Vocazione maggioritaria: uccidere i minori o allearsi?

Carlo Baviera

eleL’ultima versione della legge elettorale sembra volgere verso il premio di maggioranza solo al Partito (e non alla coalizione) più votato.

Bene: perché si deve sapere chi vince, i piccoli non devono condizionare, la necessità di vincere come partito dovrebbe portare (dovrebbe, ma vedremo se sarà veramente così) a gestire il partito con equilibrio tenendo coese le varie posizioni (è l’auspicato pluralismo!).

Questo può portare al bipartitismo? Potrebbe essere; e alla lunga è probabile che avvenga. Si sarà portati a convergere ed inserirsi in un solo partito anche da parte di chi ha elementi e visioni molto distinte dal Partito maggiore. Per il PD sta avvenendo con la confluenza di alcuni ex Sel, o di alcuni ex Scelta Civica. Se il centro destra vuole competere, e non lasciare il ruolo di contendente principale al M5S, sarà portato a rimettere insieme tutte le forze derivanti dal fu PdL.

E’ positivo che si cammini verso il bipartitismo? Gli alleati minori, e quindi le sensibilità, le proposte, le esperienze che rappresentano specificità importanti e l’articolazione della società e della cultura, verrebbero spazzato via, e mortificati in un calderone unico in cui confluiscono posizioni a volte distanti fra loro; solo interessate a contrastare il Partito del campo avverso. Probabilmente non ci sarebbe più nessun gruppo di medio-piccola consistenza a svolgere un ruolo di bilanciamento per evitare  autoritarismi. I partiti maggiori, sull’esempio di  Medea, saranno indotti ad uccidere i propri figli (i piccoli alleati) per  fare il pieno di voti. Questa è la tentazione maggioritaria.

Riporto due commenti che mi hanno colpito, e che condivido. E che ragionano sugli sviluppi di una legge elettorale, con propensione maggioritaria (qualunque sia il premio assegnato a chi arriva primo o a chi vince il ballottaggio). Savino Pezzotta afferma: Avremo un nuovo bipolarismo in cui le forze politiche maggiori si giocheranno il consenso sulla capacità di “catturare” l’elettorato moderato e centrista. Nello stesso tempo bisognerà fare i conti con l’avanzare prepotente di una politica più centrata sulla decisione che sulla mediazione, con un ruolo preponderante del leader e con un restringimento del ruolo cuscinetto dei corpi intermedi. L’uguaglianza non sarà uguale a quella che si era praticata e che aveva un substrato fortemente economicista, ma si giocherà sulla diffusione e distribuzione delle competenze e su una redistribuzione degli orari, sul terreno dei diritti e delle obbligazioni personali. Il “proletari digitali” avranno bisogni e aspirazioni materiali e ideali molto diversi da quelli messi in campo dai “proletari industriali”.

A sua volta su Famiglia Cristiana Francesco Anfossi scrive: “La Leopolda è la manifestazione più di destra di un partito di sinistra della storia d’Italia:  sul lavoro ormai nel Pd ci sono due idee nettamente diverse,  tra questi due mondi avrebbe potuto mediare il collante del centro dei cattolici democratici, forte della grande risorsa della dottrina sociale della Chiesa, che ha sempre coniugato, dalla Reruma Novarum alla Caritas in Veritate, i diritti della persona con le esigenze della modernità, interpretando il tempo in cui viviamo alla luce dei valori del Vangelo. Ma il Centro cattolico, moderato e pontiere per vocazione, asfaltato da questo strano cattolicesimo politico renzista, si è liquefatto come neve al sole”.

Aggiungo solo, tenendo conto di quanto sopra, che le riforme elettorali (non sono io ad inventarlo) hanno sempre anche risvolti che vanno oltre il mero dato dei risultati e delle maggioranze che si eleggono. Investono non soltanto i rapporti interni e fra i partiti, ma incidono alla lunga anche sulla società civile, sui rapporti economici, ecc. E’ materia delicata perché le rappresentanze non possono essere annullate o inventate.

Le ultime proposte lette sui quotidiani: premio al partito anziché alla coalizione, innalzamento della percentuale per ottenere il premio al primo turno, percentuale non alta per chi corre da solo, preferenze (pur in presenza del capolista bloccato, che in molte realtà e per tanti partiti sarà l’unico eletto) mi sembrano una buona mediazione; peraltro, avvenuta all’interna della maggioranza prima che con l’opposizione.

Mi auguro quindi che non si perda tempo per arrivare all’approvazione definitiva. Soprattutto per evitare che si possa tornare a soluzioni peggiori di questa. Dal mio punto di vista non è il massimo, ma altre proposte sarebbero peggiori. Perciò, poiché le riforme si realizzano se vi è consenso vasto, queste proposte mi sembrano il meno peggio.

L’importante, si è ripetuto tante volte, è non sotterrare del tutto e definitivamente idee, sensibilità, visioni dell’uomo e della società che, pur formatisi nel corso dei decenni passati, hanno ancora valore e significato. Pur  dovendo rinnovare i modi di concretizzarli e farli vivere in una società post moderna, post industriale, fortemente secolarizzata.

Alludo ad esempio, riprendendo il concetto su riportato di Anfossi, al grande pensiero della Dottrina sociale della Chiesa. Questa (la Dottrina Sociale) non è un programma politico o un progetto definito di società. E’ un insieme di valori, di sensibilità, di indicazioni da seguire per valorizzare la persona umana e i nuclei in cui si articola la sua vita e si rafforzano le relazioni. E’ un insieme di suggerimenti, ricavati dall’approfondimento della Parola di Dio, che ci orientano nelle scelte personali e sociali, e ci indicano l’atteggiamento e le priorità utili per allestire risposte solidali, di giustizia, di responsabilità di fronte ai bisogni delle persone, dei corpi intermedi, del creato.

Ecco perché la vocazione maggioritaria di un partito non può essere tentazione al bipartitismo, ma sarebbe maggiormente più interessante e utile se capace di diventare anche “vocazione all’alleanza” con quanti apportano contributi e stimoli che arricchiscono il programma da sottoporre agli elettori. Vedremo verso quali sbocchi ci porteranno gli accordi e le decisioni parlamentari.

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