita di ogni giorno si occupa di sicurezza sui cantieri edili) non è un medico bensì un “logista” di Medici Senza Frontiere, spesso uno dei primi ad arrivare sui luoghi delle emergenze. Quelli come lui forniscono supporto tecnico ai programmi sanitari, coordinano l’acquisto e il trasporto del materiale, organizzano la rete delle comunicazioni, costruiscono o riparano strutture sanitarie, trovano gli alloggi per il personale.

Dico bene?

Sì certo, il logista è colui che deve rendere possibile l’azione medico sanitaria in qualsiasi situazione e in qualsiasi parte del mondo. Noi siamo di supporto al personale sanitario. Dunque, come dicevi, se necessario adattiamo strutture a ospedali, oppure costruiamo ospedali di emergenza e tutto ciò per supportare la popolazione affetta da guerre, calamità naturali o carestie.

Nel corso degli anni mi sono occupato anche di potabilizzazione dell’acqua in situazioni di emergenza, prendendola dagli stagni e rendendola bevibile perché l’unica nella zona. Mi sono occupato anche di sicurezza dei miei colleghi; come MSF spesso operiamo in contesi instabili, guerra o post-guerra, perciò in queste situazioni c’è una persona che si occupa di capire e gestire la sicurezza di tutto il gruppo mentre gli altri sono impegnati nelle loro funzioni. Alcune volte ho anche svolto il ruolo di capo progetto e di capo nazione.

Immagino ti venga in aiuto la tua esperienza di rappresentante sindacale in prima linea, specialmente quando ti capita di trattare con i “signori” del posto le condizioni migliori per poter approntare una logistica adeguata, garantendo sicurezza in loco e continuità di rifornimenti.

Quali sono le principali difficoltà?

E’ proprio così e lo ricordo in tutte le circostanze che mi viene chiesto. Avendo lavorato in Afghanistan, Iraq, Somalia, Liberia e altri paesi in periodi di guerra, la negoziazione è indispensabile. In tutti i paesi al mondo eccetto la Somalia noi lavoriamo senza scorta armata, dunque il rapporto e la negoziazione con i “signori“ del posto è alla base della nostra sopravvivenza e azione medica umanitaria.

L’esperienza sindacale mi ha aiutato enormemente a condurre trattative che parevano impossibili. L’aggravante sta nel fatto che in queste trattative la controparte è sempre armata e spesso sotto l’effetto di qualche droga.

Come sei approdato in MSF? Ci vuoi presentare questa associazione? Esiste una missione MSF in Italia?

Medici Senza Frontiere nasce nel 1971 tra un gruppo di medici e di giornalisti. Il matrimonio non è casuale, l’idea non è solo di curare la gente a seguito di guerre, ma è anche di denunciare violenze e soprusi che generano la mancanza di rispetto dei diritti umani. Tutto ciò lo si può fare se come MSF siamo testimoni oculari di tali violenze. Questo è fondamentale per parlare sempre con cognizione di causa e senza correre il rischio di diventare tuttologi che partecipano ai vari talk show dando opinioni su tutto.

Oggi MSF è la più grande organizzazione medico umanitaria del mondo, lavoriamo in 70 paesi con 400 progetti. Esiste una sede italiana a Roma e un ufficio a Milano; siamo uno dei 20 paesi con una sede di MSF. Personalmente, dopo aver passato molti anni nel mondo del volontariato in Italia in diversi settori, ho iniziato a fare qualche esperienza estiva usando le ferie per andare in qualche missione, per capire e dare una mano.

Ma ero giunto alla conclusione che non mi bastava più passare dalla missione e “dare una mano“, anche se sempre molto gradita. Cercavo un mio posto, seppur piccolo ma ben definito, dove poter mettere tutto il mio entusiasmo e la mia energia. Non volevo più soltanto vedere le tragedie al telegiornale della sera, desideravo dare il mio contributo. Insomma, avevo deciso di essere l’attore principale della mia vita e non un semplice spettatore. Così, dopo anni e tentativi, per caso sono approdato sul sito di MSF, ho mandato la mia candidature con il mio CV e ho fatto le selezioni. In questo modo è iniziata questa avventura che dura dal 2002.

Se ti rammento Carlo Urbani, dove ti porta la memoria? E il mancato accesso ai farmaci essenziali? E i drammi dimenticati dai media che dilaniano intere aree del pianeta?

Beh, ogni volta che risale alla memoria il nome di Carlo Urbani mi vengono i brividi sulla pelle…

Carlo è stato uno dei primi presidenti di MSF Italia, ma ancor prima era un medico. Carlo è stato colui che in Asia ha scoperto e isolato il virus della SARS, ha mandato a casa la sua famiglia e ha continuato a lavorarci sopra.

Carlo ha pagato tutto questo con la vita perché si è infettato, ma ha salvato migliaia di persone.

Carlo ci ha lasciato una eredità grandissima e prima tra tutte: “Fare questo lavoro con il cuore”. Una tra le sue frasi più celebri è: “Siamo spettatori privilegiati dei drammi che affliggono questo mondo.”

