Roma kaputt mundi

Andrea Zoanni

romaUn sistema economico e sociale è composto da varie stratificazioni. C’è quella legale che si fonda prevalentemente sulle competenze e sul merito; poi viene quella delle raccomandazioni, non necessariamente legata a scambi di denaro ma spesso derivante da una naturale conoscenza tra le persone o dalla capacità individuale di tessere relazioni positive; infine, ne esiste una illegale fondata sulla corruzione, con tutto ciò che ne deriva in termini di reputazione e di costo.

Detta così, in modo molto schematico, si rischia di evadere da una realtà fondata su confini non chiaramente individuabili tra ciò che è legale e ciò che non lo è. Questa assuefazione può ribaltare la scena, portando a ritenere eccezionale ciò che non dovrebbe essere e normale una anomalia.

Le due capitali del Paese sono capofila nel malaffare, ma sono in nutrita compagnia, a dimostrazione della contiguità tra il denaro e il potere: “Il potere è il denaro”, si sente dire in una famosa intercettazione telefonica. I corpi sociali o sono impotenti o sono indifferenti, come anche una certa politica, al di là degli annunci di circostanza.

Si doveva intervenire massicciamente dopo gli scandali dell’Expo ma  poco s’è fatto; idem per il Mose; ora quanto tempo dovrà passare affinché i riflettori mediatici si affievoliscano sulla vicenda romana? I festini con le maschere da suino non se li ricorda più nessuno. Noi viviamo di istinti di breve termine e non comprendiamo l’essenza delle cose.

C’è una patologia nel sistema che impedisce svolte necessarie e repentine nelle regole del gioco. Non si mette mano, se non con proclami, alla prescrizione dei processi, al falso in bilancio, ai reati finanziari, all’abolizione degli enti inutili (esiste ancora il CNEL, vero?) e anche l’autoriciclaggio ad una attenta lettura appare così com’è un’anatra zoppa.

Questo e altro dopo Tangentopoli ha contribuito alla costruzione e alla presa di potere di un sistema nel quale tutti, chi più e chi meno, hanno beneficiato, compresi personaggi minori e dunque insospettabili. I partiti politici (o quello che ne è rimasto) hanno continuato nei loro affari, dietro il paravento di un Cavaliere usato subdolamente come scudo. Forse (e col senno di poi) avremmo avuto bisogno di una “Lady di ferro”.

Poco importa se, come dice qualcuno, “ieri si rubava per fare politica e oggi si fa politica per rubare”: mi sembra un distinguo infernale. In ogni caso, gli strilli nostrani verso un sistema europeo cattivo e malvagio suonano note musicali da buffa operetta dal triste finale. Andando avanti in questo modo rischiamo di essere un paese schiavo di cinesi arricchiti, salvo default.

Mi domando sempre più spesso se convenga essere onesti cittadini, pagare le tasse, non evadere il fisco. La politica dovrebbe essere un esempio, ma ancora una volta ci dimostra come gli interessi personali sono anteposti al bene della collettività. Idem per certa imprenditoria, terziario compreso. Invece di emarginarlo, il corruttore lo si assurge a indispensabile. E’ che ci siamo abituati a tutto, ma forse abbiamo perso quella fiducia che smuove le montagne.

Dovremmo ribellarci e prendere le distanze fattivamente, ma come si fa quando per l’ennesima volta sei tradito e abbandonato? Come si fa se per qualcuno il dato più eclatante è lo sgonfiamento di Grillo e per qualcun altro è scioperare tanto per dire ancora di esistere? Dove troviamo la forza di alzarci e andare a lavorare, oppure di fare sacrifici per arrivare a fine mese, senza dimenticare chi un lavoro non ce l’ha e non lo trova? Quale esempio diamo ai giovani se vivere onestamente non paga e bisogna truccare le carte? Ma non pensiamo solo a Roma o a Milano, guardiamo vicino a noi. Dalla politica vi sono solo cattivi esempi e in Italia esiste il disagio di essere onesti.

Lo so, sono parole forti, apparentemente fanno di ogni erba un fascio. Ma a ben vedere, se un magistrato indaga ove circola il denaro, come alza il coperchio trova un politico “col sorcio in bocca”. Il quale, se collabora, fa crollare tutto il sistema. E vai con il coinvolgimento di ogni categoria sociale, dagli imprenditori ai finanzieri, dai sindacalisti agli ex terroristi, dai reucci di borgata agli scupafemmine in disuso, dalle puttane ai travestiti: una interminabile filiera di abusi e ricatti, di estorsioni e mazzette, di schifezze e volgarità, di perversioni e barbarie. Ma scoperto lo scandalo, parte il circo mediatico.

