Periferie e crocicchi

Carlo Baviera

bpLa liturgia di qualche settimana fa proponeva una parabola di Gesù, che raccontava di un invito rivolto da un Re ad un banchetto di nozze. Spiegava, la parabola, che il Re a seguito del rifiuto degli invitati inviò i suoi servi: “andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”.

Mi è subito venuta in mente l’espressione ormai famosa di Papa Francesco che parla di <periferie> per indicare il posto dove incontrare le persone, dove ascoltarle e fare loro l’annuncio. Qui si parla di <crocicchi>; ma il termine, pur se diverso, (nelle nostre realtà cittadine a volte i crocicchi sono molto affollati, mentre le periferie possono dare il senso dell’abbandono e del deserto), significa da un punto di vista religioso la identica sostanza: gli ambienti dove è possibile cercare e trovare persone a cui dire l’amore del Padre.

Un amico, commentando quel brano, diceva: “Il Re, dopo una reazione durissima, di fronte al rifiuto e all’omicidio riservato ai suoi inviati da parte degli invitati, al contempo apre la festa a tutti coloro, buoni e cattivi precisa il testo, disponibili a partecipare al suo banchetto, disponibili ad accogliere il suo invito alla vita buona raffigurata da un banchetto ricco di vivande. E noi da che parte stiamo?”

Io non mi soffermo sull’insegnamento che deriva dalla parabola, la quale continua parlando della predisposizione (la veste bianca) che dobbiamo avere per entrare nel Regno di Dio (il pranzo); desidero invece soffermarmi sui crocicchi e sulle periferie.

Crocicchi e periferie sono da sempre i luoghi in cui il Signore Gesù ci chiede di essere presenti; “vi precede in Galilea, là lo vedrete”. Galilea come terra di confine, di commercio, di incroci tra etnie, religioni, culture diverse. Galilea come una periferia; Galilea come un crocicchio. Perciò l’impegno costante è saper raggiungere la nostra Galilea in cui incontrare il Cristo Risorto e dare testimonianza. Un impegno personale, ma soprattutto per le nostre comunità.

Queste, ancora negli anni ottanta, si potevano permettere di restare in attesa delle persone, che arrivavano in Parrocchia per chiede e ricevere i Sacramenti, per frequentare catechismi e oratorio, per incontrare altre persone nelle occasioni più diverse, processioni, pellegrinaggi, gite parrocchiali, feste, sfide di calcio, momenti di pietà popolare come le novene, ecc.

Oggi le nostre Chiese e i nostri Oratori, in genere, sono molto meno frequentati. La società è cambiata; i punti di incontro (e di gioco, per i ragazzi) non sono più gli oratori. Perciò, anche senza la sollecitazione pontificia, ne deriva che per incontrare persone, per parlargli, bisogna uscire, andare nei crocicchi, nelle periferie: soprattutto quelli esistenziali. Si debbono frequentare di più gli ambienti di vita delle persone, là dove ci si diverte, si lavora, si studia, si compra, ecc.

La cosa importante è, però, capire quale tipo di <mensa>, che <pranzo di nozze> siamo in grado di preparare e offrire, come comunità parrocchiali o associative. Non basta incrociare le persone, farci loro vicini, condividere le “gioie, speranze, tristezze e angosce”; è necessario invitarli ad “un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati”. Cioè dobbiamo avere proposte, iniziative, parole, attività che siano coinvolgenti, che facciano sentire in famiglia, che diano il senso della comunità e della festa; a volte anche dell’impegno  intenso, difficile, incompreso, ma gratificante.

So che sono parole facili da dire; più difficili metterle in pratica. Perché sono pochi i giovani e le giovani famiglie ad essere presenti e disponibili; molti sono anziani o adulti maturi, stanchi e ripetitivi nelle attività che si continuano solo per abitudine. Non è una critica ai pochi che continuano ad impegnarsi con dedizione e fatica. Ci vuole, però, inventiva, capacità di cercare strade nuove per la pastorale e l’evangelizzazione che si opera in una realtà nuova, pluralista, e anche sociologicamente non più incentrata sul campanile, anzi a volte molto distante da esso.

In conclusione, mi sembra che l’invito ad andare per le strade, a camminare al fianco dei nostri concittadini sia fondamentale (anche perché la vita di fede è un cammino, mai un restare fermo), ma contemporaneamente questo andare deve legarsi al saper invitare al banchetto. E anche il banchetto che le comunità credenti desiderano offrire non può essere “la solita minestra” (liturgie, catechesi, e opere di carità come sempre si è fatto) ma essere “cibi succulenti e vini raffinati” ossia liturgie partecipate e gioiose, catechesi come percorsi arricchenti e confronti di discernimento con la Parola, una carità che vada oltre la beneficenza e l’assistenzialismo. Su questo punto molti passi si sono già fatti. Basti pensare ai tanti missionari laici e giovani che dedicano settimane o mesi della loro vita in Paesi dove la povertà è ancora padrona; all’educazione alla mondialità e alla giustizia che non pochi ambienti ecclesiali svolgono, indirizzando i giovani ad un volontariato ambientale e civile notevole ed esemplare; al servizio civile nel quale anche ragazze si sono cimentate, portando aiuto e testimonianza in case di riposo, in centri di assistenza, in scuole, in centri di recupero.

E tutti questi esempi aiutano a formare un tessuto di solidarietà e di forte legame con i più deboli che è un alto servizio di carità e di civismo democratico.

Cionondimeno “la forma più alta di carità” come la definì il Beato Paolo VI, resta l’impegno politico messo a servizio del bene comune. Voglio dire che anche le nostre comunità credenti devono tornare a formare e spingere all’impegno politico. So che di questi tempi è molto impopolare questa affermazione; si dovrebbe invitare i giovani a tenersene alla larga, a dedicarsi a cose più “pulite” e più utili. Invece di “buona  politica” c’è ancora bisogno. E’ il livello successivo al volontariato, per passare dalle solidarietà “corte” (quelle di vicinanza alle persone e al sostegno nell’affrontare i problemi quotidiani) alle solidarietà “lunghe” (quelle di tentare di risolvere i problemi strutturali, di modificare mentalità, abitudini, leggi inutili).

Anche questo impegno ci porta a raggiungere crocicchi e periferie; non solo per portare sollievo, ma soprattutto per creare le condizioni per abbattere i pesi che gravano sulle persone, per modificare situazioni di ingiustizia.

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