Quando diceva “siamo” intendeva noi di MSF. Con questo voleva dire che non possiamo chiudere gli occhi, o rimanere insensibili e non fare niente. In altre parole, sosteneva quello che ultimamente dice Papa Francesco: “non globalizziamo l’indifferenza”.

La memoria mi riporta anche a due campagne che lo vide protagonista in prima persona.

Carlo fu tra i primi ad intraprendere la battaglia sui farmaci essenziali, sostenendo che le cure di base in Africa come negli altri paesi poveri del mondo dovessero essere alla portata di tutti e non solo di quelli con la possibilità di pagare. Una battaglia di giustizia e dignità che ancora oggi tutti noi di MSF sosteniamo negli angoli più remoti del mondo.

Il medesimo impegno lo sostenne verso le crisi dimenticate, altra grande battaglia che lo vide partecipe. In sostanza, Carlo fu spettatore insieme ad altri di grandissime crisi umanitarie ignorate dai mass media. Anche in questo caso, MSF ha iniziato una campagna per fare in modo che i mass media si interessino di ogni crisi umanitaria, perché il primo passo per uscire da una crisi umanitaria è che se ne parli e il mondo non la ignori.

In quanto tempo devi garantire la tua presenza dalla chiamata di MSF e come funziona la sua macchina organizzativa?

La macchina organizzativa di MSF è complessa ma molto veloce. Dal momento che succede una emergenza, i responsabili delle risorse umane nei cinque centri operativi iniziano a chiamare gli operatori umanitari aventi un profilo che serve a quella determinata emergenza e nel contempo che siano disponibili. Questa chiamata riguarda persone di tutto il mondo che sono nel data base di MSF e che hanno superato le selezioni.

Da lì, secondo la tua disponibilità e gli aerei a disposizione si parte nel giro di 12 – 24 ore, al massimo entro due giorni. E’ il primo gruppo ed apre la missione, poi a seguire vengono inviate tutte le altre persone.

Questo riguarda le emergenze, poi ci sono progetti a medio e lungo termine in cui i tempi sono molto più lunghi perché la gente sul posto si ferma molto di più, anche anni e in questo caso si riesce ad organizzare la partenza parecchi mesi in anticipo.

L’EBOLA

C’è una data che ha segnato il 2014. Il 22 marzo, il Ministero della Salute della Guinea dichiara ufficialmente lo scoppio di una epidemia di Ebola che infuria da diverse settimane. MSF lancia subito l’allarme internazionale e appronta nel giro di pochi giorni tonnellate di materiale necessario per un primo intervento; 24 operatori umanitari partono per predisporre i primi centri di isolamento a Guéckédou e Macenta. Ma nessuno ascolta.

L’OMS non reagisce e si fa viva solo ad aprile per smentire l’allarme di MSF, che invece si rivela determinante per fronteggiare il dilagare dell’epidemia. 700 operatori umanitari internazionali, più di 50 italiani, si avvicendano nei 9 centri predisposti. Nonostante sia una malattia altamente contagiosa e letale, oltre 2.000 persone curate da MSF guariscono.

Soltanto ad agosto i burocrati della sanità mondiale si accorgono dell’ecatombe e dichiarano Ebola “la massima urgenza nel campo della sanità pubblica dei tempi moderni”.

E’ corretta questa breve ricostruzione? Perché questi ritardi? Nessuno ha voluto ascoltare l’Africa? Ed il tuo ruolo quale è stato, in concreto e sul campo?

In effetti questi sono i fatti accaduti, il problema è che si tratta di un copione che si ripete molte volte.

La causa, come dici anche tu, è la burocrazia di queste organizzazioni che fa in modo che non siano reattive e non rispondano al bisogno della gente. La burocrazia ha preso il sopravvento sui bisogni dei beneficiari. Credo questo sia un male che possiamo ritrovare in parecchi apparati pubblici, potrebbe essere paragonato ad una “epidemia”.

I mass media di norma non riportano i problemi dell’Africa e dell’Ebola: importava a nessuno, poi un occidentale è stato infettato… In quel momento hanno pensato che il problema potesse arrivare da noi e così si sono allarmati senza averne ragione, perché non ci sono le condizioni per lo sviluppo di una epidemia portata dall’Africa in occidente.

E’ stata una psicosi di massa, ma senza capire il problema e disporre i mezzi sul campo per farne fronte.

Come detto, per MSF questa è l’epidemia di Ebola più grande della storia. Dunque anche per noi “abituati” a lavorare nelle emergenze è stata (e lo è ancora) una dura sfida. Le epidemie di Ebola fronteggiate negli anni scorsi erano molto più piccole e geograficamente circoscritte.

Oggi abbiamo aperto i centri di trattamento partendo da pochi letti, ma per rispondere alle esigenze riscontrate siamo arrivati ad averne alcuni dimensionati su 200 posti letto. Per un centro di Ebola sono numeri impressionanti, dove tutto deve essere super controllato, con la maggior parte delle attrezzature monouso e incenerite per evitare il contagio.

A me personalmente hanno affidato l’incarico di visitare tutti i centri di Ebola, decidere quali non avrebbero resistito altri nove mesi (e dunque ricostruirli) e prendere tutte le buone idee e le situazioni che non funzionavano per ritornare in Belgio.

