Le 3 sinistre, ricordi, e ricorrenti incomprensioni

Carlo Baviera

morSono sempre stato in minoranza, o quasi sempre. E di tanto in tanto me lo ripeto per cercare una spiegazione al fatto che, anche nella situazione odierna, mi senta in minoranza anzi un apolide politico. La minoranza in cui sono cresciuto politicamente e di cui ho condiviso battaglie, impegni, sofferenze, divisioni e riunificazioni era una specie di tridente, come l’attacco a tre punte delle squadre di calcio più temerarie.

Le tre punte erano quelle della DC dell’epoca: Base, Forze Nuove, e Morotei. Sarebbe interessante, se una mano esperta e vivace ne ripercorresse storia, pensiero, proposte, scontri e riappacificazioni; anche quelli a livello locale. Ma questo discorso non è ciò che interessa oggi.

Mi limito ad accennare che, almeno dal mio punto di vista, quelle tre sinistre democristiane (a cui ne va aggiunta una quarta, costituita da coloro che nella DC non entrarono mai e si collocarono subito a fianco delle sinistre, e da coloro che la DC la abbandonarono dopo il Concilio, il ’68, e l’autunno caldo, dando vita ad una storia altrettanto interessante e culturalmente valida) rappresentarono un modo di essere e di proporre le riforme che era positivo, e che riuscì ad essere ascoltato e a di incidere solo con la segreteria di Zaccagnini; perciò tardi e per poco tempo (lasciando a parte il contributo alla Costituente e le riforme Fanfani/La Pira).

La Sinistra di Base (Marcora, Granelli, De Mita, Galloni, Misasi, Sullo) – semplifico al massimo – era impegnata sulla riforma istituzionale oltre che economica e nella costruzione di rapporti politici privilegiati con i socialisti, e poi con i comunisti per svincolarsi e non essere condizionati nell’azione di governo dai moderati e dalle destre; e per “allargare la base democratica dello Stato”, come si affermava allora.

La Sinistra di Forze Nuove era la sinistra sindacale e poi sociale (Donat Cattin, Bodrato, Vittorino Colombo, Sandro e Gianni Fontana, Toros). Quella che sviluppava di più gli aspetti legati ai temi del lavoro, dello sviluppo industriale, della cooperazione, dell’elevazione dei ceti più emarginati.

Mentre il gruppo di personalità (Belci, Elia, Tina Anselmi, Maria Eletta Martini, Morlino, Gui, Mattarella, Zaccagnini) che si rifaceva al pensiero e all’azione di Aldo Moro prestava a sua volta un’attenzione all’evoluzione del Paese, alla tenuta della democrazia di fronte ai rapidi cambiamenti. Non a caso Moro, che era stato il Leader che il centro democristiano aveva sostenuto in alternativa all’esperienza di Fanfani (allora più su posizioni di sinistra sociale), aveva lavorato alla nascita del centro sinistra, e poi, prendendo le distanze dal gruppone doroteo, aveva avviato un suo percorso di attenzione alla protesta studentesca, alle richieste del mondo sindacale e aveva chiesto al proprio partito di non “occupare lo Stato” (quasi sostituendosi alle istituzioni) e di saper essere opposizione a sé stesso: di essere capace a mettersi in discussione e affrontare i cambiamenti politici che facessero ripartire la vita civile, sociale, democratica per non dare argomenti al nascente terrorismo.

Va ricordato, che in Provincia di Alessandria, la sinistra democristiana, inizialmente collegata alla Base, ebbe a metà dei sessanta alcuni esponenti che si avvicinarono a Forze Nuove; questo in parte per la più forte presenza di questa componente a livello regionale, ma anche per l’innesto di giovani che durante gli anni dell’interesse nascente per la partecipazione e nel mezzo della contestazione sessantottina furono maggiormente interessati dalle figure di Donat Cattin e Bodrato. A sostegno di Moro c’era Giovanni Sisto, allora parlamentare, e con lui un gruppo di giovani, soprattutto alessandrini.

Le tre sinistre alessandrine restavano abbastanza unite nelle linee politiche. Tanto che nel Congresso Nazionale del partito, per dare forza al lavoro comune svolto localmente, avevano sostenuto tutte l’on. Sisto e con lui la corrente morotea. E la Segreteria provinciale di Piero Genovese vedeva le tre componenti strettamente unite nel portarne avanti i programmi: quasi non si percepivano le differenze riguardo ai riferimenti nazionali.

