Attacco a Francesco: cui prodest?

Agostino Pietrasanta

papMi capita, talora, per comprendere e valutare le cause degli eventi collettivi e particolarmente rilevanti, di ricorrere ai versi della “Medea” di Seneca: “cui prodest scelus, is fecit”, (colui al quale il delitto porta giovamento, questi lo ha commesso); versi tanto famosi che, nella forma abbreviata del “cui prodest” hanno finito per suggerire un proverbio dal trasparente significato.

Mi pare di essere ricorso all’adagio, nei miei interventi sul blog, almeno un’altra volta e, della ripetizione chiedo scusa; tuttavia rileggendo quanto su papa Francesco è stato scritto e ragionato sui vari media, ed anche su “Appunti Alessandrini”, nelle ultime settimane, il proverbio mi torna a fagiolo.

Non c’è dubbio che si sta verificando una diffusa argomentazione di perplessità sul pontificato, mentre è altrettanto indubbio che, ad essa, si contrappone una convinta e motivata reazione di difesa delle scelte del papa; il confronto è arrivato ad un punto di tale rilevanza da fare notizia ben oltre la vita e la presenza, sia pure universale, della Chiesa.

Per quanto mi riguarda ho sempre nutrito una certa moderazione, per non dire dissenso, nel valutare il giudizio di chi vede in ogni argomentazione non condivisa un retropensiero, se non addirittura una consorteria scellerata. Di conseguenza sarei restio a pensare ad un complotto condiviso dalle varie forze tradizionaliste, compattamente schierate contro il papa e le sue scelte. In sostanza se non sembra difficile individuare nella resistenza al cambiamento il coagularsi delle opposizioni a Francesco, mi sembrerebbe più problematico concludere senz’altro per una regia unitaria delle varie componenti del tradizionalismo.

Per semplicità richiamerei tre aspetti delle summentovate componenti, aspetti che non mi sembrerebbero né omologabili, né riducibili o disponibili ad una convergenza unitaria.

Il primo aspetto concerne i conservatori interni alla vita della Chiesa, sul versante della dottrina: si tratta di coloro che, a definizione del papa, per difendere la dottrina, chiudono il sepolcro di Cristo e, aggiungerei io, anche la via del presepe. Costoro sono abbarbicati alle forme ed alle sostanze dottrinali al punto da farne le identità ed il metro della condanna; non passa neppure per la loro mente che la più ovvia e coerente difesa della dottrina sta nella sua applicazione pastorale al massimo delle possibilità che, in definitiva, sono quelle della salvezza universale. Se dovessi essere semplice all’estremo ricorrerei alle indicazioni che Filippo Neri proponeva ai suoi giovani: “state buoni se potete”; una dottrina che mi aiuta e che tengo presente per realizzarne gli effetti con le capacità di cui dispongo. Ricorrerei, tanta è la mia inquietudine nel dire queste cose, anche ad una citazione di don Primo Mazzolari, la “tromba dello Spirito Santo in terra mantovana”: “…noi non siamo buoni, ci sforziamo di esserlo”. Chi sa fare di più, ma sul serio e non solo nelle apparenze, oltre la fede, ha la “virtù” della perfezione (!?).

Io credo, ma ovviamente per opinione personale, che questa categoria di critici, che si sono fatti presenti anche alla vigilia del sinodo sulla famiglia, siano in buona fede: temano sul serio e con retta intenzione che la dottrina corra seri pericoli a fronte della aperture del papa e non pensano ad alcuni aspetti positivi di un’impostazione pastorale dagli effetti evidenti. Pare a me, salvo errore, che al successo del cantante (il papa: absit iniuria) segua finalmente il successo della canzone e cioè un qualche ritorno alla vita di fede che, anche nei cattolici, si era alquanto appannata, nonostante il riconoscimento carismatico riservato ad alcune figure. Non amo le adunate oceaniche, anche se lo spontaneo radunarsi, tutte le domeniche, di parecchie decine di migliaia di persone in piazza S. Pietro, mi colpisce; tuttavia il ritorno ai Sacramenti soprattutto al Sacramento della Riconciliazione, precedentemente in crisi preoccupante, non lo banalizzerei proprio. Peraltro se alla ricerca della misericordia di Dio si risponde con le categorie del tribunale di condanna o con la banalizzazione della fretta e dell’approssimazione, non può stupire che si contrapponga l’abbandono graduale.

Hanno pensato i tradizionalisti “in buona fede” alla rilevanza di certi traguardi pastorali? Giova a costoro, salvo scarsa serenità di giudizio, un’opposizione alle scelte di Francesco?

