Socci, Messori e i due Papi

Marco Ciani

PapiPochi giorni fa, da questo blog, Dario Fornaro ha ripreso col consueto stile graffiante l’articolo di Vittorio Messori per il Corriere della Sera “I dubbi sulla svolta di Papa Francesco”, articolo pubblicato, non casualmente, alla vigilia di Natale.

A seguito della sua uscita sul maggior quotidiano nazionale si sono succeduti parecchi commenti, di diverso segno, come è normale che sia quando il personaggio oggetto di critica, seppur in questo caso molto garbata e in punta di penna, è il Sommo Pontefice in carne e ossa.

Personalmente non sono un estimatore di Messori, del quale candidamente confesso di non aver mai acquistato alcun libro. Ammetto, altrettanto sommessamente, che la cifra intellettuale espressa dal giornalista e scrittore mi interessa poco. Ho letto qualche suo articolo e l’ho talvolta ascoltato in televisione, ricavandone la sensazione di trovarmi di fronte ad uno di quei classici convertiti che, nati in ambiente anti/clericale, a folgorazione avvenuta, perdono la compagnia dei propri apparati critici; un po’ come spesso succede, nella situazione opposta, ai presbiteri che gettano la tonaca alle ortiche.

Per farsene un’idea basti sapere che tra le opere dell’intellettuale, modenese di nascita e torinese di adozione, figura un saggio, “Il miracolo”, che vorrebbe testimoniare la vicenda di un contadino spagnolo, tale Miguel Juan Pellicer, al quale, per effetto di un intervento soprannaturale, sarebbe ricomparsa una gamba amputata due anni e mezzo prima. Per quanto mi riguarda, è già sufficiente così.

Ma tornando invece ad argomenti più seri, quello che, a mio modo di vedere, Messori ed altri stanno realizzando, compresi molti esponenti dell’alto clero, fino a lambire le più alte gerarchie, loro malgrado, è una delle più formidabili ed efficaci opere di dissacrazione della figura pontificia mai realizzate.

Andiamo però con ordine. E’ indubbio che da un po’ di tempo a questa parte, per quanto il Vicario di Cristo in carica possa godere di doti comunicative e di carisma (qui inteso in senso laico), non riveste più quel carattere di ieraticità del quale era ammantato solo fino a pochi decenni or sono.

In questo non vi è nulla di eccezionale. Tutte le figure di vertice, compresi i leader mondiali, seguono la stessa sorte. Basti pensare alla inviolabilità sacrale di cui godevano teste coronate, presidenti della repubblica, primi ministri e via discorrendo di ogni latitudine e di come invece oggi, siano anch’essi soggetti alla critica ed al giudizio, non sempre equanime, dell’opinione pubblica.

Non di rado, ascesa, esaltazione e caduta, si susseguono in tempi brevi, secondo una parabola piuttosto corta. Ma questo fa parte della secolarizzazione dei costumi, non solo religiosi; della diffusione dell’istruzione e della conoscenza che tendenzialmente irrobustiscono (anche se non sempre) le capacità di giudizio delle masse; dell’impatto dei media, in particolare della televisione, ma ormai anche di internet, dei social-network, etc. che tanto facilmente riescono a mitizzare, ma al contempo anche a smitizzare, figure un tempo considerate inviolabili.

Tanto per fare un esempio riferito a questi giorni, nel Regno Unito va in scena un piece teatrale dal titolo ‘Truth, Lies, Diana’ (Verità, bugie e Diana), basata placidamente sul presupposto che, Harry, il secondogenito di Carlo d’Inghilterra, erede al trono britannico, non sarebbe figlio di cotanto padre, ma di un più modesto maggiore di cavalleria, tale James Hewitt, che ebbe un’ardente storia d’amore con la principessa Diana. Chiaro che un’eventualità del genere sarebbe stata semplicemente impensabile fino a pochi decenni or sono (mi riferisco alla rappresentazione artistica della vicenda, e non alla vicenda in sé e per sé, invero piuttosto comune, da sempre, nelle corti e nei palazzi del potere).

