Immigrazione

Andrea Zoanni

nor(Dopo l’introduzione di Angelo Marinoni, che a dicembre ha aperto con Osservazioni a latere del “Mare  Nostrum”, Ap prosegue riflessione a più voci sul tema dell’immigrazione).

Mentre l’incidente occorso al traghetto italiano Norman Atlantic si tinge sempre più di colori oscuri e nefasti che vanno oltre il guasto che statisticamente accade nel calcolo delle probabilità, emergono di contorno altri viaggi, per così dire regolari, ove si imbarcano persone fuori lista “più o meno” in modo clandestino.

Si staglia dunque un ennesimo capitolo dell’esodo forzato di una moltitudine di persone delle quali se ne perdono in seguito le tracce. Sono i senza volto e i senza nome, esseri viventi ridotti al pari degli animali domestici che periodicamente errano abbandonati per le strade e le campagne d’Italia, umani che utilizzano la piattaforma mediterranea del nostro paese per approdare nel continente europeo.

Bene ha fatto la redazione di Appunti Alessandrini a richiamare l’attenzione su una attualità che non ci può lasciare indifferenti. Vorrei richiamare pertanto nella loro interezza due articoli pubblicati il 4 e il 5 ottobre 2013 da parte di Agostino Pietrasanta (il domenicale: Della vergogna e di possibili applicazioni) e del compianto don Walter Fiocchi (Non clandestini ma migranti, ed è tutta un’altra cosa!) a pochi giorni dalla immane tragedia lampedusana.

Articoli estremamente attuali, forse profetici, che richiamano nella mia mente solo una flebile comprensione di cosa possano aver provato i sommozzatori (e rimarrà per sempre impressa nella loro memoria) calati all’interno del relitto adagiato sul fondale marino, al celarsi avanti i loro occhi una realtà più che spettrale composta da numerosissimi corpi  umani inermi e sospesi, ove la trasparenza dell’acqua ne accentuava la già macabra scena.

Durante questi viaggi, della disperazione e della speranza, penso davvero il tempo si fermi o, meglio, non esista per davvero. Sono vite sospese, in una zona intermedia, tra il prima e il dopo, in attesa di qualcosa che potrebbe non apparire. Ma tra il loro passato e il loro futuro non c’è soltanto un effimero presente, c’è molto di più, perché questo intermezzo diventa un interminabile “durante” tra il prima-certo e il dopo-incerto. Ma le conseguenze sono importanti.

Scrivo così, di getto e non saprei cos’altro fare, di ritorno da un colloquio con un uomo di 49 anni che conobbi brevemente una sera di fine ottobre, quando la gioventù diocesana comasca si ritrovò in un convento francescano per una giornata di riflessione sulle varie declinazioni della parola libertà. Accadde durante la processione serale, preceduta dalla croce di Lampedusa, ovvero due grandi pezzi di legno “incrociati” provenienti da uno di quei barconi naufragati sulle spiagge isolane. Croce che stava peregrinando in molte diocesi italiane.

In verità quell’uomo oggi non l’ho più ritrovato, ma andando in convento ho parlato con un frate che in quei giorni gli stette accanto, toccando con mano ferite dell’anima che qualsiasi essere umano non può non subire di fronte a tali eventi non reversibili. Ciò che ho compreso l’ho ridotto in queste poche righe, ovvero che nel viaggio non si ha nemmeno la forza di pensare; quello che hai fatto potrà avere esito positivo oppure no, ma ormai la scelta, inevitabile, è stata presa.

MI sento impotente, di fronte a questi e anche altri fatti. E’ il destino della gente comune, che poco o nulla può. Ma in questo fine ed inizio anno sono infastidito dai soliti buoni propositi che si rimettono in circolo senza voler dare un senso compiuto. Sì, il senso delle cose che manca, soprattutto quel senso civico, quell’educazione che si è smesso di insegnare.