Nella sede centrale con un team di specialisti abbiamo riprogettato il nuovo centro di Ebola, prendendo spunto da tutti gli altri ed elevando gli standard di sicurezza per il personale sanitario e per i pazienti, cercando anche di elevare la loro dignità in condizioni difficili di ospedalizzazione.

Il nome Ebola evoca qualcosa di lontano. Mi ha sempre incuriosito la sua etimologia, da dove deriva?

Ebola è il nome di un fiume in Congo dove nel 1976 è stato isolato per la prima volta questo virus.

Endemico tra i pipistrelli giganti, Ebola ha attraversato la barriera di specie colpendo un bambino in Nuova Guinea che, presumibilmente, aveva mangiato frutta caduta a terra dopo essere stata morsa da un pipistrello.

Si sa con certezza l’origine dl questo virus? Cosa significa aver individuato il “paziente zero”?

Paziente zero è il primo paziente che ha contratto il virus, cioè dove tutto è iniziato. In realtà il virus si trasmette dagli animali agli uomini qualora mangino la loro carne. Il pipistrello ha la particolarità di essere un portatore sano, trasmette il virus ma non si ammala. Mentre lo scimpanzé contrae il virus e anche lui stesso si ammala e muore.

Il virus non si trasmette mangiando frutta, anche se morsa da un pipistrello, per ora non ci sono prove su questo. Il virus si trasmette mangiando carne di questi animali, soprattutto se non ben cotta e con liquidi corporei.

angelo tre

Nei tre paesi più colpiti (Liberia, Nuova Guinea e Sierra Leone) la reazione della popolazione è stata violenta. Come era accaduto con l’AIDS, molti hanno accusato i governi di aver seminato il virus per colpire i ceti più disagiati. In alcuni villaggi alcuni volontari che cercavano di informare la popolazione sulla situazione e sui comportamenti da prendere sono stati uccisi in modo brutale.

Come si è agito rispetto quello che potremmo definire un allarme sociale?

Diciamo che all’inizio tutte le condizioni erano avverse, cercherò di elencarle. Come prima cosa i governi hanno aspettato molto per dichiarare lo stato di emergenza dopo la denuncia di MSF. In seguito, le opposizioni politiche hanno strumentalizzato la questione dicendo che Ebola era una invenzione dei governi stessi in accordo con i bianchi, cioè noi di MSF.

Vi è anche da dire che la fonte principale di trasmissione è la “carne di foresta”, ovvero pipistrelli, scimpanzé e una specie di scoiattolo. Sierra Leone, Nuova Guinea e Liberia sono paesi aventi un territorio in prevalenza fittamente forestale e la carne della foresta è molto radicata nella loro cultura, è parte principale della loro alimentazione. E’ come se un italiano non potesse più mangiare un piatto di pasta.

Ultimo problema, ma non per importanza, è l’aspetto religioso. In questi paesi il rito funebre è rappresentato con il lavaggio del corpo e con lo spargimento dell’acqua stessa, in segno che una parte dell’anima del defunto se ne va e una parte resta con i parenti. Ma come già detto, i fluidi corporei trasmettono il virus.

MSF sin dall’inizio dell’epidemia ha denunciato la situazione e le conseguenze che purtroppo ci sarebbero state nel futuro. Per mesi eravamo una voce inascoltata e isolata, abbiamo continuato a informare con i mezzi a nostra disposizione a livello mondiale. Per questo lavoro abbiamo persone specializzate dentro l’organizzazione, che sensibilizzano istanze che nessuno vuole ascoltare. Questo è parte del nostro mandato associativo.

L’ignoranza è un ostacolo alla prevenzione. Costruire la risposta contro l’Ebola è una questione complessa, non pensi sia questo un tassello importante? Ci si è prodigati in qualche modo?

Come detto l’ignoranza unita ad una cattiva informazione hanno determinato uno scenario molto complicato nei primi sei mesi dell’epidemia. Raggiungere i villaggi colpiti e fare della corretta sensibilizzazione in merito al problema è stato difficilissimo.

MSF ha utilizzato specialisti formati da noi stessi chiamati “promotori di salute”, che con pazienza e soprattutto molta tenacia sono riusciti a raggiungere le comunità. Questi health promoter all’inizio venivano accolti con molta ostilità o rifiutati a seguito della propaganda errata prima citata. Ma alla fine si è rivelata la strategia vincente, la corretta informazione è una delle poche armi per fermare il virus.

Quali sono i sintomi e la tempistica della malattia? E la sua evoluzione è sempre infausta oltre che estremamente dolorosa?

Il sintomo principale è la febbre, con dolore alle ossa e vomito o diarrea. Poi ci sono tanti altri sintomi, ma i principali sono questi. Dal momento che si contrae il virus, si raggiunge l’apice della malattia in pochi giorni; il decorso è molto rapido ed è per questo motivo che una trasmissione dell’Ebola con i profughi via mare non potrebbe avvenire, morirebbero prima di sbarcare.

Nelle altre epidemie di Ebola il tasso di mortalità era superiore al 90% ma ora siamo riusciti a scendere al 60%. In effetti è sempre una percentuale altissima, ma tenete conto che si è scesi senza avere un preciso farmaco testato per curare l’epidemia. Moltissimo c’è ancora da fare per salvare le vite umane.

