L’imprevedibile deriva del populismo

Domenicale Agostino Pietrasanta

popGianni Baget Bozzo, nei primi anni del secondo dopo/guerra, mentre si preparavano gli accordi sul patto atlantico e si delineava un progetto europeo, scrisse un articolo su “Cronache sociali”, la rivista del gruppo politico fondato da Giuseppe Dossetti. L’irrequieto quanto ideologicamente mobile personaggio, passato nelle varie stagioni, dalla Democrazia cristiana al Partito socialista ed infine alla compagine berlusconiana, in allora era tra i più radicali interpreti dei principi della democrazia progressiva e proponeva di conseguenza un ideale di superamento del liberismo democratico, ritenuto incapace di realizzare una dignitosa giustizia sociale. Nel suo lucidissimo scritto il Baget constatava e sosteneva, a suo parere, l’inevitabile crollo della Stato nazionale e l’auspicabile formazione di una compagine politica europea, capace di farsi interprete equilibrata e dunque autorevole tra gli imperialismi incombenti dell’URSS e degli USA.

Ovviamente la tesi faceva a calci con l’idea di un’Europa inserita nel patto atlantico, dove, a dire dell’articolista, sarebbe riuscita subalterna. In ogni caso, la succitata idea si proponeva in un contesto di ottimismo e riusciva a prospettare un superamento dello Stato nazionale che, nel corso dell’età contemporanea, aveva assicurato una decente prassi democratica. Per l’irrequieto democristiano però si era trattato di una democrazia del tutto illusoria perché limitata alle sue forme esteriori, senza respiro sociale adeguato.

Va detto, però, giova ripetere, che il contesto era connotato di ottimismo; oggi invece, al di là degli “estremismi” bagettiani di allora, chi sostiene che l’Europa dovrebbe essere l’unica alternativa possibile alle miserie degli stati nazionali, ragiona e non senza giusta causa, in un’atmosfera di marcato pessimismo. Non c’è dubbio che quando Baget scriveva il suo articolo si raccoglievano i frutti avvelenati della deriva nazionalista nelle forme tragiche dei totalitarismi; tuttavia mentre alcuni ritenevano che solo l’Europa, o la sua federazione istituzionale e politica, avrebbe potuto ovviare, in percorsi democratici, ai totalitarismi, nei fatti le democrazie rinacquero con gli Stati nazionali, sia pure con accordi confederali, interne al vecchio continente.

Il fatto è che le democrazie liberali degli Stati europei erano sorte e si erano consolidate sugli interessi della borghesia produttiva e sugli interessi dei mercati ad essa soggetti. Quando tali interessi, per motivi che la storiografia ha ampiamente descritto, sono andati in crisi, gli Stati più colpiti hanno reagito con le forme autoritarie ben conosciute e tollerate, quando non gradite, alla borghesia predominante al loro interno: la presenza sui mercati aveva fatto aggio sulle convinzioni democratiche.

Dopo la seconda guerra mondiale, nonostante le prove negative dei nazionalismi totalitari, le tesi di un superameno dello Stato nazionale non ebbero fortuna ed i ragionamenti compatibili con le idee di Baget e del gruppo dossettiano non ebbero effetti; ancora una volta in Europa, le democrazie, col concorso del liberismo borghese, furono assicurate dagli Stati, nonostante le cospicue proposte euroepeiste di personaggi come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi (manifesto di Ventotene) e Duccio Galimberti.

Ora però per gli Stati europei le cose vanno di nuovo male; la globalizzazione sta mettendo in crisi, da qualche tempo l’economia europea ed, inevitabilmente la sua architettura finanziaria. La reazione questa volta, e per fortuna, non è quella dell’autoritarismo totalitario, ma, e non certo per fortuna, dell’egoismo populista nazionalistico. La possibilità di un’Europa che unitariamente, per culture politiche, per radicamenti ideali, per interessi economici, sia in grado di concorrere con le sfide della globalizzazione non si coglie neppure all’orizzonte; certo, in qualunque caso, non si può pensare ad un egemonia europea, ma ad una sua capacità di comprimaria sarebbe praticabile, proprio con una compagine federale ed unitaria. Chi lo sostiene si scontra con la deriva di un egoismo populista, chiuso nella difesa di “privilegi” che si stanno rapidamente sfaldando.

La conclusione andrebbe ampiamente dibattuta, ma è certo ed evidente che se non si cade nel totalitarismo (Deus avertat) si cade (o si è già caduti) nelle pastoie di una deriva populista in cui i leader “personali” potrebbero raccogliere le ceneri della propria arroganza; e non parlo solo di “casa nostra”.

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