Passerei ad una seconda fattispecie di oppositori/critici. Si tratta di coloro che vengono definiti “carrieristi” per i quali il presupposto della buona fede diventa almeno più problematico. Il ministero, abbiamo sentito ripetere, è categoria di servizio e non presupposto di potere; può ambire all’autorevolezza, non all’autorità. Eppure qualche problema si è, nel tempo, cristallizzato e negli ultimi decenni, si è corso il rischio della degenerazione. In fondo di cordate si è parlato e, nonostante le dichiarazioni in contrario a fronte di molte nomine è sorto almeno un legittimo sospetto di favoritismi e schieramenti. Il papa sta procedendo con determinazione e, a parte i ripetuti e forti richiami proposti nei discorsi e nelle omelie, le scelte cardinalizie sembrano confermare una linea di svolta decisa. Non si tratta solo di sottolineare che la curia viene a porsi in una situazione appartata e non si tratta forse neppure di rilevare che si irrobustisce l’internazionalità del collegio degli elettori perché in fondo la via dell’universalità mondiale nella nomina dei porporati era stata intrapresa da tempo; si tratta al contrario di criteri di scelta che scardinano le combinazioni legate agli automatismi. Se il concistoro dell’anno passato con la nomina dell’arcivescovo di Perugia e l’esclusione di sedi tradizionalmente cardinalizie, avrebbe potuto costituire un episodio, oggi le stesse esclusioni e la nomina di pastori responsabili di diocesi non legate da alcun automatismo, conferma una regola. Sono tutti avvertiti: l’episcopato è autorità e missione di servizio non di risposta alle vanità o vanaglorie terrene. E tutto questo indipendentemente dalla stima ed il rispetto dovuti, e giustamente, al vescovo di Torino ed al patriarca di Venezia., rispetto e stima meno convinti per chi ha spesso tirato le fila del potere.

Alle corte: non c’è più modo di pensare o di “sperare” alle effimere glorie della carriera; e tutto questo crea non poche reazioni. Certo non dette, ma poste in essere, secondo la ben nota ed ambigua norma che certe cose “non bisogna dirle” dimenticando volentieri che non bisogna farle. Sono in buona fede i “carrieristi”? poiché esistono ragionevoli dubbi, ai summentovati forse un attacco a Francesco non dispiacerebbe e potrebbe essere di loro giovamento.

E vengo all’ultima categoria, la più sospetta, che non riguarda solo la casta clericale e forse neanche solo i “fedeli laici”, ma  coinvolge un po’ la stessa “miseria” dell’umanità. La categoria che si vede colpita negli interessi economici.

Forse mai come in questo caso vale la constatazione che si comincia coi “piccoli furtarelli” con minime deviazioni per giungere alle più squallide corruttele. Mi permetto questa affermazione perché quando il papa ha richiamato, una specifica pecca dell’azione pastorale riguardo alle tariffazioni per le celebrazioni eucaristiche e sacramentali in genere, il borbottio si è fatto rumoroso, anche ai livelli  ecclesiastici “bassi”. Personalmente ho sempre ammirato quei sacerdoti che provvedono alle loro necessità con una professione che non intralcia mai il ministero; tuttavia poiché non sempre è possibile, constato con piacere che parecchi responsabili parrocchiali rinunciano alla questua durante l’Eucarestia. Forse non ci si rende neppure conto di quanto questo favorisca la credibilità della pastorale.

Lasciamo però questi “minimalia”, nonostante il loro impatto sulla mentalità comune e veniamo ai ripetuti scandali finanziari in cui è stata coinvolta direttamente o indirettamente la S Sede; si è arrivati a pubblicare documentazioni inquietanti di connivenza con il riciclaggio di denaro, senza che abbia fatto seguito alcuna smentita da parte dei responsabili. Qui la mano di Francesco, per chiunque voglia vedere, si sta facendo pesante e sarà da vedere quale impatto in materia avranno i criteri di riforma della curia che il papa ha previsto per il concistoro del 12 e 13 febbraio prossimo, alla vigilia delle nomine cardinalizie.

In ogni caso alcune sostituzioni ed alcuni interventi hanno fatto notizia e non potrebbe stupire che molti possano perdere cospicui vantaggi; e, giova ribadire, non solo nel clero e forse non solo in alcuni cattolici. La rete di interesse che, in questi casi si colpisce, va anche al di là degli organismi sottoposti a riforma: la finanza, si sa, tiene sempre agganci internazionali.

In questo caso ovviamente lasciamo fuori nonché in santa pace la buona fede; e individuiamo pure coloro che traggono giovamento dagli attacchi a Francesco.

Peraltro, e per terminare, si sta facendo strada una mentalità che, sia pure gradualmente, mette in crisi la priorità del profitto rispetto alla dignità della persona; e ciò per certi interessi, risulta esiziale. E c’è da stupirsi dell’attacco a Francesco?

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