Quando un caso sospetto viene confermato cosa succede? Come ci si organizza? E quando invece ci si trova di fronte a casi disperati?

Se un paziente a seguito del test passa da sospetto a confermato viene trasferito nel reparto “confermati” e gli viene somministrato un antibiotico a largo spettro e costantemente reidratato. Poi i pazienti arrivano al punto critico, apice della malattia.

Chi riesce a superarlo lentamente si avvia alla guarigione, altri peggiorano con fortissimi dolori e alcuni iniziano a delirare perché sembra che nella fase finale il virus tolga l’ossigeno al cervello. Per questo i medici danno antidolorifici e tranquillanti per alleviare i dolori.

In ogni caso è una lotta difficile e quando spesso avviene è anche una brutta morte.

Mi dicevi del rito funebre, durante il quale per tradizione tutti toccano il corpo del morto. A ben pensare anche da noi a volte si hanno consuetudini molto simili. Considerando la gravità della situazione vi è obbligo di cremazione? Essendo altamente trasmissibile, il contagio può avvenire anche per via aerea?

Dal settembre scorso la Liberia ha reso obbligatoria la cremazione. In effetti sarebbe il sistema più sicuro, ma il problema sta ne fatto che culturalmente non è molto accettato dalla popolazione. Anche per questo ci vuole una fortissima azione dei promotori della salute.

Questo virus è altamente letale ma è poco resistente, gli epidemiologi dicono che lasciato su una superficie resiste solo due ore, al confronto altri virus resistono molto di più. Non è trasmissibile per via aerea come l’influenza e il morbillo.

Non esiste un protocollo ufficiale col quale affrontare la malattia, ciò significa che non esiste una cura, quanto meno una terapia specifica. Si va per tentativi. Come mai? E come si interviene? Quanti sono gli spazi logistici separati nel rispetto del cordone sanitario?

Esatto, non esiste niente di tutto ciò perché fino al settembre scorso Ebola non interessava a nessuno e tantomeno alle aziende farmaceutiche, perché non era economicamente vantaggioso. Infatti non era diffusissimo e soprattutto gli ammalati non erano pazienti da aggredire, in quanto non appartenenti ad un area ricca. Sembra che presto ci sarà un vaccino, se fosse così si procederà a vaccinare la popolazione dei tre paesi.

Finora si sono curate le persone con gli strumenti a nostra disposizione, prestando molta attenzione perché di questa malattia fino a non molto tempo fa sapevamo ben poco. Come logistica abbiamo cercato di dare il nostro massimo supporto delimitando le aree di contagio e facendo in modo che sia tagliasse la catena di contagio all’interno del centro di Ebola.

Questo riguarda anche la protezione individuale all’interno dell’area ad alto rischio, il trattamento delle acque chiare da disinfettare con il cloro, delle acque scure per evitare il contagio e anche la distruzione di tutti i rifiuti tramite inceneritore. Insomma, è un lavoro imponente, complicato e costosissimo.

Alcuni definiscono Ebola la “morte gialla”, per via del colore delle tute protettive.  La vestizione/svestizione è un fatto collettivo e dura molti minuti. Come si sta dentro quella tuta ingombrante e un poco strana?

Le prime volte ci vuole anche mezzora per vestirsi, poi ci si prende confidenza. La vestizione è come un rito, va fatta con la massima attenzione, neanche un millimetro di pelle può stare scoperto. Ci sono diversi controlli prima di entrare per vedere se tutto va bene.

La tuta gialla è la separazione tra la vita e la morte, come diceva un mio amico “si danza con la morte”. La sensazione provata mentre si è nella zona ad alto rischio è strana, difficile da spiegare e penso che ognuno la viva in modo diverso. In ogni caso è vietato qualsiasi contatto con i pazienti: li si tocca con due paia di guanti.

Allora si è sviluppato quello che in MSF si chiama l’Ebola Spirit, cioè riuscire a trasmettere il massimo del calore umano e della vicinanza ai pazienti con l’unica parte del corpo scoperta che sono gli occhi, anch’essi protetti da una specie di occhiale protettivo.

L’uscita dopo la vestizione, anch’essa da compiere con un preciso protocollo, avviene tirando un lungo respiro di sollievo. Durante l’ora o l’ora e mezza che si sta all’interno della zona ad alto rischio si perdono circa uno o due chili corporei, dunque all’uscita si è tutti lavati, la tuta gialla non traspira. E dunque si deve bere un litro e mezzo di acqua.

Le persone che guariscono sviluppano una sorta di immunità. Cosa succede psicologicamente a coloro che hanno visto la morte in faccia? Veramente cambiano volto e comportamento?

Ciò che dici è tutto vero. Si chiamano “sopravvissuti”, spesso vengono assunti dai nostri centri per occuparsi dei bambini o di chi non riesce a bere da solo.

Hai avuto paura qualche volta?

La paura è parte della nostra vita, in realtà ha anche una componente buona, tiene alta la tensione e dunque l’attenzione. Non si deve cadere nel panico, se lo si ha è meglio andare a casa.

In realtà una sera ho avuto tanta paura. Ero arrivato in un nostro centro dove pochi giorni prima quattro nostri colleghi si erano infettati, tre dello staff locale e un medico europeo. Il giorno di arrivo due infermieri locali morirono.