Ma non basta tutto ciò a spiegare quanto sta accadendo.

Ci sono certamente altri due fattori molto importanti e più recenti. Di Benedetto XVI si può pensare tutto il bene o il male possibile, e in effetti le sue caratteristiche si prestano ad una polarizzazione del consenso pro o contro, ma anche in questo caso è del tutto indiscutibile (ovvero papale, papale per restare in argomento) che la sua decisione di abdicare in vita, consentendo così la coesistenza di due pontefici, di cui uno regnante e l’altro emerito, di per sé costituisce un elemento rivoluzionario nella storia della Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Tra l’altro va, a mio modo di vedere, sottolineato come quello compiuto da Joseph Aloisius Ratzinger sia un passo non solamente sostanziale, ma anche inequivocabilmente “formale”. E che a farlo sia stato chi, a torto o ragione, veniva considerato alfiere della conservazione in ambito ecclesiale è piuttosto emblematico (in realtà, a mio parere, la figura di Benedetto andrà riletta in futuro, con maggior serenità di giudizio, perché presenta tratti di complessità e di ricchezza non riducibili allo schema banale conservatore/riformista).

Vorrei però si ponesse bene l’attenzione sull’importanza dell’elemento formale. Si è spesso portati ad attribuire molta più importanza agli aspetti simbolici. Penso anche qui ad un esempio. Quando a Papa Francesco, l’anno scorso, di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù in Brasile, venne richiesto cosa ne pensasse di alcune questioni riguardanti gli omosessuali, egli rispose: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?».

Il problema di messaggi, pur di grande apertura, come quello sopra riportato è che, con tutta la buona volontà che vi si può scorgere, non risultano sufficienti, di per sé, a segnare un passo in avanti definitivo da parte della Chiesa. Una tale risposta infatti non è proprio del tutto impensabile nella bocca di pontefici più tradizionali. Il non giudicare rientra tra i comandamenti evangelici. Perfino Gesù si astenne dal condannare la donna adultera, pur invitandola, in conclusione, a non peccare più.

Atti pubblici e solenni, invece, implicano conseguenze giuridiche o dottrinali precise, non interpretabili, non ambigue, e soprattutto non sono più reversibili a meno di voler rinunciare, per quanto riguarda la Chiesa, alla presunta linearità del proprio magistero (quella che ancora nell’eniclica Caritas in Veritate veniva richiamata come “fedeltà dinamica”). Cioè a meno di scofessarsi.

Ciò premesso, risponde tuttavia al vero che Francesco stia assestado qualche ulteriore “picconata” alla tradizione papista, adottando uno stile di vita più sobrio ed umile (forse dovremmo dire “francescano”, per l’appunto). Anche facendosi appellare spesso e volentieri, come nel giorno della sua elezione, col titolo di “Vescovo di Roma”, quasi a volersi mettere alla pari degli altri vescovi e non al di sopra di essi.

Ma ciò che più è paradossale è che lo stile e le posizioni di apertura su temi finora tabù per la Chiesa, da parte di Bergoglio, il suo confrontarsi con i principali alfieri dell’anticlericalismo e del laicismo, come Scalfari o Pannella, il fatto di non sottolineare in modo ossessivo l’importanza dei tante volte ribaditi, nel recente passato, “valori non/negoziabili” (vita, famiglia, educazione), crea evidente sconcerto tra i cattolici più tradizionalisti.

Per costoro, abituati ad un mondo semplice fatto di “Verità” certe ed assolute, di antinomie tipo buono/cattivo, giusto/sbagliato, santo/peccaminoso, etc., l’apparente relativismo di Papa Francesco mette in crisi, o perlomeno espone a dura prova, certezze consolidate ritenute incrollabili.

