Alessandria e la Memoria: dai progetti didattici ai viaggi di studio nei Lager

Gianpiero Armano

depAnche quest’anno, nonostante le ristrettezze finanziarie che condizionano la vita degli enti pubblici e il drastico ridimensionamento dell’Amministrazione Provinciale, è stato possibile attuare il progetto di conoscenza e di riflessione che prepara gli studenti delle classi 4^ e 5^ degli istituti superiori al “Giorno della Memoria”.

La Presidenza della Provincia, con l’aiuto di qualche sponsorizzazione, ha voluto continuare la proposta formativa per le scuole che si realizza ormai da anni. L’argomento scelto per il 2015 è “il Lager di Ravensbrück: una storia di donne nell’universo concentrazionario”. Non mi soffermo su questo argomento, poiché verrà trattato più avanti su Appunti Alessandrini con ulteriori interventi, ma vorrei considerare questo tipo di iniziativa nell’ambito delle proposte che in questi anni si sono realizzate nella regione Piemonte.

Forse non tutti sanno che la Provincia di Alessandria ha cominciato a proporre da diversi anni alle scuole superiori iniziative di riflessione e viaggi di studio nei Lager nazisti, investendo energie e risorse, iniziative non solo meritevoli sotto il profilo etico, ma anche di particolare importanza nel panorama nazionale.

In effetti non furono molte le province che negli anni passati organizzavano pubblicamente iniziative del genere, coinvolgendo le scuole, anche perché in Italia la memoria collettiva della deportazione e tanto meno dello sterminio, ha stentato a decollare. Peraltro,la storiografia, così come la politica e la scuola, non si sono preoccupate molto di prestare attenzione negli anni passati al drammatico problema.

Negli anni ’70, però, in Piemonte partì un progetto di divulgazione e di sensibilizzazione sui Lager e si incominciò a promuovere viaggi di gruppo nei campi di concentramento e nei Lager. Infatti, nel 1976, su iniziativa del Consiglio Regionale del Piemonte, venne approvata una legge specifica con l’obiettivo di incentivare e finanziare i programmi del “Comitato per l’affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana”. In questi programmi si faceva riferimento esplicito alle attività da promuovere presso i giovani e le scuole anche mediante l’organizzazione di viaggi ai Lager (allora venivano chiamati “pellegrinaggi ai campi di sterminio nazisti”).

La decisione della Regione piemontese da allora divenne in Italia una delle più attive ed efficaci nell’organizzazione di raccolte di documenti scritti ed orali sulla deportazione e nello stimolare opere di ricerca e di divulgazione sull’argomento.

Se ciò avvenne è perchè il Piemonte poteva vantare radici politiche antifasciste e antinaziste storicamente precedenti a quelle di altre parti d’Italia. La storia insegna infatti che la deportazione politica fu il risultato della forte repressione nazista, non solo nei confronti dei militari italiani considerati disertori dopo l’8 settembre 1943, ma anche e soprattutto nei confronti del movimento partigiano ed operaio.

Proprio la mobilitazione degli operai torinesi divenne il primo nucleo di resistenza in quanto segnò l’uscita dalla clandestinità dell’antifascismo e dei comunisti: dalla FIAT di Torino nel marzo del 1943 il movimento iniziò con una forte identità politica e si dimostrò più solido e compatto rispetto a quelli di altre regioni.

Oltre a questa caratteristica, occorre dire che il Piemonte fu la seconda regione per numero dei deportati, dopo il Lazio ed escludendo il Friuli e parte della Venezia Giulia controllate direttamente dai tedeschi. Per quanto riguarda la deportazione degli ebrei, Torino e Cuneo furono le province più colpite, ma anche Alessandria non fu da meno con i suoi 150 ebrei deportati.

C’è ancora un terzo elemento distintivo: in Piemonte vivevano da secoli alcune importanti comunità ebraiche, attive e partecipi alla vita sociale, culturale e politica del territorio. Una comunità quella piemontese che, in Primo Levi, trovava un esponente di primo piano e riconosciuto da tutti come autorevole per raccontare la storia delle emarginazioni e della deportazione sotto il nazifascismo.

Tale realtà piemontese aveva creato un terreno particolarmente favorevole per sensibilizzare le istituzioni pubbliche – enti locali, ANED, Associazione ex-Deportati, Istituti Storici, scuole – verso le tematiche della deportazione e dell’antifascismo, promuovendo un atteggiamento attivo e propositivo nel realizzare iniziative in favore degli eventi riguardanti la memoria. E così iniziarono progetti rivolti alle scuole con queste motivazioni ideologiche:

– visitare Lager e campi di sterminio come crimine estremo commesso dall’uomo, ma soprattutto come invenzione specifica del nazismo e non un prodotto casuale della guerra;

– ribadire i valori fondamentali della Costituzione, quali la democrazia, la libertà, la pace nel ricordo delle numerose vittime dei Lager;

– riaffermare il significato della resistenza alla dittatura nazifascista vissuta dagli antifascisti e dai partigiani;

– raccogliere, per ricordare, le storie orali della popolazione durante il conflitto al fine di sviluppare la ricerca storiografica della deportazione politica e razziale nel territorio piemontese.

Ecco perchè anche la Provincia di Alessandria, se pur con qualche anno di ritardo, fu coinvolta nell’organizzare progetti di conoscenza e viaggi di studio per alimentare la memoria nei giovani studenti. E si cercò, per non banalizzare l’iniziativa, di non parlare genericamente di deportazione o di Shoah o di Auschwitz, ma si cercò di affrontare le diverse tematiche che sono emerse nella vita concentrazionaria. Anche le visite ai vari campi o ai Lager per gli studenti ebbero lo scopo di far conoscere una parte di storia spesso poco spiegata e studiata, di rievocare gli orrori commessi, troppo a lungo taciuti o genericamente camuffati come “violenze di guerra”, di richiamare la loro attenzione sulla memoria come monito per il presente e per il futuro.

Tutto questo è servito a smuovere l’inerzia iniziale delle scuole e di parte degli insegnanti che, dal silenzio e dalla passività, hanno incominciato a sentirsi coinvolti ed alcuni sono giunti anche ad un atteggiamento più incisivo dal punto di vista didattico, promuovendo attività di discussione all’interno degli istituti e delle singole classi.

Certamente sono gli insegnanti a rivestire il ruolo principale di educatori e a possedere le competenze didattiche necessarie per colmare le inevitabili lacune di progetti promossi da un ente locale come la Provincia. D’altra parte l’obiettivo di chi propone un progetto di conoscenza e un viaggio ai Lager non deve e non può essere solo quello di trasmettere nozioni, dati, ma di contribuire a rendere gli studenti persone pensanti che sappiano porsi e porre nuove domande sul passato e sulla contemporaneità, sugli e su se stessi.

Vale l’ammonimento di Eli Wiesel “comprendere la Shoah significa prima di tutto capire che qualcosa intorno a noi cambia”: ciò significa che queste iniziative di memoria devono offrire una chiave di lettura della storia e dei comportamenti umani in situazione estreme. La memoria ha senso se al ricordo dei fatti avvenuti si accompagnano interrogativi nuovi. Non si tratta di fare della memoria della deportazione e dello sterminio un culto o una bella sfilata commemorativa, ma un momento di conoscenza e di confronto che permetta di scoprire come si possa arrivare a creare discriminazione, intolleranza, prevaricazione, violenza e morte.

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