Quella sera, andando a fare la doccia, scoprii di avere tante macchie sul mio corpo. In questi dodici anni in giro per il mondo mi sono sempre ammalato, ma questa era una cosa diversa, sapevo che ogni piccolo segno poteva essere pericoloso. Pur mantenendo la calma, quella notte mi passò tutta la vita davanti, la mia compagna, mio figlio, una moltitudine di episodi e di persone.

Il giorno seguente, il medico mi disse che erano macchie derivanti da un fungo che si forma usando la tuta gialla.

Mantieni i contatti con quelle zone? Com’è oggi la situazione in Africa occidentale?

No, io non tengo rapporti con i progetti, non l’ho mai fatto in questi anni per non creare confusione a chi viene dopo di me. In quei luoghi la situazione sembra in lento miglioramento, ma con l’Ebola non si è mai sicuri.

A Conacry, capitale della Guinea, per tre volte il centro di Ebola è rimasto senza pazienti e si stava pensando di chiuderlo: la settimana dopo erano ricoverate più di 150 pazienti. Anche dal punto di vista epidemiologico si sa poco sulla propagazione del virus.

La rivista Time ha dedicato la copertina dell’anno agli “Ebola Fighters”. E’ un giusto riconoscimento a tante persone che rischiano la vita per il prossimo, ma l’attenzione ad un singolo evento non dura all’infinito e non è detto che la caduta della stessa significhi la fine dell’emergenza.

Se le strutture africane sono arretrate e carenti, anche le azioni delle organizzazioni umanitarie potrebbero non essere sostenibili così intensamente per lungo tempo.

A tuo parere, è più prevedibile uno scenario che veda l’arresto dell’epidemia in tempi brevi, oppure un allargamento della stessa oltre il raggio attuale con conseguenze finora poco immaginabili?

Onestamente è difficile fare una previsione per il motivo che citavo sopra, l’esperienza su questo virus è limitata. La cosa certa è che per fortuna ora l’informazione e la prevenzione sono a pieno regime nei tre paesi.

Come detto, si spera che nei prossimi mesi inizi una campagna di vaccinazione e questo dovrebbe essere un gran passo in avanti. Di certo l’impegno di MSF rimarrà al massimo livello, negli ultimi mesi si è riusciti a coinvolgere altre organizzazioni mediche a cooperare nella lotta contro l’Ebola. Auguriamoci di riuscire a debellare il virus nel corso del 2015.

PRESENTE E FUTURO

Abbiamo detto che questa non è una epidemia come le altre, ma che anche l’Africa non è un continente come gli altri. I mezzi di cui dispone per fronteggiare ogni tipo di emergenza, anche la più piccola, sono scarsi. L’Africa è vulnerabile e l’immaginario dell’uomo occidentale fa il resto: lasciamo che seppellisca i suoi morti e restiamone fuori, per quanto possibile. Questo atteggiamento “pilatesco” di norma vale in ogni situazione, dalle catastrofi naturali a quelle causate dall’uomo, dalle epidemie alle carestie, dalle guerre ai genocidi.

Però la coscienza dell’Africa favorirà una positiva evoluzione del continente, oppure le sue politiche, le sue culture, le sue religioni saranno un freno a ciò? L’Africa non è un soggetto alla pari sulla scena internazionale, il business planetario la farà da padrone ancora una volta?

Il discorso sul futuro dell’Africa basato su diversi scenari geopolitici prenderebbe parecchie giornate, di certo è che oltre ai percorsi culturali e religiosi che gli africani devono percorrere (certamente non facili e veloci) l’influenza di molti stati e la presenza di grosse aziende e colossi finanziari, che in Africa da sempre fanno sporchi affari, rallentano e in molti casi annullano lo sviluppo di quel continente.

Chi frequenta regolarmente quella terra meravigliosa ha però l’impressione che il business planetario dominerà ancora, perché il potere del denaro è immenso.

In una intervista di pochi giorni fa, alla domanda sulla sua vita da nomade, un illustre scienziato italiano ha risposto in questo modo: “Girare il mondo è bello, peccato però che dall’Italia escano menti preziose. Ma arrivano in barca giovani africani, fra loro ce ne sono sicuramente di brillanti per rimpiazzarle.

Quando penso al “mondo di mezzo” e a “mafia capitale”, ove ci si arricchiva anche speculando sui profughi disperati, intascandosi i finanziamenti a loro dedicati, oso pensare come soluzione alla “pena capitale”! Quali pensieri ti sovvengono pensando all’immigrazione, ai clandestini e al traffico odierno di vite umane?

L’Immigrazione è un tema molto attuale, sicuramente molte persone che delinquono in Italia sono straniere, ma d’altro canto le persone che arrivano sulle nostre coste in questo momento fuggono dai loro paesi in guerra. Inoltre non dimentichiamoci che noi italiani siamo stati tra i primi emigranti nel mondo. Al di fuori dell’Italia c’è un’altra Italia come numero di persone.

Pensando all’accaduto della tua collega bolognese cui dicevamo all’inizio, ciò che hai provato al rientro in Italia non lascia spazio a pensieri proprio positivi. Cosa puoi dire in proposito? Li ritieni atteggiamenti istintivi o sono riflessi condizionati?