Si tratta di un riflesso comprensibile da parte di chi è abituato a fondare la propria esistenza sulla fede solida, cieca, priva di dubbi, che però mal si combina con la complessità e il continuo rimettere in discussione le convinzioni che il liquido mondo attuale inevitabilmente impone. La fede, come l’amore e la fiducia non dovrebbero mai essere ciechi, ma vigili, perché altrimenti espongono ad approcci radicali e integralisti nefasti. E ad errori clamorosi, i cui esempi riempiono la storia dell’umanità. Il vaglio della critica, della ragione, della realtà dei fatti, del buon senso, insomma, sono a mio parere sempre necessari.

E tuttavia, nel tentativo di proteggersi da una dinamica che non possono sopportare, gli alfieri del papismo d’antan, per una sorta di eterogenesi dei fini, amplificano la tendenza che vorrebbero contrastare. Un po’ come chi sta con il cappio intorno al collo: più si agita nel tentativo di sfuggire al proprio destino, più la corda stringe.

Nella concezione tradizionalista, la figura del Sommo Pontefice è essenziale. Non si può infatti immaginare un  cattolicesimo conservatore che muova dalla messa in discussione del Papa regnante, senza danneggiare la causa per la quale ci si vorrebbe battere.

Non così per un Papa defunto. Vi sono esempi eclatanti nella Chiesa, come il Sinodo Cadaverico che nel gennaio dell’897 processò, post-mortem, Papa Formoso per sacrilegio (ma nel frattempo era stato eletto un nuovo pontefice) con tanto di mummia del deceduto riesumata dal sepolcro, vestita con i sacri paramenti, e collocata su un trono nella sala del concilio per “assistere” alla celebrazione delle udienze, ed inevitabile esito finale nefasto, non tanto per il poveretto che era già passato a miglior vita, quanto per le sue spoglie mortali che vennero oltraggiate in modo orrendo. Da lì in avanti, Papa Formoso sarà ri/abilitato e ri/condannato più volte.

Tornado ai giorni nostri, il massimo della veemenza fin qui esercitata contro Papa Bergoglio è stato il tentativo da parte di Antonio Socci, giornalista ciellino che va per la minore, di far passare la tesi di un Concilio, l’ultimo in questo caso, che non avrebbe validamente proceduto all’elezione di Francesco. E’ la tesi contenuta nel suo libro “Non è Francesco”, spesso ripreso da quotidiani come il Giornale e Libero, evidentemente in difficoltà a causa del nuovo corso “liberal” intrapreso dal Vaticano. E con continue lamentele di censure operate ad hoc.

La trovata, dal punto di vista commerciale, è notevole, ma la tesi sostenuta è risibile per vari motivi. Primo perché come sono andate realmente le cose non è dato sapere visto che gli unici per i quali la questione è nota direttamente sono i cardinali che hanno partecipato al Conclave, i quali presumibilmente non vorranno incappare nella scomunica prevista in caso di inosservanza del segreto sull’elezione. Non entro nel merito delle procedure previste, perché vi sono autorevoli esperti che hanno già spiegato perché anche i dubbi procedurali proposti da Socci nel suo testo, anche qualora fossero fondati, non risulterebbero tali da inficiare l’invalidità dell’elezione. Tra l’altro gli stessi cardinali, il Papa emerito e, in sostanza, l’intera Chiesa riconoscono in Francesco, volenti o nolenti, il pontefice regnante. Ciò rende la posizione di Socci simile a quella di certi pennuti che non ritenendo di accettare una realtà sgradevole, ripongono il proprio capo sotto la rena. Oltretutto, se Socci avesse ragione, si prefigurerebbe uno scenario veramente caotico, con una Chiesa virtualmente acefala, retta da un Papa riconosciuto sì da tutti (tranne che da Socci), ma che in realtà non è il vero pontefice, con tutte le conseguenze del caso, anche sulla validità delle decisioni prese dalla Chiesa. Compresa l’elezione dei futuri Vescovi di Roma. La successione al Soglio di Pietro andrebbe a farsi benedire, è proprio il caso di dirlo, con buona pace per lo Spirito Santo.

In conclusione, questi soggetti si trovano oggi in un bel rompicapo: essere al contempo papisti e avversi al Papa in carica. Come uscirne? Credo esistano solo tre modi.