Finché fa notizia, il lavoro dei media è assicurato, ovviamente intriso di commenti, urla, richieste di dimissioni, indignazione popolare, voglia di regolare i conti sommariamente. Emerge anche la questione morale ed allora si richiamano i defunti, dal mitico Berlinguer al colto e per me rimpianto Martinazzoli. Ma il nostro è il Paese di Pulcinella e non di Roberspierre. Dunque, come d’incanto, arriva il momento della giustificazione e dell’oblio. E vai con il controcampo, con un rigurgito e un rigetto della notizia fino a prima sostenuta. Si gira l’interruttore e… che palle ‘ste storie di mafia e corruzione, magari potessi io arricchirmi…

Sono forse anch’io preso da una sorte di desiderio sfogatoio? Chi può dirlo. Ma il richiamo della foresta è forte. E allora vai con la feccia della nostra civiltà cialtrona e incompetente, vai con la corta memoria e la pacificazione, vai con gli spaghetti e il mandolino, vai con le maschere e la finzione, con il perdono e l’amnistia, coi diritti e la democrazia.…

Siamo o non siamo un popolo servo dello straniero, invaso da tutti per millenni, dedito ai peggiori compromessi e che non ha forse mai finito una guerra con l’alleato col quale l’aveva iniziata? Siamo o non siamo il Paese del cecato, del maialetto, degli schettino, del familismo amorale, della cicciolina, di razzi, del fantastico popolo del web talmente complessato che in quanto a dare fiato a stupidaggini non ha eguali al mondo? Siamo o non siamo il Paese dove regna l’incertezza del diritto e della  pena?

L’Italia è una grande piattaforma mediterranea anche al settentrione, comprese la padania e le valli alpine. Per trovare persone diverse devi andare oltre confine, ove l’acqua quando cade sfocia nel mare del nord. Nessuno può scappare dalla propria storia, dalla propria vocazione, dal proprio codice genetico?

Però, però. Sarebbe ingeneroso pensare che sia corrotto tutto il Paese. E se ci si difende chiamando eccezioni le mele marce (affermazioni che hanno un senso in quanto bisogna discernere rispettando e parlando anche delle mele sane) è pur vero che si deve amaramente dire come i fenomeni di corruzione e altro non siano occasionali affatto. La conferma viene dall’ennesimo rapporto internazionale (Trasparency International) che testimonia, se ve ne fosse ancora bisogno, come l’Italia sia la più corrotta in Europa al pari di stati quartomondisti nel mondo.

E mentre sto scrivendo sento annunciare il grande intervento legislativo di elevare da quattro a sei gli anni di reclusione per i reati di corruzione! Facciamo nello stesso tempo ridere e piangere: chi non direbbe “dovranno restituire fino all’ultimo centesimo, compresa la confisca del bene!” Parole leggere, e la prescrizione per certi reati va abolita.

Ci viene in aiuto un articolo di Mauro Magatti, sociologo della Cattolica di Milano, che propone uno stato più leggero contro la corruzione, in quanto i controlli non possono da soli sradicare i fenomeni cui stiamo assistendo. Dare ai territori e ai corpi intermedi più responsabilità nell’uso di risorse collettive tagliando le partecipate e ampliando il raggio di azione del terzo settore, aprirebbe notevoli prospettive di un cambiamento.

La questione è però molto più complessa e di lungo respiro, perché chiama in causa i comportamenti quotidiani delle persone a partire da noi, la cultura permeata nella nazione, la nostra società troppo complessa e barocca. Se l’Italia è un agglomerato di territori e di corpi intermedi, cosa sono i territori e i corpi intermedi nel terzo millennio d.C. e quale funzione diamo loro? Sono virtuosi e arricchenti o accozzaglie di conservatorismi e anacronistici localismi? Se capita di guardarci dentro, sappiano svoltare e andare oltre o sorge giustificatoria la frase “sono/siamo fatti così?”

Questi corpi sociali compongono una rete di posizioni di potere tutt’altro che indispensabili, posizioni che si reggono su consensi trasversali e localismi a volte esasperati. Ogni posizione sociale vi attinge e mi riferisco in primis alle associazioni di categoria, a quelle sindacali anche padronali, alle fondazioni bancarie e non, alla miriade di cooperative e di partecipate. Tutte facenti intermediazioni di risorse pubbliche, tutte che devono essere rappresentate. Gestendo le risorse si crea il consenso.

In queste associazioni ci arrivi con metodi tendenzialmente “spintanei”, quello che conta di più è la fedeltà e non la lealtà, merito e competenze non sono indispensabili. Ciò comporta atteggiamenti omertosi e di silenzio, perché se parli o denunci sei emarginato se non espulso. Tutti teniamo famiglia…. Le domande più frequenti, come fossero una sorta di salvacondotto sono: da che parte stai? Cosa ti serve?

In questa maleodorante “zona grigia” si trova un humus fecondo nel riprodurre irregolarità di sistema e comportamenti truffaldini, dove si insinua la malavita organizzata. Per sradicare queste degenerazioni Magatti propone quanto detto in precedenza: eliminare le partecipate finanziando una legge quadro per il terzo settore che ne ampli il campo di azione, passando dalla cultura del “chi sei” a quella del “che fai”.

Qualche dubbio mi viene, troppi reticoli decentrati moltiplicano le possibilità di malaffare, se riordine deve essere va anche ipotizzato lo scioglimento dell’associazione corrotta rivalendosi sulle persone, unitamente a provvedimenti molto più severi, certi e immediati per chi non rispetta la legge. Ma siamo sempre più sugli effetti e non sulle cause. Che vengono da lontano, da una cultura irrispettosa dell’altro e dalla mancanza di civismo. Prevenire si deve. A scuola si insegna ancora l’educazione civica? E se la si insegna, quanto e come? Vorrei una società meno corporativa e più liberale.

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