Diciamo che pur rimanendo sorpreso dalla reazione della gente, soprattutto le prime volte, non ho portato rancore e ci ho dormito la notte. Da un lato pensavo ad una reazione normale di fronte a qualcosa che la gente non conosce, da un lato ancora una volta sono rimasto sorpreso e sconcertato da come la televisione abbia una grossa influenza a tratti totale sulla gente.

Pochi approfondiscono le notizie che sentono alla televisione e seppur tutti si dichiarino liberi di pensare quello che vogliono in realtà fanno proprie le psicosi che la televisione comunica. Tutto ciò è molto triste.

Ogni tanto penso che abbiamo più paura per noi che per loro. Anche nel caso dell’Ebola. Nel mio cassetto, al lavoro, conservo un flaconcino antibatterico regalatomi tempo fa, quando l’isteria collettiva del dopo 11 settembre aveva partorito il timore che saremmo tutti morti di antrace recapitataci per via postale.

Oggi alcuni temono un potenziale attacco terroristico islamico perpetrato con il virus dell’Ebola introdotto nel corpo di untori kamikaze a spasso per le capitali dell’occidente e votati al sacrifico supremo. E’ tecnicamente possibile?

Diciamo che siamo entrati tecnicamente nell’era dove la realtà supera la fantasia. Detto questo, nel mio piccolo cerco di non vivere con una sorta di paura costante nell’approccio della vita e delle cose. E’ naturale ci si pensi, ma dovremmo sforzarci di accettare le varie sfide, sempre con attenzione e non superficialità.

I recenti episodi di Parigi hanno quasi superato la domanda precedente. Io penso che la libertà di pensiero sia il valore più grande, ma personalmente intendo libertà come responsabilità e non come licenza di fare ciò che si vuole. Ma sono questioni talmente complesse e frammentate che non si possono ridurre in poche parole. In ogni caso credo non si debbano giustificare episodi di intolleranza, verso i quali si deve porre rimedio.

Ci sono però anche notizie positive, come la liberazione di Greta e Vanessa, sicuramente qualcosa di emozionante e assolutamente non scontato. Pur essendo cosa diversa dalla vostra competenza e professionalità, anche loro volontariamente hanno cercato di soccorrere i bisognosi, identificati nei bambini siriani da aiutare nel loro paese martoriato. Quali pensieri ti ha suscitato il loro ritorno a casa?

So bene di che si tratta quando si parla di fondamentalisti musulmani. Sommando il tempo di varie missioni ho trascorso più di due anni in paesi fondamentalisti. Detto ciò, penso tu riassuma bene il concetto di libertà. Il fondamentalismo, a qualsiasi religione appartenga, è un gravissimo male e va fermato. Per un fondamentalista se pensi sei un individuo pericoloso, lui combatte la coscienza individuale degli altri, le idee e la critica non sono ammesse. Dunque ogni atto di violenza riconducibile al fondamentalismo, in questo caso musulmano, va ripudiato.

Ma per onor del vero, personalmente penso che prima di tutto dovrebbe esserci il rispetto e in questo caso della religione altrui e di qualsiasi idea o credo altrui. Dunque mi dissocio dalle vignette satiriche che vogliono essere espressione di libertà. Mi spiace vedere affrontare il gravissimo problema del fondamentalismo islamico dalla parte meno opportuna se non errata.

Per quanto riguarda la liberazione delle due ragazze, Vanessa e Greta, sono stato moltissimo contento. Sì, so cosa vuol dire, anche noi abbiamo avuto cinque colleghi sequestrati in Siria per cinque mesi. Sicuramente missioni in paesi così complessi e pericolosi vanno affrontate con una certa esperienza e con una organizzazione solida alle spalle che ti supporta durante la permanenza in caso di problemi, che non sono mai di poco conto. Decisamente non in maniera autonoma e senza cognizione di dove si va ad operare.

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LE MOTIVAZIONI

Max Frisch, grande saggista svizzero, soleva dire che “Il tempo non ci cambia, soltanto ci dispiega”. Quante missioni ti hanno visto protagonista?

Ricordo per esempio che sei stato in Niger, un paese non in guerra ma tra i meno sviluppati al mondo; in Indonesia per lo tsunami (sono già passati 10 anni) ove l‘eccesso di donazioni lo avevate dirottato verso calamità che fanno meno audience; in Somalia, che hai definito come il massimo luogo della disperazione e del nulla; ad Haiti (e sono 5 anni) altro buco nero del mondo ove il terremoto distrusse quel poco che c’era; a Gaza.

Cosa puoi dirci in proposito? Trovi analogie oppure ogni intervento fa storia a sé?

In verità non tengo il conto delle missioni. Nel CV di Medici senza frontiere sono segnate, ma lo aggiorno una volta ogni due anni. Diciamo che le emergenze si possono catalogare in macro gruppi: guerre, post guerre, calamità naturali, carestie, epidemie. Poi ci sono altri macro gruppi legati a fattori culturali e/o geografici (Asia, medio oriente e Africa) e religiosi (popolazioni musulmane oppure cristiane o fondamentaliste).