Intanto anche a livello nazionale era iniziata una collaborazione maggiore. Si diede vita alla rivista mensile “Il domani d’Italia” che agevolava il confronto e la condivisione di prospettive comuni, ma soprattutto indicava una progetto unitario. Venne poi, a seguire e non a caso, la Segreteria guidata da Benigno Zaccagnini; che ridiede vivacità alla presenza del “biancofiore”, che seppe riacquistare credito nell’elettorato e riempì di significato e di contenuti l’azione democratico cristiana; facendo comprendere a tutti cosa significasse popolarismo nell’Italia di quegli anni, con la trazione delle sinistre del partito, capaci di confrontarsi con il PCI e di evidenziare come si potesse essere riformatori, democratici, socialmente incisivi pur non essendo marxisti, anzi rivendicando la propria specificità solidarista, di giustizia sociale, capace di coinvolgere giovani e mondo femminile da posizioni radicate nella dottrina sociale e nella Costituzione.

Sappiamo tutti come quell’esperienza fu stroncata dalle BR, mano armata anche da interessi internazionali. E anche, con la morte di Moro, il ritorno a posizioni meno concilianti del PCI da una parte, e di parte delle sinistre dc (Donat Cattin) dall’altra. Con la fine della politica del confronto, e il ritorno alla divisione delle tre sinistre: divisione ricorrente, ma poco utile.

In anni più recenti, parti significative di quelle tre sinistre, si sono ritrovate in un disegno di innovazione del Paese, attraverso la costituzione dell’Ulivo e i Governi di Prodi. Anche qui sappiamo come è finita, a volte anche per incomprensioni proprio di rappresentanti di quelle componenti  di provenienza democristiana/popolare. E la prassi a non restare uniti continua.

Si arriva, infine al PD. Un’esperienza che, addirittura, sembrava riassorbire anche coloro che, pur appartenenti al cosiddetto cattolicesimo democratico, non avevano mai fatto parte del partito “ad ispirazione cristiana” o ne erano usciti da decenni. Ma l’incomprensione non si ferma. C’è una componente che resta comunque subito fuori dal PD (sinistra cristiana, personalità singole): si ritiene il nuovo partito un insieme di culture che non risponde alla necessità di incidere in modo incisivo per il cambiamento, con una visione più radicale rispetto alle istanze di vera giustizia.

All’insegna della contaminazione tra le culture fondative del PD, coloro che facevano riferimento al cattolicesimo democratico, si trovarono subito su posizioni diverse; ma questo sarebbe positivo, se la contaminazione fosse avvenuta veramente e in modo positivo. Invece si è limitata a poche situazioni; c’è stato chi ha abbandonato il partito non sentendosi a casa propria; chi provenendo da esperienze socialiste e di sinistra ha teso a riproporre la continuità con la propria storia.

Si arriva così, anche per la necessità di dare risposte innovative, per rispondere con maggiore determinazione alle sfide per uscire dall’empasse in cui il PD sembrava trovarsi dopo le ultime elezioni, all’avvento del renzismo. Ma per le tre sinistre l’eterna divisione sembra riproporsi: una parte è renziana (convinta o per necessità, è lo stesso); una, più ristretta, schierata con la minoranza del partito, è dubbiosa o polemica verso il Segretario; una terza resta fuori dal PD in attesa di capire cosa matura, ed è incerta se dare credito alla nuova fase o se contrastarne le apparenti derive leaderistiche e le scelte economico sociali e istituzionali forse inclini a quelle dell’avversario del ventennio trascorso.

Se si ascoltano o si leggono interventi, proposte, argomentazioni degli esponenti di queste tre “posizioni”, che mi piace definire di <personalismo comunitario e solidale>, non è difficile ritrovarvi lo spirito e gli ideali che servono a imprimere la svolta giusta per l’Italia e per l’Europa e a rianimare la tensione morale e politica che una cultura politica ha saputo costruire per servire il bene comune; però, si resta divisi, e per restare al paragone calcistico, le tre punte cercano il gol personale anziché fare assist ai compagni. E’ un fatto fisiologico, ineluttabile? Ma molti di coloro che in quella cultura si riconoscono restano incerti, come il sottoscritto. Anche per questo può sembrare irrilevante e marginale una presenza che, se espressa in modo maggiormente unitario potrebbe ancora incidere positivamente.

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