Mi vengono conati di vomito pensando non tanto agli assenteismi di fine anno quanto a chi li difende cercando scuse, quasi come fosse un nuovo diritto. Perché il problema non è il matto o il ladro ma chi sta col matto e con il ladro. Il tempo e il successo non cambiano l’uomo, lo dispiegano smascherandolo. L’Italia galleggia perché vi sono tante eccellenze senza un quadro di insieme.

Ci industriamo in tanta retorica per scaricarci dalle nostre responsabilità, in discorsi cui non crede più nemmeno chi li ha scritti. Intanto, invece di nutrire gli indigenti ci nutriamo intascando i finanziamenti a loro dedicati. Certi fatti mi ricordano i film di Totò: “A proposito di politica, ci sarebbe qualcosa da mangiare?” Oppure ci alleniamo a criticare senza costruire.

La realtà è che il cambiamento è sempre strisciante, altrimenti sarebbe violento, ma inevitabilmente lentamente avviene. A Capodanno è morto il sociologo Ulrich Beck che nel 1986 teorizzò “La società del rischio, verso una seconda modernità”, in seguito aggiornata rispetto alla globalizzazione, al clima, al terrorismo, alla crisi finanziaria.

A mio parere siamo oltre, c’è una evoluzione, la politica si trova nell’era dello storytelling (arte del racconto retorico) che esiste da sempre, ma nel tempo presente è associato all’esercizio del potere. Solo che gli Stati stanno perdendo la loro sovranità e la globalizzazione neoliberista inizia ad assestare i colpi definitivi. Per cui il politico conosciuto finora resta attaccato allo Stato sovrano, ma esso gli sfugge e la globalizzazione lo ha privato di poteri e di attributi.

La finanza non ha confini, la politica sì e con certi cabarettisti al massimo puoi fare conversazione perché solo in apparenza sono loro i decisori.

Sono “insovrani” esposti al pubblico ludibrio; e lo Stato, desacralizzato, profanato dai media, ridicolizzato dai mercati, è ormai un buco nero che aspira chi lo guida. L’uomo politico è in via di estinzione, ma sparisce sotto gli occhi di tutti al massimo della sua esposizione. E’ la teoria di Christian Salmon.

“La mediasfera, con i sui talk show e i suoi social network, i suoi editoriali e le sue breaking news, la sua drammaturgia, il suo ritmo 24/7, i suoi commentatori, i suoi portavoce, i suoi leader di opinione e i suoi community manager, costituisce il teatro della sovranità perduta. Gli uomini dello STATO INSOVRANO, vi sono convocati non più con la maestà dei sovrani di un tempo, ma come impostori esposti al pubblico ludibrio. Sono costantemente sottoposti a un processo di verifica e a un obbligo di performance. L’insovranità si manifesta fin nelle vicende della loro vita intima… (…)

L’homo politicus che abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli è destinato a scomparire. Cerca la sua strada altrove, alla cieca, in quella zona grigia dove la politica perde i suoi diritti. L’esercizio del potere politico è circondato da sospetti; circostanza che conferisce alla scena politica il suo carattere di farsa felliniana, di commedia degli errori. In realtà, IL RE E’ NUDO, e si vede.” 

Il re è nudo, disse il bambino, ma perché questa chiosa se stiamo ragionando di immigrazione? Prima di tutto perché ogni contesto non fa storia a sé ma è un tutt’uno con altri; poi perché se far politica significa scegliere, bisogna averne la possibilità e soprattutto le persone giuste, che sappiano fare sintesi e non cedano a compromessi al ribasso. Perché se gli equilibri sono importanti, non lo sono fino al punto di impedire o contrastare i cambiamenti positivi. Servono competenze e conoscenza dei problemi. Ecco perché sentendo alcune mediocri proposte per il Colle quasi quasi piacerebbe candidarmi, dopotutto avrei l’età per provarci.

Scherzi a parte, in ordine esclusivamente alfabetico indicherei un trittico formato da Emma Bonino, Luigi Ciotti, Giuseppe Pignatone. Intanto meno male che Mario Draghi si è escluso dall’ingorgo.