Detto questo ogni emergenza è una storia a sé, con le sue problematiche, la sua gente, le storie di persone che si incontrano e, per un periodo della tua vita anche se breve, diventano parte della tua famiglia.

Alle tragedie ci si abitua, oppure è sempre come se fosse la prima volta? C’è spazio per i sentimenti? Riesci a dimenticare o qualche episodio rimane per sempre?

Alle tragedie non ci si abitua mai, ma con il tempo si deve imparare come affrontarle. Mi spiego: se si parte si deve andare con la convinzione e determinazione di poter essere di aiuto, dunque bisogna saper educare i propri sentimenti.

E’ come simbolicamente mettere un impermeabile sulla pelle, per non essere troppo coinvolto emotivamente e poter essere d’aiuto. E’ un po’ la forma mentale del chirurgo durante una operazione, concentrato su quello che fa, perché dal suo operato dipende la vita del paziente.

Certamente ci devono essere spazi per i sentimenti, sono il valore aggiunto indispensabile, ma al contempo non deve mancare una professionalità anche in situazioni particolarmente dolorose per poter apportare energia laddove la popolazione locale l’ha persa. La sprovvedutezza non è ammessa, perché l’imprevisto può sempre accadere.

Rimangono molti ricordi di molte situazioni e alcune quando meno te lo aspetti riaffiorano periodicamente. Specialmente le più dolorose. Ma questo fa parte della nostra vita e del nostro destino. E forse ci aiutano anche a non assopirci in questo mondo.

Sei di origine italiana, europea. Il tuo lavoro ti permette di interagire con persone e situazioni senza alcun confine e limite di etnia e territorio. Come ci si sente e come si è percepiti?

All’interno dei team di MSF ci sono persone provenienti da tutte le parti del mondo. Il bello è vedere dopo un po’ che l’amicizia supera le differenze di nazionalità o religione.

Quando ritorni “nel nostro mondo”, ove la tua famiglia ti attende, sei in pienezza di te stesso? E, viceversa, quando vai “nell’altro mondo”, cosa ti manca?

Sono le due parti della stessa vita. Quando sono di là del mondo mi manca la mia famiglia, quando sono di qua mi mancano cose dell’altra parte.

Con Roberta e altri amici sei “complice” anche in “Poilon”, una onlus che contribuisce alla trivellazione in Kenia del deserto del Turcana, alla ricerca di acqua per i villaggi locali. Ci parli un poco anche di questo progetto?

Questo è il nostro piccolo hobby. Quando abbiamo iniziato a collaborare con MSF ci siamo accorti che c’erano piccoli progetti che rimanevano fuori dai grandi giri di finanziamenti. C’erano persone, spesso missionari religiosi, che vivevano da decenni in quelle zone e avevano bellissime idee e progetti, con grande riconoscimento del territorio e delle persone.

Così abbiamo pensato di fondare una piccola onlus che permettesse a questi missionari di realizzare progetti in favore della popolazione.

Attualmente sosteniamo la trivellazione di pozzi nel deserto del Turkana in Kenia, sosteniamo un ospedale pediatrico in Sud Sudan, l’unico della regione, sempre in Sudan sosteniamo un gruppo di ammalati di Aids che fa attività agricole e di pescicoltura in ultimo manteniamo un asilo in Guinea Bissau. Nel corso di questi dieci anni abbiamo sostenuto progetti e persone che incontravamo direttamente nelle varie missioni.

Chi fosse interessato può visitare il sito www.poilon.it

Tornando allo scienziato (Carlo Rovelli) e alla sua intervista, vorrei proporti un’altra riflessione, andando verso la conclusione di questo incontro arricchente.

Rispondendo a domande sull’esistenza di Dio e sulla diffidenza per la scienza di una parte della cultura contemporanea, risponde così: “Sono convintamente e serenamente ateo. (…) In Italia la diffidenza è certamente più accentuata che altrove. (…) Come dice il Vangelo di Matteo, nessuno può servire due padroni: o la Verità è rivelata, oppure la cerchiamo attraverso la nostra ignoranza, con la limitatezza della nostra ragione.” 

Parimenti, Dionigi Tettamanzi arcivescovo emerito ambrosiano, nel costituire il “Fondo Famiglia Lavoro” disse che “La vera solidarietà non è una concessione a chi è nel bisogno, bensì la realizzazione più piena e umanizzante della giustizia.

Quali sono le motivazioni che ti impegnano in tutte queste attività?

Sono quasi 30 anni che penso alle motivazioni e nel corso di questi anni sono andato via via modificandole e rielaborandole, sempre partendo dal denominatore comune iniziale, un forte desiderio di andare verso gli altri.

Fondamentalmente mi reputo molto fortunato e potrei sintetizzare così il pensiero, forse in maniera un poco semplice ma credo chiara: è come passare dal bar e qualcuno ha già pagato il caffè per noi e noi torneremo al bar per pagare un caffè per qualcun altro, probabilmente che non conosceremo e preferibilmente senza farlo sapere…

Cosa intendo dire in questo nostro momento storico al di la della crisi? Che noi viviamo bene, nel passato c’è stata gente che ha fatto grandi cose per noi e parecchi hanno dato anche la vita perché noi vivessimo così ora. Credo non sia più il caso di parlare di solidarietà o carità, qui si tratta di giustizia sociale. Qualcuno ha fatto molto per noi e noi ora dobbiamo fare qualcosa per gli altri. Solo in questo modo il mondo andrà avanti, almeno credo!

