Papa Francesco e la diplomazia della trasparenza

Domenicale Agostino Pietrasanta

cuamL’avrei titolato la “diplomazia della verità”, ma non voglio enfatizzare. In realtà ci sono vari registri per instaurare un rapporto diplomatico, ma per la chiarezza, mi limito a richiamarne i due più semplici. C’è un criterio diplomatico in cui i due interlocutori espongono e contrappongono le proprie richieste, già sapendo che dovranno tener presente la via di mezzo, il traguardo di “metà strada”; poi, il più forte, il più astuto o il più caparbio porrà l’asticella più vicino alla propria proposta rispetto a quella dell’avversario interlocutore. Si tratta appunto della diplomazia della forza e dell’astuzia.

A mio parere però c’è un secondo criterio, quello della verità e della trasparenza. Ricorro ad un esempio, per farmi capire. In un passaggio della sua vicenda diplomatica a Parigi, Angelo Giuseppe Roncalli, che ovviamente non era ancora Giovanni XXIII, si sentì chiedere dal generale De Gaulle di dimissionare 35 (trentacinque) vescovi di Francia, poco meno della metà dell’episcopato della nazione perché, a suo dire, avevano collaborato con le autorità di occupazione nazista (collaborazionisti). Ho sempre nutrito il dubbio che il generale avesse ben preciso, nella sua prospettiva, il traguardo della metà più qualcosa: magari il “siluramento” di una ventina di prelati; in fondo, un “bonaccione” come Roncalli non poteva competere certo con la lucida fermezza d’un navigato generale. Rimase letteralmente in mutande, perché Roncalli non negò nulla, espresse invece apertamente, confessandolo, il proprio imbarazzo sicuro (affermò) che sarebbe stato ben capito dal suo antagonista, dal momento che si trovava in analoga situazione coi prefetti di Francia. Si espresse con un garbo ed una gentilezza tanto “innocenti” che De Gaulle, uomo accorto, nonostante le sue originali idee di democrazia, capì l’antifona ed alla fine i vescovi rimossi furono tre. Si tratta come si vede della diplomazia della trasparenza: le carte in tavola, alla pari e senza reticenze o “furbate”

In fondo la diplomazia della Chiesa nei suoi papi, a cavallo dei due millenni, è stata appunto la seconda perché, di fronte al mondo ha richiamato la verità sull’uomo e sui suoi diritti; una diplomazia capace di parlare ai popoli a livello mondo, prima ancora che ai singoli stati/nazione ed alle loro istituzioni formali.

Qualcuno ricorderà che, ancora durante i conclavi del 1978, da cui alla fine venne eletto Giovanni Paolo II, parecchi media sostenevano la necessità di un papa italiano perché più capace di sensibilità universalistiche, non condizionate da pregiudizi nazionalistici. I fatti misero in luce che proprio un rappresentante di una nazione radicata come la Polonia sarebbe stato in grado di farsi leader carismatico mondiale; sarà perché il nazionalismo polacco si rafforza del messaggio universale del Cristianesimo, sarà per la sensibilità cospicua che Wojtyla esprimeva in campo di diritti umani, ma il risultato fu straordinario tanto che contribuì, per comune riconoscimento, alla caduta del muro più minaccioso imposto dal comunismo. La diplomazia dei diritti fece risultato dove nessuna scomunica o decreto del S. Ufficio aveva potuto.

Dirò anche, per evitare che qualcuno me lo ricordi a rimbeccata, che mentre Giovanni Paolo II agiva sulle scene mondiali con un carisma straordinario la curia ne combinava delle sue; dirò anche che nel frattempo venivano alla luce le “sporcizie” denunciate dal card. Ratzinger prima di diventare Benedetto XVI, ma per intanto la diplomazia della verità si stava imponendo.

Ed ora la conclusione. Pochi giorni fa sono ripresi i rapporti fra USA e Cuba, dopo più di cinquant’anni di “muro”; sono ripresi dopo un intervento di papa Francesco che ha scritto una lettera personale ai leader dei due paesi. Va detto tuttavia che nulla nasce come Minerva armata dal capo di Giove. Da sempre la Chiesa ha espresso un giudizio del tutto contrario all’embargo nei confronto di Cuba, affermando che si venivano a favorire soltanto le chiusure nazionalistiche dell’isola. Non solo: si trattava di un comportamento lesivo dei diritti delle popolazioni, perché soprattutto i più deboli fra la popolazione cubana venivano a soffrire della decisione, tanto improvvida quanto dannosa.

Una diplomazia della verità, di cui ora si colgono i frutti.

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