Tornando al cuore del discorso, se la precedente teoria ha ragion d’essere, quanto pensate possa interessare la questione dell’immigrazione e della clandestinità, viste le priorità in campo? Lor signori, in quanti e per quanto tempo piangerebbero per la morte di gente anonima? Questo è il punto. Parole, propaganda e meno male che il volontariato ci mette una pezza. Perché ogni persona salvata è una vita spezzata in meno. Ma fino a quando durerà?

****************

Dopo questa lunga premessa, parte integrante del ragionamento, proprio per dare senso vorrei sciorinare alcuni dati.

Secondo l’agenzia ONU per i rifugiati, almeno 3.419 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo da gennaio 2014: la traversata è la più mortale del mondo.

Dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014 l’operazione MARE NOSTRUM ha soccorso 156.362 persone (molti siriani ed eritrei) in 439 operazioni di salvataggio; il 99% dei salvati è stato intercettato in alto mare. Il progetto ha avuto intenti umanitari e militari, concretizzati questi ultimi con la consegna alle forze dell’ordine di 366 scafisti e la cattura di nove navi madre.

Con l’introduzione di TRITON cambia la filosofia dell’intervento, perché ci si limita a controllare le coste e a pattugliare le acque territoriali, venendo meno il monitoraggio in alto mare e contemporaneamente quel lavoro di controllo sanitario svolto a bordo dei mezzi della marina. In pratica si riduce del 65% l’area controllata, con uno stanziamento di 2,8 milioni di euro al mese a fronte dei 9 milioni precedenti. Triton sarà operativa fino a fine gennaio, poi sarà prorogabile.

Il punto è che dopo la chiusura di Mare Nostrum gli sbarchi sono aumentati. Novembre 2013 = 1883 sbarchi; novembre 2014 = 9.134 arrivi, di cui solo 3.810 sottoposti a controllo sanitario. Ciò in quanto un mercantile è obbligato ad intervenire anche se non attrezzato al controllo. Pertanto gli sbarchi continuano e sono più caotici e disordinati. Venendo meno una politica razionale di intervento sono più invisibili, ma in realtà gli ingressi stanno aumentando e il contesto geopolitico in ebollizione, particolare da non trascurare affatto, non lascia prevedere la loro attenuazione.

Aldilà dei numeri, Mare nostrum si è rivelato un cambiamento radicale nella gestione delle migrazioni, nelle parole e nei fatti. Il rischio è che sia stata una parentesi straordinaria, sull’onda emotiva della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 con 366 morti accertati. Ulteriore rischio è che la marina militare rientri nei ranghi per svolgere operazioni molto meno efficaci, almeno fino all’ennesima strage che prima o poi si verificherà. Triton è un’arma spuntata, piaccia o no per governare il fenomeno serve andare oltre i propri limiti delle acque territoriali.

Insomma, dico io, se con Triton abbiamo ridotto la spesa del 70% rispetto a Mare nostrum siamo in linea con la premessa, o no? Ma la colpa è forse dell’Europa? In parte lo potrebbe essere, ma non penso che l’UE si sostituirà all’Italia, perché la gestione dei flussi migratori riguarda gli Stati, perché le regole europee sono chiare, perché rispetto altri paesi noi sottovalutiamo da sempre il problema dell’immigrazione. Se lo si affronta per tempo non c’è un problema immigrazione.

Ricordo come già negli anni ottanta al primo giungere degli immigrati si parlava “dell’orda”  in arrivo (esiste anche un libro) ma come Istituzioni non ci si preparava per fronteggiare  l’immigrazione prevista. Ancora oggi noi abbiamo meno immigrati che i principali paesi europei.

Gli stranieri residenti in Italia sono 5 milioni, più della metà sono donne, il 20% sono i minori e 800.000 sono iscritti alle scuole. Questo dice il rapporto UNAR (ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del Ministero delle Pari opportunità). Se poi piace la statistica, andando su www.tuttitalia.it si trova una miniera preziosa di informazioni analitiche. In Germania gli stranieri residenti sono 10 milioni, nel Regno Unito e in Francia 8 milioni, in Spagna 6 milioni.