Il primo e più banale, è quello di rassegnarsi e attendere che passi ‘a nuttata, sperando che Francesco non faccia troppi “danni”, sopratutto in tema di dottrina. In tal caso, il massimo che potranno immaginare, è spargere ogni tanto un po’ di veleno dove capita per contrassegnare il proprio disappunto, in modo non dissimile da quanto educatamente fatto da Messori con il suo ultimo articolo. O in modo assai più sgradevole da Socci col suo libro.

La seconda possibilità è che costoro, registrando l’impossibilità di arrestare il corso degli eventi, se ne vadano, un po’ sulla scia di quanto già posto in atto a suo tempo da Monsignor Marcel Lefebvre e la  sua Fraternità dedicata a San Pio X. Malgrado di questi si sia fatto un gran parlare (perfino troppo, considerata la limitata importanza), si tratta pur sempre di quattro gatti, non tali da modificare la storia della Chiesa.

Defezioni più diffuse, che a quel punto si configurerebbero come un vero e proprio scisma, non credo siano alle porte. Anche il coraggioso Papa Francesco dovrà trovare un compromesso con i conservatori moderati sui temi veramente spinosi che presto torneranno ad agitare le acque della Barca di Gesù, quando, ad esempio, si riprenderà a parlare di riammissione all’Eucarestia dei divorziati risposati o della posizione degli omosessuali dentro la Chiesa, cioè con il Sinodo Generale sulla Famiglia del 2015. Anche se spero che, come si usa dire in questi casi, la montagna non partorisca il topolino, il che minerebbe, almeno secondo i criteri secolari, la credibilità della gerarchia ecclesiastica e del suo vertice.

Ultima possibilità. Non si può escludere del tutto che qualcuno, visto l’impasse, si decida alle vie brevi. La riapparizione di Ali Agca l’altro giorno a Piazza San Pietro, ha destato una certa inquietudine. Speriamo di non rivedere immagini come quelle che il 13 maggio 1981 tennero incollate per ore le persone alla televisione. Ovviamente, non con i medesimi attori. Il timore però c’è. E, sempre a mio modo di vedere, non completamente infondato. Non penso, in questo caso ai biliosi ma tutto sommato innocui Socci o Messori. I due simpatici giornalisti non sono il problema, ma solo una spia visibile del problema. Che va ben oltre la loro modesta portata. E che sta tutto o quasi al riparo da occhi e orecchie indiscrete. Penso ad altro. Il tempo stringe ed il rischio che con la XIV Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi sul tema “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, che si riunirà dal 4 al 25 ottobre 2015, il nuovo pontificato segni per la prima volta in modo formale e dottrinalmente (non solo pastoralmente) rilevante un punto di non ritorno, si fa concreto e plausibile.

In ogni caso, quale sia la conclusione, la dissacrazione della figura pontificia dalla quale siamo partiti non è, credo, un processo invertibile. Ciò obbligherà la Chiesa ad altri cambiamenti. Con quali effetti è però difficile immaginarlo a priori.

Ai tempi di Giovanni Paolo II si usava dire che “il cantante piaceva, la canzone meno”. Era un modo per significare che il forte prestigio ed il fascino del Papa polacco oscuravano e nascondevano alla vista dei più le magagne della Chiesa. Il mio personale augurio è che invece torni al centro la “canzone” o, fuor di metafora, il messaggio evangelico, un pensiero universale (cioè cattolico) per tutti gli uomini, anche non cristiani, la cui portata rivoluzionaria potrebbe essere paradossalmente ri/attualizzata dai “segni di contraddizione” – scandalo e stoltezza per alcuni, germi di speranza per altri – ai quali il pontificato attuale ci sta abituando.

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2 thoughts on “Socci, Messori e i due Papi

  1. C’è una quarta possibilità: che – morto Benedetto XVI – anche Bergoglio rinunci al pontificato. L’ha fatto indirettamente intendere in una intervista nel volo di ritorno in non so più quale viaggio.

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