Prossima fermata: centro

Angelo Marinoni

pilrNon è mai piacevole rendersi conto dell’arretratezza culturale dell’Italia, di come una delle culle della civiltà sia ridotta, in troppe occasioni, a periferica e provinciale realtà, dove il provincialismo non assume l’alto valore di realtà rurale, di civiltà non approssimata a quel mondo metropolitano in molte occasioni ben poco civile, ma a quell’ambiente gretto e arido di progetti, schiavo più che vittima della sua miopia, che gli impedisce di andare un pochino oltre a piccoli interessi di piccoli cortili. In un mondo caotico e insostenibile è prioritario che tutti gli ambiti del mondo della produzione e dell’amministrazione, pubblica e privata, vadano cercando la sostenibilità economica passando per la sostenibilità ambientale, cerchino, quindi, tutte le strade che abbiano come orizzonte il Bene Comune, quella cosa che ai miei tempi veniva spiegata a Catechismo e nell’ora di Educazione Civica mentre oggi non rientra nell’alveo delle cose documentabili.

Non sono i manuali di urbanistica, né le riflessioni di professionisti e intellettuali a validare la tesi per cui una qualunque città debba avere come priorità un trasporto pubblico che consenta contemporaneamente sostenibilità ambientale, qualità del vivere urbano e sostenibilità economica intesa come possibilità di sopportare socialmente il costo di un servizio in grado di soddisfare tutte le esigenze di mobilità: pendolarismo, turismo, mobilità occasionale.

Si badi bene che tutte quelle politiche volte esclusivamente alla tutela della mobilità pendolare sono pericolose: è riconosciuto nei numeri che la mobilità pendolare, pur importante, costituisce circa un terzo della domanda di mobilità di una società normalmente evoluta, quindi, ridurre i servizi limitandosi ad accontentare la mobilità pendolare significa perdere il 65% della domanda che per ovvie ragioni si rivolge a sistemi di mobilità economicamente e ambientalmente insostenibili.

Lo spunto di questo intervento mi è stato dato da una intervista che mi ha lasciato allibito in vari punti, ma in particolare quando alla domanda sul “che fare?” relativo al rilancio economico della città di Alessandria l’intervistato ha parlato solo ed esclusivamente di parcheggi secondo un sillogismo agghiacciante per cui parcheggiare davanti a un negozio in pieno centro significhi acquisti per il negozio stesso. Anni di pedonalizzazioni nelle società evolute di cui sopra hanno ampiamente dimostrato il contrario, ma il nostro provincialismo non demorde e le attività produttive invece di chiedere un centro cittadino vivibile che ne esalti le ben nascoste (dalla trascuratezza e dal caos urbano) caratteristiche architettoniche si ostinano a chiedere quanto ha praticamente distrutto la qualità urbana.

Aree pedonali e zone a traffico molto limitato ampie significano qualità del vivere urbano, tutela del patrimonio architettonico e culturale e opportunità economica per le realtà commerciali che insistono su quelle zone: le vetrine si guardano passeggiando sereni, non strisciandosi fra gli specchietti delle auto in sosta (spesso irregolare) cercando di non farsi investire dal fiume di veicoli alla ricerca di un posto o dalle motorette che fanno lo slalom fra le auto in coda; le aree commerciali si frequentano se consentono di osservare, guardarsi intorno, fermarsi distrattamente in un locale a consumare qualcosa, scoprire che quel negozio con quelle cose cosi’ carine è in un palazzo liberty molto bello cui non si aveva mai fatto caso.

La prima obiezione alle restrizioni del traffico veicolare privato viene da tutte quelle persone che ribattono: “io lavoro e non ho tempo da perdere!”; in questa fattispecie entra in gioco il ruolo del trasporto pubblico che, se efficiente e funzionale, il tempo all’affaccendato professionista o allo sfaccendato frettoloso di turno non lo fa perdere, ma guadagnare.

Le risorse per attuare un piano di trasporto pubblico efficiente in Alessandria non sono così enormi e bisogna considerare che qualunque politica di limitazione alla libertà privata ora sarebbe una limitazione alla mobilità e basta, non essendoci, di fatto, un sistema di trasporto pubblico ma un servizio minimo che fa da ammortizzatore sociale a chi vi lavora dentro.

I punti chiave sono poche linee frequenti e percorsi ciclabili sicuri, non ultimo parcheggi di interscambio e non parcheggi diffusi nel centro cittadino, le linee di trasporto pubblico devono attraversare il centro storico passando per i parcheggi di interscambio e provenendo dai quartieri periferici con percorsi semplici, il tutto con una politica tariffaria integrata con il trasporto provinciale e il sistema ferroviario regionale che presenta molti ambiti di integrazione con il servizio automobilistico: basti pensare a Spinetta Marengo e San Giuliano Piemonte sulle cui relazioni dovrebbe valere una unica tariffa e un unico biglietto costruendo gli orari in modo da non accavallare le corse automobilistiche e quelle ferroviarie.

La limitazione del traffico privato diventa indispensabile non solo per ovvie ragioni ambientali, sanitarie, di sicurezza e di vivibilità urbana, ma anche perché funzionale a un sistema di mobilità pubblica efficiente, unico in grado di soddisfare sostenibilmente una domanda di mobilità destinata ad aumentare.

E’ la vivibilità urbana il motore stesso dell’economica locale: una città che si lascia vivere senza stress trattiene le sue energie e le sue risorse che consolidano l’intero sistema economico locale, se poi la città comincia a farsi scoprire interessante può attrarre altre risorse e fare il salto di qualità trasformando il provincialismo deteriore in un modo di vivere la provincia in senso lato che sta facendo il successo delle piccole e medie città dell’Europa socialmente evoluta e quel successo passa in maniera inequivocabile attraverso l’ampliamento delle aree pedonali e a traffico limitato con un forte e coraggioso sviluppo del trasporto pubblico (anche con investimenti infrastrutturali di lungo periodo) e delle aree ciclabili.

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