Pesco ancora da un ricordo di infanzia, essendo anch’io per metà il prodotto di una immigrazione interna. Se chiudo gli occhi riemerge un quadro ove mio padre “cristonava” con un latifondista sui Castelli Romani, produttore di vino, che si andava a trovare con il pro zio materno anche lui immigrato per volere del regime fascista.

L’oggetto del contendere erano “i polacchi”, ovvero le maestranze che anche secondo il fattore della tenuta agricola (sic!) dovevano dimorare nelle cascine del podere, senza acqua né luce, non avendo a disposizione altra sistemazione logistica per loro. Nonostante mio padre si prodigasse per una migliore sistemazione logistica, la motivazione per negarla era proprio il fatto di essere polacchi!

Una rondine non fa primavera, ovvero da un esempio non si devono trarre conclusioni affrettate. Ma non vorrei rammentare altri episodi, molti dei quali all’ordine della cronaca anche di questi tempi, che ci qualificano all’esterno non proprio come un paese accogliente.

Tornando alla questione madre, siamo di norma impreparati a gestire questo inevitabile fenomeno sociale. 30 milioni di italiani sono emigrati nel mondo (anche il sottoscritto ha famigliari sepolti in Europa, nelle Americhe del nord e del sud, in Africa e mio nonno paterno è nato e vissuto a Baires) e per la sua posizione (8.000 km di coste) il nostro è sempre stato un territorio di incontro tra popoli lontani e diversi tra loro. Inoltre, il Mediterraneo è facilmente navigabile se paragonato ad altri mari.

La questione è sempre la stessa: bisogna stanziare i soldi! Come si dovrebbe fare per tante altre iniziative interessanti che nascono zoppe perché non sono adeguatamente finanziate. E non è vero che i soldi non ci sono, ma per favore non fatemi più dire dove sono e come si possono trovare! Così si pensa a candidarsi per organizzare le Olimpiadi, ma se si viaggia da Fiumicino a Termini col trenino ben si vede come li abbiamo spesi i soldi, nelle incompiute calcistiche di Italia ’90. Perché gli altri Paesi i soldi li hanno stanziati seriamente, sulla base delle loro esigenze da fronteggiare.

Invece noi abbiamo 15.000 posti per l’accoglienza, ma ne avremmo bisogno dieci volte di più. Ciò dimostra l’insensatezza, che richiama il comportamento del latifondista dei Castelli Romani, nel non voler considerare strutturale e non provvisorio questo nuovo e dirompente flusso migratorio. Per cui non basta ripristinare il Mare Nostrum che, ricordo, è stata una operazione umanitaria e militare; serve affrontare il problema in modo più accogliente ma alla radice. Sarebbe come avere una popolazione studentesca numericamente molto superiore ai posti disponibili nelle scuole: nel caso il problema sarebbero forse gli studenti?

Dunque è l’atteggiamento di base che non c’è e che l’Europa ci contesta. Poi vi sono altre questioni che non sono di poco conto. Molte persone fuggono da guerre e persecuzioni. Sono migranti o clandestini? Hanno i requisiti per chiedere diritto di asilo? Non sono risposte semplici come in apparenza potrebbero sembrare. Molti richiedenti asilo non vogliono fermarsi in Italia per le precarie condizioni logistiche che rispecchiano la situazione nazionale.

Noi comunque abbiamo un sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati (SPRAR) che è alimentato dal bilancio statale e dalla comunità europea. Fin qui tutto bene, sulla carta. Perché poi siamo alle solite: se nel settembre 2013 si sono stimate solo 16.000 domande a fronte di 23.000 richieste ed in seguito vanno sommati anche gli arrivi del 2014 creiamo l’emergenza, che non è l’entità prevedibile degli arrivi e delle domande ben inferiori alle medie di certi paesi europei, bensì la scelta politica di stanziare i soldi in maniera limitata.

