Che fare?

Dario Fornaro

sis

Schivando i toni ovattati e gli accenni allusivi, la Diocesi di Torino sta da qualche tempo lanciando messaggi “forti e chiari” in ordine al fenomeno socio-religioso della calante adesione dei cittadini all’osservanza delle tappe sacramentali e delle pratiche liturgiche consegnate  dalla tradizione su base catechistica. E la stampa laica ne riferisce , pur  trattandosi di preoccupazioni diffuse soprattutto in  contesti ecclesiali, con inattesa dovizia.

Si potrebbe anche pensare ad una propensione astratta all’allarmismo, se non fosse che gli interventi sono corredati da fatti e cifre (rilevate statisticamente o autorevolmente stimate) che colpiscono comunque l’attenzione degli osservatori, partecipi, o solo curiosi, del marcato disagio per il “riflusso cattolico” in atto.

Avevamo già accennato all’annuncio (Repubblica, 18.10.14) della riorganizzazione, in riduzione, delle parrocchie torinesi per carenza insuperabile di sacerdoti, all’interno del quale messaggio si faceva cenno alla ormai veramente esigua percentuale (2-5%) di cattolici-praticanti in città. Annotiamo oggi l’esplicita preoccupazione per il “crollo dei battesimi” (“meno 35% dal 2003 – si arriva a malapena a coprire il 40% dei nuovi  nati” – v. Repubblica del 1°.12.14) pur in un quadro demografico alquanto stabile: 7.500 nascite circa per anno dal 2003 al 2013. Più consueti, ma non meno significativi, almeno come  entità e andamento, sono i dati generali e locali concernenti il calo dei matrimoni in genere (a fronte delle  convivenze in crescita) e,  in tale ambito, la via via cedente proporzione dei matrimoni religiosi.

Dati e fatti del genere non sono riproposti a mero titolo di cronaca dal momento che sottendono un problema (uno dei tanti, a dire il vero) drammaticamente avvincente: come si affrontano  – ammesso che lo si debba o si voglia –  su quali piani e a quali fini, i ripetuti segnali di disaffezione popolare ai tradizionali appuntamenti con la precettistica religiosa?

Gli studiosi di varie discipline storico-sociali hanno da tempo inquadrato questo variegato fenomeno  di ..dolce abbandono, di “distrazione religiosa di massa” – ravvisabile prevalentemente nelle società occidentali – nel vasto orizzonte della “secolarizzazione”: termine/concetto dalle molte sfaccettature che però, per il solo fatto di essersi proposto, precisato ed affermato nel tempo, tiene decorosamente a bada le angosce di chi non si capacita, specie in ambito religioso, di un così traumatico e per certi versi repentino scostamento dai comportamenti tradizionali. E al processo di secolarizzazione di lunga gittata ricorre anche, inevitabilmente, l’ottimo prof. Franco Garelli (*) nel commento (stesso giorno, stessa pagina) al severo dato battesimale torinese.

Secolarizzazione, dunque, come una specie di “deriva del continente (religioso)” della quale – sentimenti personali a parte – non si può che prendere  atto, accompagnandola da considerazioni teoriche e approfondimenti fattuali a piacere, ma con scarsa fiducia di potervisi opporre (?) realmente, qui e ora, salvo prestare orecchie sconsolate alle repliche, in giro per il mondo, delle vecchie/nuove “religioni di stato”, con relative, robuste tutele istituzionali. Nessun tranquillante, che si sappia, evita tuttavia, o attenua, il riproporsi della storica domanda: che fare?

Al netto delle numerose risposte trancianti, anche di opposta origine culturale: “niente! lasciar fare alla natura!”, il disagio insidia soprattutto la platea di chi partecipa anagraficamente della “generazione di transizione” – ultimi decenni del secolo scorso e debutto del presente – che ha assistito a quel  vistoso “scivolamento” di mentalità e di costume che, probabilmente, i nipoti d’oggi stanno assimilando come dato acquisito. Per non parlare di quanti hanno in qualche modo partecipato all’ultimo tentativo/risposta dei cattolici organizzati di resistere, per via politica, al mutamento dei costumi (ora casuale, ora indotto) in senso a-religioso. Avendo per ciò stesso chiara e personale nozione del passaggio accelerato, ineluttabile dei cattolici italiani da una larga e dichiarata maggioranza numerica ad una modesta minoranza di fatto.

Reinterpretarsi come componente minoritaria – attiva e pur minoritaria – della società attuale è forse una precondizione, per il cattolicesimo italiano (soprattutto per il famoso “laicato”, sospetto di afasia indotta o spontanea), di avvicinamento alla topica domanda del “che fare”, di elaborazione di qualche prima ipotesi di risposta condivisa. Bella domanda, bell’impresa!

(*) Dello stesso Autore, docente all’Università  di Torino, merita segnalare, per attinenza d’argomenti, il recente volume: “Religione all’italiana”, ed. Il Mulino 2011

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...