Io penso che Papa Francesco sia il primo pontefice a non voler vedere il discorso sulla Chiesa “ridotto” alla sua persona. Anche perché era il desiderio inattuato del Cardinal Martini, altro grande Gesuita. Ne sono convinto ogni volta che viene “tirato in ballo” da chiunque, gratuitamente o per interessi anche personali.

Molti lo paragonano a papa Giovanni, a me ricorda un poco sia un papa recentemente beatificato, che nelle sue preoccupazioni aveva sempre la salvaguardia delle fede in purezza e la difesa della vita umana, sia l’altro papa della mia gioventù, rimasto al soglio pontificio solo 33 giorni che disse: “Dio è papà, più ancora è madre.

Certo il carisma di Papa Francesco è alto e accogliente, il suo magistero arriva al cuore, ogni suo pensiero ed azione sono sempre indirizzati ad immedesimarsi nel prossimo. Però visitando il mondo anche in luoghi non certo tranquilli, questo “Pastore di anime” mette sempre a suo modo il dito nella piaga, tra cui scelgo il “Dio non sia mai strumentalizzato”.

Tornando al desiderio papale (a mio parere) di non voler ridurre a se stesso il discorso sulla Chiesa, permettimi un audace parallelismo: di MSF conosciamo la storia, ma non conosciamo le persone. E se vi è qualche eccezione, non si smentisce questa consuetudine.

E’ una vostra scelta, come se diceste “fatti e non parole, olio di gomito e non lustrini”, in un’epoca ove apparire e personalizzare sono diventate ossessioni mediatiche? Non hai mai pensato di raccogliere in un libro le testimonianze e le riflessioni  di tutte queste esperienze di vita, tue e di altri tuoi amici?

No, non l’ho mai pensato e probabilmente un libro non lo farò mai, non ne sono capace. Come hai sintetizzato bene tu, nonostante molti problemi, di MSF mi è sempre piaciuto il concetto di non avere un capo carismatico bensì un’idea, un sogno, se vuoi l’utopia di dare dignità a tutte le persone che non ce l’hanno perché sono vittime di guerre, carestie e calamità naturali. Queste idee, questi sogni sono trasversali nel tempo.

Dunque come MSF crediamo nell’informazione e nei mass media, li utilizziamo per far conoscere situazioni che altrimenti rimarrebbero sconosciute. Non siamo ossessionati dalla presenza mediatica e non abbiamo testimonial come calciatori e attori. Siamo convinti che debbano essere i fatti a parlare e non i personaggi da televisione.

Caro Angelo, come sai fa più rumore un albero quando cade, di una foresta che lentamente cresce. Secondo me, fai parte di quella grande moltitudine di uomini e donne, laici e religiosi, che in qualunque parte del mondo, anche in Italia, hanno deciso di ridare dignità alle persone.

Quando penso a ciò mi sovviene sempre una piccola esperienza vissuta nella Casa pra Niños discapacitados di Betlemme, una casa che custodisce bambini gravemente handicappati ove ho conosciuto Abuna Mario, sacerdote italiano, che dirige la piccola comunità cristiana ALDILA’ del muro.

Ci raccontava con una tenacia contagiosa molte sue esperienze di vita e contemporaneamente ci invitava a vedere nei corpi dei bimbi deformi il verbo incarnato di  Gesù Bambino. E sosteneva che c’è più dignità in chi pulisce per tutta la vita il sedere a una persona bisognosa che in tanti altri dediti a lavori più roboanti. Non ci parlava di eroicità ma di santità.

Perché (cito testualmente) “Sto imparando che nella vita bisogna andare ALDILA’ delle cose che ci possono sembrare ovvie, bisogna andare ALDILA’ dei pregiudizi, bisogna andare oltre le differenze e le divisioni e questo ci permetterà di comportarci da persone umane nei confronti dell’altro, nei confronti del diverso da noi!

Ma di per sé le parole sono vuote e vanno riempite di senso. E nella società dell’io, ove non si è amici ma complici (Luigi Ciotti parla di coabitazione tra individui legata, se va bene, da interessi) qualcuno vi riesce, altri meno.

A te le conclusioni, che conclusioni non sono.

Che pensiero profondo mi hai regalato. Grazie!

In altre parole anche noi cerchiamo di andare ALDILA, con il nostro SENZA FRONTIERE. E’ proprio così, penso siano modi diversi per esprimere lo stesso concetto.

Credo che anche in questo momento di crisi sia arrivato il momento per ognuno di noi di fare qualcosa di più, se non il doppio, per questo concetto di GIUSTIZIA SOCIALE. In qualsiasi parte del mondo essa si trovi, a Como, a Milano o dall’altra parte del pianeta. Solo così miglioreremo noi stessi ed avremo un mondo migliore.

Grazie a voi per avermi letto fin qui, sempre meno la gente vuole sentire queste cose.

Un abbraccio a tutti. E buona vita.

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