Atteggiamenti da muro contro muro e furbizie non aiutano, in fondo stiamo parlando di persone e ci vorrebbe un po’ più di responsabilità, invece assistiamo al solito giochino di propaganda politica. Ci vorrebbero soluzioni straordinarie, ma per poterle immaginare servirebbe un continente più unito politicamente. Le elezioni di inizio 2014 e il semestre a conduzione italiana non hanno migliorato la situazione continentale che non riesce nemmeno ad intercettare il momento propizio legato alla debolezza dell’euro e alla diminuzione del costo del petrolio.

La soluzione sarebbe una forte azione continentale, unitaria, integrata, perché ovunque volgiamo lo sguardo vediamo solo terrore e disperazione, salvo piccole eccezioni. Ci vorrebbe un’azione umanitaria e militare che abbracci tutti i confini europei e non solo il mar Mediterraneo, ove non è sufficiente pattugliare le coste delle nazioni entro le acque territoriali.

La risposta è FRONTEX, un sistema che copre tutto il continente compreso lo spazio aereo, però il sistema non è competitivo, in quanto ricalca nello schema d’azione il Triton nazionale, il quale altro non è se non una sua emanazione. Infatti il budget 2014 di Frontex (che non si vuole incrementare nel 2015) è stato inferiore al costo che l’Italia ha sostenuto nello stesso periodo per sostenere Mare nostrum. Dunque qualche ragione molto fondata l’abbiamo pure noi e con l’egoismo degli Stati membri dell’Europa non si va da nessuna parte. O meglio la dovremmo avere, ma pare siamo soddisfatti così (e ritorno sempre alla lunga premessa riguardo i decisori.)

****************

Provo trarre qualche conclusione personale.

Forse non stiamo facendo abbastanza di fronte ad un flusso migratorio modificato, sempre meno di natura economica, sempre più legato a fughe da guerre, conflitti, persecuzioni. La crisi che l’Europa non riesce a vincere riduce l’ingresso di nuovi lavoratori. Nello stesso tempo, gli sbarchi sono però aumentati: 22.000 nel 2007, 37.000 nel 2008, 63.000 nel 2011 (l’anno della primavera araba) 13.000 nel 2012, 43.000 nel 2013, ben 156.000 nel 2014!

Di fronte a questa impennata è superfluo analizzare se sono aumentati o meno i regolari, gli irregolari, i clandestini e il 2015 è iniziato male, navi fantasma solcano il mare nostrum, potrebbe succedere di tutto. Non poteva che essere così, avendo deciso di chiudere l’operazione Mare Nostrum, durata 12 mesi e costata poco più di 100 milioni di Euro. E il ministro Alfano si vanta che li risparmieremo, questi 100 milioni. Son così tanti che una banca di medie dimensioni li potrebbe regalare e a turno tante di loro per ogni anno. Stiamo parlando del nulla, meno di 2 euro a persona!

Sono contrario a certe chiusure perché non reggono e sono antistoriche, ma sono contrario al quel buonismo che potrebbe attirare i delinquenti, facendo passare un messaggio ove in Italia qualunque cosa si può fare e ottenere. Oggi la nostra società è già in parte multiculturale, è sufficiente analizzare la composizione delle classi scolastiche, ove si vede lo specchio del paese proiettato nel futuro. Le nuove generazioni sono già inserite in questo schema.

Alcune analisi stimano che ai 30 milioni di stranieri residenti in Europa ne servano altri 50 entro la metà del secolo. Solo che la maggioranza dei politici non lo dice e ciò diventa un tabù. Allora serve una visione che vada oltre gli slogan e che abbia la capacità di adattare il ragionamento alle realtà in mutazione. Rispetto a noi, non credo che l’immigrato metta in crisi la tenuta economica, sociale e culturale dell’Italia. Sarò ripetitivo, ma gli italiani sono perfettamente in grado di rovinarsi da soli.

Rispetto al tasso di occupazione il dato più recente della Lombardia smentisce il populistico detto di qualche politico di casa che dice “rubano il lavoro agli italiani”. Al contrario, durante una crisi sono proprio gli stranieri a perdere per primi il lavoro come anche gli irregolari, confinati nel lavoro nero al pari di tante persone nostrane.

Se volgo lo sguardo verso destra, devono decidere se vogliono un immigrato temporaneo senza immetterlo nel tessuto nazionale, oppure se attraverso un percorso chiaro e preciso di integrazione può ottenere la cittadinanza italiana. E a decisione presa servono comportamenti coerenti, che significa rigore e rispetto verso i modelli positivi, pragmatismo e manifestazioni verbali non offensive.

Se volgo lo sguardo verso sinistra, devono decidere se continuare a perpetrare l’incondizionato buonismo di maniera pensando di regalare diritti senza una reale presa di coscienza dei doveri, oppure se, attraverso una riflessione mediata, si possono proporre soluzioni progressive rispetto la temporalità dello jus soli e dello jus sanguinis. E a decisione presa non si “sbrocchi” come spesso maestri sono.

Vanno quindi promossi severi controlli all’ingresso e severe azioni contro l’illegalità e verso chi la promuove; vanno “affondati” i trafficanti di esseri umani; di conseguenza vanno riconosciuti culturalmente e socialmente gli immigrati onesti che contribuiscono a migliorare il nostro paese.

Questi problemi non mi sembrano all’ordine del giorno nazionale. Recentemente sono stato in Germania, Francia e Svizzera, lì si percepisce un’attenzione e un approccio più deciso al problema, com’anche in tutte le questioni internazionali. Avendo poi la fortuna di intrattenermi la sera con notiziari esteri, vivendo non lontano dal confine elvetico, ribadisco ancor di più questa differenza di impostazione, di tempo dedicato anche nell’informazione.

In ultimo, ma non per importanza, sarebbe utile aprire una riflessione sulla possibilità di una immigrazione selezionata. Per l’Italia è una utopia? Non arrendiamoci. Certo, se non cambiamo (e non è un processo di breve termine) continueremo ad essere snobbati anche dai disperati. Perché pur essendolo, apprendono subito che il nostro modello sociale è intriso di burocrazia, di assistenzialismo, di rendite di posizione, di corruzione e perché no di scarsa attitudine alla competizione.

In “padania” vi sono aziende con dipendenti a maggioranza straniera, in alcuni ruoli sociali persone di colore si distinguono per la loro serietà e professionalità; alcuni fatti di cronaca, recente e non, narrano di episodi che hanno visto stranieri salvare la vita a cittadini italiani. A parte ciò molta gente è istruita, andrebbe dunque impostato un progetto per favorire l’incrocio di immigrazione qualificata e non solo di manovalanza, anche per scongiurare o limitare al massimo ulteriori forme di assistenzialismo.

Termino, ricordando un incontro organizzato dal sottoscritto il 20 dicembre 2011 con la collaborazione della fraternità francescana di Cermenate (Co) insieme al sindaco del paese, alla CISL, ad un amico di Medici Senza Frontiere e a Gianantonio Stella, “Sul costume degli italiani a 150 anni dall’unità d’Italia”. Parlammo di cittadinanza, perché in un momento storico molto delicato e complesso come quello che stiamo vivendo la parola assume un significato ancora più profondo. Parlammo di accoglienza, che significa in particolare accorciare le distanze tra le diverse culture.

Ci venne in aiuto la testimonianza della vita di Max Frisch, architetto e grande saggista Svizzero, molto attento ai problemi dell’uomo contemporaneo, autore della famosa citazione inerente il periodo della grande emigrazione italiana in terra elvetica: Volevamo braccia, sono arrivati uomini! E’ questo l’auguro che voglio fare, ma non si materializza da solo. Impegniamoci dunque intensamente affinché sia così, facendo tutto il possibile, con vista prospettica superando le comode semplificazioni sulle quali ci adagiamo e prevenendo invasioni che non esistono e contagi virali smentiti dalla realtà.

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4 thoughts on “Immigrazione

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